Giovanni Falcone: differenze tra le versioni

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<blockquote><center>''L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.''<center>
('''Giovanni Falcone)'''
</center></center></blockquote>


<center>''L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.''</center>
'''Giovanni Salvatore Augusto Falcone''' (Palermo, [[18 maggio]] [[1939]] – Capaci, [[23 maggio]] [[1992]]) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato da [[Cosa Nostra|Cosa nostra]] con la moglie [[Francesca Morvillo]] e i poliziotti della scorta [[Antonio Montinaro]], [[Vito Schifani]] e [[Rocco Dicillo]] nella [[strage di Capaci]].  
[[File:Giovanni-falcone.jpg|400px|thumb|Giovanni Falcone|alt=Giovanni Falcone]]


==Biografia==
===Infanzia e adolescenza===
[[File:Falcone bambino.jpg|200px|thumb|Giovanni Falcone da bambino|alt=Giovanni Falcone bambino]]
Figlio di Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e di Luisa Bentivegna, Falcone nacque a Palermo, terzo di tre figli, in via Castrofilippo nel quartiere della '''Kalsa''', lo stesso di [[Paolo Borsellino]] e di [[Tommaso Buscetta]]. Benché nato il 18 maggio 1939, la sua data di nascita risulta due giorni dopo perché il padre andò a registrarlo all'anagrafe il [[20 maggio]].


'''Giovanni Salvatore Augusto Falcone''' (Palermo, 18 maggio 1939 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato da [[Cosa Nostra]] con la moglie [[Francesca Morvillo]] e gli uomini della scorta nella [[strage di Capaci]].
A causa dei bombardamenti americani, Giovanni e la famiglia dovettero abbandonare la Kalsa nel [[1940]], rifugiandosi a Sferracavallo, un borgo della riserva marina di Isola delle Femmine. Dopo il bombardamento della passeggiata e dei palazzi del porto, avvenuto il [[9 maggio]] [[1943]], la famiglia Falcone si trasferì dai parenti della madre a Corleone. Quando vi fu l'armistizio, l'[[8 settembre]] 1943, Giovanni e la sua famiglia tornarono alla Kalsa: qui trovarono ospitalità dalle sorelle del padre, Stefania e Carmela, in quanto la loro casa risultò pesantemente danneggiata dai bombardamenti.  
[[File:Falcone giovane accademia.jpg|alt=Giovanni Falcone giovane|miniatura|Giovanni Falcone allievo dell'accademia navale (1958)]]
Giovanni frequentò le scuole elementari al Convitto Nazionale di Palermo (a lui intitolato nel [[1999]]), le medie alla scuola "Giovanni Verga" e le superiori al liceo classico "Umberto I". Aveva la media dell'otto a scuola, frequentava l'Azione Cattolica e trascorreva gran parte dei suoi pomeriggi in parrocchia facendo la spola tra quella di Santa Teresa alla Kalsa e quella di San Francesco. Nella prima conobbe padre Giacinto che diventò il suo cicerone e gli fece visitare il Trentino e Roma. All'età di tredici anni cominciò a giocare a calcio all'Oratorio dove, durante una delle tante partite, conobbe [[Paolo Borsellino]], più piccolo di sei mesi, con cui si sarebbe ritrovato prima sui banchi dell'Università e poi in Magistratura. In parrocchia si appassionò anche al ping-pong e in una partita giocò con [[Tommaso Spadaro]] futuro "''re della Kalsa''", personaggio di spicco della malavita locale impegnato nel traffico di stupefacenti e oggi all'ergastolo. In quel periodo incrociò anche Tommaso Buscetta.


[[File:Giovanni-falcone.jpg|400px|thumb|right|Giovanni Falcone]]
Terminò il liceo all'età di 18 anni nel [[1957]] con il massimo dei voti e subito dopo si trasferì a Livorno per frequentare l'Accademia navale con il pretesto che amava il mare e che voleva laurearsi in Ingegneria. Dopo soli quattro mesi, nel gennaio del [[1958]], fu assegnato allo Stato Maggiore, ma capì che la vita militare non faceva per lui: tornò a Palermo e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università degli Studi di Palermo.


== Biografia ==
In quegli anni ebbe modo di praticare diverse attività sportive con molta costanza, sebbene avesse dovuto abbandonare il livello agonistico nel [[1956]] a causa di un infortunio. Si era così buttato nel canottaggio, frequentando la Canottieri Palermo durante tutti gli anni dell'università.
Giovanni Falcone, terzo di tre figli, nasce a Palermo il 18 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna. Dopo aver frequentato il Liceo classico "Umberto" compie una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno. Decide poi di tornare nella città natale per iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza e consegue la laurea nel 1961. Dopo il concorso in magistratura, nel 1964 diviene pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimane per circa dodici anni.
E' in questa sede che va progressivamente maturando l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, "era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.
A seguito del tragico attentato al giudice Cesare Terranova, avvenuto il 25 settembre 1979, Falcone comincia a lavorare a Palermo presso l'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affida nel maggio 1980 le indagini contro Rosario Spatola. È proprio durante questa  prima esperienza che inizia a formarsi il cosiddetto “metodo Falcone”, un innovativo impianto per l’istituzione dei processi di mafia, che utilizzava gli ordinari strumenti forniti dal codice, adattandoli a una nuova visione del fenomeno mafioso. In realtà egli non inventò nulla di nuovo, semplicemente utilizzò gli elementi affioranti, adattandoli ad una nuova visione del fenomeno. Ogni porzione d’indagine diviene così solo in apparenza scollegata con l’altra ma di fatto viene applicata una visione d’insieme. Le inchieste del giudice Falcone, pur avendo come campo di analisi il mondo del crimine, coinvolsero direttamente anche quello della criminalità economica. In tale contesto venivano alla luce costantemente intrecci, sovrapposizioni o identificazioni di interessi occulti, che facevano capo a centrali d’intermediazione tra realtà politica o economica con quella criminale. L’intuizione forse più intelligente è sintetizzata da una frase che Falcone amava ripetere a proposito delle indagini sui traffici di stupefacenti: “La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente”.
Una vera e propria filosofia d’indagine basata sull’attenzione ai documenti finanziari, agli scambi di assegni, alle impronte che il denaro lasciava dietro di sé e che caratterizzò  il metodo di lavoro di Falcone, Borsellino e degli altri magistrati del pool.
Appariva evidente come la presenza della criminalità organizzata in settori economici ed in ambienti politico-istituzionali determinasse, come conseguenza, un inquinamento progressivo non solo del tessuto economico locale, ma anche del contesto sociale e della vita pubblica.
Tutto questo Giovanni Falcone lo aveva prima intuito, attraverso l’attenta lettura dei  fascicoli processuali e poi dedotto dagli eventi ricostruiti nel corso delle indagini. Giovanni Falcone sviluppò così una conoscenza e una capacità di analisi attraverso atti istruttori, nel rispetto totale non solo delle norme, ma anche nel rispetto totale delle persone.
LA NASCITA DEL POOL ANTIMAFIA
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l'intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Nacque così il "pool antimafia”. Il primo passo di Caponnetto fu una lunga conversazione con Falcone che tracciò un quadro breve, ma esauriente, dei problemi di mafia e degli schieramenti. I componenti del pool furono lo stesso Falcone, Di Lello (pupillo di Rocco Chinnici), Paolo Borsellino e infine Guarnotta, il giudice più anziano.


Nel 1984, iniziò l'interrogatorio con il pentito Tommaso Buscetta, il quale segnò una svolta nelle indagini sull'organizzazione criminale denominate Cosa Nostra.
Nel 1959 la famiglia Falcone fu costretta a trasferirsi in Via Notarbartolo, a causa del c.d. "[[Sacco di Palermo]]" operato dall'allora assessore [[Vito Ciancimino]], figlio del barbiere di Corleone, che proprio Falcone avrebbe arrestato nel [[1985]] per associazione mafiosa. Nel corso della sua vita Giovanni avrebbe poi cambiato tre case in quella stessa strada: una da ragazzo, una con la prima moglie Rita e poi un'altra ancora con Francesca, la seconda moglie.
Nell'estate dell'85 furono uccisi due funzionari di polizia, Ninni Cassarà e Giuseppe Montana, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino. Fu da quella estate che si iniziò a temere per l'incolumità dei due giudici, che furono mandati per qualche tempo al carcere dell'Asinara dove terminarono i lavori per il maxiprocesso dell'86-87.
[[File:Falcone laurea 1961.jpg|alt=Giovanni Falcone laurea|miniatura|200x200px|Giovanni Falcone il giorno della laurea, con alcuni amici]]
IL MAXIPROCESSO
Si laureò poi con 110 e lode nel [[1961]], con una tesi sull'Istruzione probatoria in diritto amministrativo, discussa con il professore Pietro Virga.
Il 16 dicembre 1987, infatti, alle ore 19:30, dopo trentacinque giorni di camera di consiglio, trecentoquarantanove udienze, milletrecentoquattordici interrogatori, seicentotrentacinque arringhe difensive, quattromilaseicentosettantasei anni di carcere e ventotto ergastoli richiesti dal Pubblico Ministero, la corte tornò in aula, dopo aver messo in ginocchio per la prima volta la mafia siciliana.
Nel gennaio dello stesso anno però, il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, al posto di Caponnetto il quale aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli, piuttosto che il giudice Falcone. Meli si dimostrò incompetente in alcune situazioni e nell'autunno del 1988 sciolse il pool. Falcone chiese di essere assegnato ad un altro ufficio. Questa situazione non gli impedì di continuare a lavorare con impegno costante, infatti, sempre nel corso dell'88, concluse un'importante indagine, in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, che toccò notevolmente le famiglie Inzerillo e Gambino, coinvolte nel traffico di eroina. Il 20 giugno del 1989, la mafia tentò di uccidere  il magistrato, piazzando una bomba in una casa nei pressi di Mondello, dove si era recato per qualche giorno di relativa tranquillità. L'attentato dell'Addaura, fu però sventato, ma le minacce continuarono con l'arrivo di lettere anonime che miravano a spaventare il giudice. Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani. In seguito, si dirigerà alla volta di Roma, presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Da lì sarebbe stato più facile far approvare le leggi che avrebbero poi consentito a magistrati e poliziotti di attivarsi più facilmente contro la mafia.
A Roma Giovanni Falcone visse in un clima quasi irreale: mentre a Palermo era costretto a restare in casa per la maggior parte del tempo, a girare sempre con la scorta anche per le piccole faccende, lì aveva più libertà. La mafia però non lo perse d'occhio.
Sabato 23 Maggio 1992, Giovanni Falcone arrivò in Sicilia per la mattanza di Favignana, ignaro di ciò che stava per accadere. Totò Riina infatti, boss di Cosa Nostra e  capo dei capi aveva preparato l'Attentatuni, ovvero il terribile attentato che portò alla morte del giudice, della moglie e di tre agenti della scorta.
INNOVATORE
E’ stato tante cose Giovanni Falcone nella sua vita: un giudice, un figlio, un marito, un amico. E’ personaggio discusso, per alcuni molto odiato in vita e molto amato dopo la morte, un personaggio diffidente e schivo, ma tenace ed efficiente. E’ stato colui che ha incarnato la giustizia, il coraggio e il senso del dovere, colui che più di tutti ha subito le conseguenze delle sue azioni. Perché possiamo considerarlo un innovatore? Perché è riuscito dove nessuno aveva mai osato tentare. Falcone concepiva la lotta alla mafia come mera lotta alla mafia e non come strumento di rafforzamento del ruolo e del potere della magistratura. Falcone fu la cerniera tra due grandi generazioni: quella della magistratura che lo precedette, convinta che con la mafia si dovesse convivere e che dalla mafia si potesse trovare forza di potere; e quella della magistratura che lo seguì, la quale si convinse che la lotta alla mafia fosse essa stessa una strada di potere.  
Falcone lavorò nella assoluta convinzione che a un giudice non bastasse supporre, ma che il suo compito era trovare le prove e agire.
Lasciò la sua impronta in ogni angolo che riuscì a raggiungere. Per esempio, per quanto riguardava la prassi giudiziaria, era d’abitudine, salvo alcune eccezioni, far viaggiare i documenti. I giudici erano stanziali. L’impostazione era di tipo burocratico e il tutto si risolveva in meri adempimenti formali. Era questa l’applicazione della cooperazione giudiziaria internazionale. Falcone rivoluzionò anche quella prassi: bisognava andare personalmente sul posto, stabilire rapporti e cercare nuovi elementi. Approfondire e conquistare la fiducia degli interlocutori:  questo rappresentava il cosiddetto “turismo giudiziario”. Non si è mai accontentato, Giovanni Falcone, non si è mai fermato nemmeno quando fu isolato, umiliato e “seviziato” sia dai colleghi invidiosi e diffidenti che dalla mafia. Egli è stato l’unico magistrato che si sia occupato in modo continuo di Cosa Nostra ed è stato l’unico in grado di spiegarne i meccanismi sottostanti e capirne la sua struttura logica e funzionale.
Ha mostrato interamente il processo evolutivo della mafia partendo dalla conquista di un ruolo egemonico nel traffico (compreso quello internazionale) dell'eroina grazie alla sua struttura peculiare. Falcone ha avuto idee che hanno cambiato le tecniche investigative, le procedure e l’organizzazione dello Stato, idee che hanno rivoluzionato la storia dei processi di mafia.
Riuscì a scavalcare, definitivamente, lo scetticismo del popolo siciliano.
Ma chi era, in sostanza, Giovanni Falcone? Era davvero il “mostro” descritto dai giornali? Certo, poteva sembrare impensabile per alcuni che la grandezza di Falcone fosse determinata esclusivamente dalla sua forza di volontà ferrea e dalla sua preparazione professionale. Falcone non era stato baciato da nessuna divinità, era un uomo semplice e normale, con i suoi pregi e difetti. Ma a lui piaceva vincere. Ed era in grado di sopportare la sofferenza pur di riuscire in quel che faceva. Allora perché appariva eccezionale e “fuori dal comune”? Semplicemente perché si discostava dal modello di magistrato che Palermo aveva fino ad allora prodotto.  


===Il matrimonio con Rita Bonnici===
Subito dopo aver vinto il concorso in magistratura nel [[1964]], Falcone sposò '''Rita Bonnici''', maestra elementare di cinque anni più giovane laureata in Psicologia, conosciuta due anni prima a una festa. A casa non tutti furono contenti: il padre di Falcone non approvò la decisione, ma non la ostacolò. La ragazza era infatti troppo diversa e lontana per educazione e abitudini dal modello che ispirava le famiglie della media borghesia palermitana dell'epoca, cattoliche e perbeniste<ref>Citato in La Licata, ''Storia di Giovanni Falcone'', p. 38.</ref>.


===I primi anni in magistratura===
Dopo il tradizionale tirocinio come uditore a Palermo, nel [[1965]], a soli 26 anni, Giovanni Falcone diventò pretore a Lentini, città da 20mila abitanti in provincia di Siracusa. L'esperienza non fu entusiasmante, per via del quadro assolutamente precario dell'amministrazione della giustizia. Ricordò una volta il magistrato:<blockquote>«In quell'ufficio eravamo in tre: il lavoro pesante a causa di una gran mole di processi non tutti importanti e gratificanti. Il mio primo cadavere? Un incidente sul lavoro, un uomo morto per asfissia, seppellito da un crollo in un cantiere. Neanche tanto traumatico a vedersi. Ben altra esperienza, qualche tempo dopo: la prima "lupara". Agghiacciante: marito e moglie uccisi dal nipote e abbandonati in un porcile. Non è difficile immaginare lo scempio. Quel caso lo risolsi, alla limitata esperienza rimediai con le cognizioni scolastiche»<ref>Ivi, p. 39.</ref>.</blockquote>


1.3 IL SISTEMA GIUDIZIARIO TRA OSTILITA’ E INERZIE
====La carriera a Trapani e l'avvicinamento alle idee di Enrico Berlinguer====
[[File:Falcone-mare-giovane.jpg|alt=Giovanni Falcone giovane|miniatura|291x291px|Giovanni Falcone da giovane]]
Nel [[1966]] il giovane Falcone venne trasferito d'ufficio a Trapani, dove rimase per 12 anni. La qualifica di magistrato arrivò il [[9 aprile]] [[1970]]<ref>Citato in Bianconi, ''L'Assedio'', cap. 3.</ref>. Lì il futuro simbolo della lotta alla mafia fece di tutto, dal sostituto procuratore al giudice istruttore, dal magistrato di sorveglianza a giudice civile della sezione fallimentare, esperienza che iniziò nel [[1973]], convinto dal nuovo presidente del Tribunale Cristoforo Genna.


La stoffa di Giovanni Falcone fu subito chiara con l’esito del processo di Rosario Spatola.
L'esperienza trapanese non forgiò Falcone solo dal punto di vista professionale, ma lo cambiò anche dal punto di vista intellettuale e politico. Complice anche la scomparsa del padre nell'aprile [[1969]], il giudice cominciò ad allontanarsi in maniera vistosa dalla tradizione familiare. Dal punto di vista politico, si schierò a favore delle idee di '''Enrico Berlinguer''', segretario del Partito Comunista Italiano, che votò alle elezioni politiche del [[1976]]. Ciononostante, non parlò mai in pubblico dei suoi orientamenti politici, si fece mai condizionare nel suo lavoro. Fu la sorella Maria, anni dopo, a rivelare l'episodio in un libro: <blockquote>«Entrando in un nuovo universo culturale e sociale, cominciò ad abbracciare i principi del comunismo sociale di Berlinguer. Era il 1976, per noi fu un vero trauma perché nella nostra famiglia, avevamo sempre votato Democrazia cristiana anche in quanto cattolici praticanti. Io volli capirci di più. Durante una sua visita a Palermo, entrai a gamba tesa su un argomento che sapevo delicato e sollecitai un confronto. Gli contestai quella scelta, dicendo che era anacronistica per un uomo che, come lui, amava così tanto la libertà. Mi rispose quasi volendomi rassicurare che il comunismo italiano sarebbe stato differente da quello russo. E aggiunse, sarcasticamente, che nell’ipotetica eventualità di una crisi di libertà nella nostra democrazia sarebbe ritornato sulle montagne come i vecchi partigiani. Il vero motivo di questa sua evoluzione ideologica era che, da profondo amante della giustizia qual era, Giovanni si poneva il problema di combattere le disparità sociali. Nel comunismo intravedeva, quindi, la possibilità di appianare le sperequazioni»<ref>Citato in Maria Falcone, con Francesca Barra (2012). ''Giovanni Falcone, un eroe solo'', Rizzoli editore</ref>.</blockquote>Pur restando fuori dai partiti, Falcone fece parte anche del locale comitato a favore del divorzio e nel 1979 sostenne anche Aldo Rizzo, giudice istruttore del Tribunale di Palermo, che si era candidato come indipendente nelle liste del PCI nel collegio senatoriale di Trapani e Marsala. Come ricordò anche Salvatore Impinna, fu di Falcone l'idea di creare ''Italia Nostra'', di cui fu tra i soci fondatori, con l'obiettivo di tutelare il patrimonio ambientale, storico, artistico e archeologico non solo della Sicilia ma dell'Italia intera<ref>Citato in La Licata, op. cit., p. 52.</ref>.
Il processo al trafficante mafioso nasceva da un rapporto di polizia giudiziaria, presentato al procuratore della Repubblica Gaetano Costa.
Era diventata subito una questione molto delicata, in quanto il procuratore si era esposto personalmente firmando ordini di cattura nei confronti di alcuni personaggi mafiosi coinvolti nel business legato al traffico di stupefacenti tra Sicilia e Stati Uniti. Costa fu lasciato solo nel gestire la questione. Il processo, come prevedeva il vecchio codice di procedura  penale, arrivò nelle mani del giudice Rocco Chinnici che lo affidò proprio a Falcone, l’ultimo arrivato.
Era l’epoca del processo cosiddetto inquisitorio (ovvero c’era un  giudice che istruiva e valutava la prova)  molto diverso da quello attuale, che si fonda sul modello accusatorio (ove c’è un’accusa esercitata da un soggetto distinto dal giudice). Nel codice oggi in vigore la fase istruttoria non esiste più: la prova si forma direttamente davanti al giudice; il pubblico ministero porta le prove a sostegno dell’accusa e la difesa le contrasta fornendo le proprie e il giudice decide in base al proprio convincimento. Allora invece, le prove erano messe insieme dal giudice istruttore il quale, al termine del lavoro, se riteneva di averne raccolte a sufficienza, disponeva che si celebrasse il processo vero e proprio al quale non era prevista però la sua partecipazione. Era poi il pubblico ministero che, in base ai risultati raggiunti dal giudice, sosteneva l’accusa.
Questo meccanismo comportava che il vero oggetto del processo si risolvesse nella verifica della bontà della precedente attività istruttoria.
Falcone era arrivato da poco a Palermo, ma Chinnici aveva già chiare le sue potenzialità. Rosario Spatola era un ex ambulante, con una fedina penale quasi immacolata. Ma in realtà Spatola era un mafioso; conquistava appalti pubblici con abbassi estremi senza mai nessuna concorrenza. Le sue imprese e i suoi cantieri, disseminati per tutta la città davano lavoro a migliaia di persone, facevano sì che Spatola venisse dipinto con una sorta di benefattore. Falcone utilizzò un nuovo metodo d’indagine: visto che per la mafia, Palermo era  la base operativa di traffici che oltrepassavano anche gli oceani, lo stesso era necessario fare per le indagini corrispondenti. Gli accertamenti bancari divennero il fulcro della nuova istruttoria. I direttori delle banche di Palermo ricevettero una richiesta d’invio di tutte le distinte di cambio di valuta estera, relative a un certo periodo di tempo. Una rivoluzione. Nessuno, prima d’ora, si era mai addentrato così profondamente negli istituti di credito, ma soprattutto nessuno si era mai concentrato sulle connessioni tra un avvenimento e l’altro. Il metodo Falcone era appena nato e già risultava vincente. Purtroppo però, Giovanni Falcone fin da subito dovette fare i conti con i suoi nemici. E in questo caso non si parla di mafia, ma bensì di componenti della magistratura stessa. Si trovò isolato dalle istituzione, dai colleghi e dall’opinione pubblica e si trovò fin da subito a difendere tenacemente le sue capacità di contrasto come se fosse un novellino.  
Diceva spesso “Debbo sempre dare delle prove, fare degli esami”.
Come si dimostrò in seguito, la mafia era insediata ovunque, Stato compreso, e la diffidenza nei confronti di quel giudice che “dava fastidio” non cessò mai. Era un magistrato “scomodo”, visto che  il suo impegno nel recupero della legalità, urtava gli interessi di troppa gente.  I mafiosi non erano gli unici a sentirsi danneggiati dalla sua azione di risanamento. Nonostante Giovanni Falcone sia stato fin da subito un “uomo solo” ovvero non sostenuto e non protetto dallo Stato, fece la storia.  
Istituì, insieme al pool antimafia, il primo processo penale contro i crimini legati alla criminalità organizzata: il maxi processo.
Di importanza rilevante, nell’istituzione del maxi processo fu la collaborazione dei pentiti di mafia. Ma perché i mafiosi si pentono? Si potrebbe dire che il  pentimento è un moto autonomo della coscienza e sfocia nella  “conversione”. Gli episodi che lo circondavano  e si moltiplicavano con  progressione nell’Italia dei primi anni ’80, erano esempi di pentimento opportunistico e strumentale. Un pentimento indotto, o addirittura “estorto”, con la promessa di sconti di pena, privilegi carcerari e nella migliore delle ipotesi, di una nuova insperata e immeritata libertà. Nel febbraio del 1982, mentre in Parlamento si discuteva la cosiddetta “legge sui pentiti”, che prevedeva notevoli sconti di pena per i collaboratori di giustizia, l’onorevole Leonardo Sciascia, deputato nelle file del Partito Radicale, insorse: “Mi pare che il Parlamento, votando questa legge, si metta sotto i piedi sia i principi morali sia il diritto”. A suo dire, “bisogna anche pensare alle famiglie delle vittime. La grazia si può concepire ma ci vuole sempre un certo consenso da parte di coloro che sono stati colpiti”.


Nel [[1977]] il presidente del tribunale di Trapani, Cristoforo Genna, specificò che «nel rendimento globale dell’ufficio il suo apporto di lavoro è risultato il più elevato per quantità e certamente fra i più pregevoli»<ref>Citato in Bianconi, op. cit.</ref>.


2.1 IL PRIMO COLLABORATORE DI GIUSTIZIA:  TOMMASO BUSCETTA
====Il trasferimento a Palermo come giudice della sezione fallimentare====
Con la cattura, nel 1983, del “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta, la vicenda del suo pentimento si intreccia in maniera decisiva con la preparazione del maxiprocesso di Palermo contro la mafia siciliana.
Nonostante i successi professionali, Falcone si decise a chiedere il trasferimento a Palermo, che ottenne nel [[1978]]. I pettegolezzi di una storia extra-coniugale della moglie col presidente del Tribunale lo convinsero a fare domanda per la sezione fallimentare del Tribunale della sua città natale. La moglie lo seguì, ma il tentativo di rimettere insieme i cocci del loro matrimonio fallì: i due divorziarono e Rita ritornò a Trapani, dove si sposò con Calogero Genna. Falcone rimase a vivere da solo in Via Notarbartolo, prima di trasferirsi in Via Principe di Paternò, e cominciò in quel periodo a maturare la volontà di tornare a occuparsi di diritto penale.
Tommaso Buscetta, sentendosi minacciato dai suoi avversari corleonesi che gli avevano ucciso parenti e figli, chiese di parlare con Giovanni Falcone, il magistrato palermitano che lo aveva già interrogato a Brasilia, quando Buscetta era là detenuto. Il giudice era noto al capo mafia  per la pessima reputazione che godeva all’interno di Cosa Nostra, il che lo predisponeva favorevolmente nei suoi confronti. Quando si incontrarono di nuovo nell’estate del 1984, Buscetta fu colpito dalla gentilezza e dall’interesse profondo e genuino che Falcone dimostrò. Era chiaro che il giudice voleva innanzitutto capire. Non era il burocrate annoiato e distratto che ascoltava solo per il tempo necessario  per ottenere la conferma o meno di un fatto o un nome. Falcone era assetato di dettagli; Buscetta ammirava quest’uomo che era lo Stato come dovrebbe essere e cioè superiore a Cosa Nostra. Falcone aveva affermato che i mafiosi si pentono per diversi motivi e Buscetta, in particolare, aveva deciso di collaborare con la giustizia perché non condivideva i crismi della “nuova” mafia, lontana anni luce dall’ideologia e dalla nobiltà della “vecchia”.  Nel primo incontro ufficiale coi giudici del pool antimafia dichiarò candidamente: “Non sono un infame. Non sono un pentito. E non sono una spia, né un informatore, né un criminale che prova piacere a infrangere le leggi e sfruttare gli altri. Non mi considero una spia perché parlo in pubblico, davanti alla legge e alla gente, e non di nascosto. Non sono un informatore perché non ho venduto le mie dichiarazioni, come fanno  confidenti con la polizia. Quando ho deciso di parlare  ho chiesto solo che garantissero sicurezza e protezione ai miei familiari. Sono stato mafioso e mi sono macchiato di delitti per i quali sono pronto a pagare il mio debito con la giustizia, senza pretendere sconti né abbuoni di qualsiasi tipo. Invece, intendo rivelare tutto quanto è a mia conoscenza su quel cancro che è la mafia , affinché le nuove generazioni possano vivere in modo più degno e umano”. Buscetta non tradì la sua famiglia mafiosa. Si pentì quando la sua famiglia perse la guerra interna che si era scatenata e di cui lo stesso Buscetta era stato una delle vittime perché alcuni dei suoi più stretti congiunti erano caduti sotto il i Corleonesi. La ragione del contendere era stata la droga. I Corleonesi avevano capito che quello sarebbe stato il gigantesco affare del futuro, ma Buscetta non voleva che la mafia entrasse su quel mercato. Questa, così disse, fu la ragione di quella guerra.
Buscetta non era “l’angelo sterminatore” che incombe sulla mafia siciliana e internazionale era solo  desideroso di far presto e tornarsene negli Stati Uniti, per scansare i pericoli che chi parla corre in Italia. La mentalità di Buscetta è perfettamente mafiosa; dalla parte della legge continuava a  muoversi come avrebbe fatto dentro una famiglia ancora capace di far qualcosa: restituì i colpi ricevuti, si vendicò. Ed fu per questo  credibile in quello che rivelò al magistrato.
CONOSCERE LA MAFIA
Prima del lavoro svolto da Falcone, Borsellino e gli altri magistrati del pool antimafia, l’organizzazione della mafia era un vero e proprio mistero. La mafia infatti non si poteva combatte senza conoscerla, senza coglierne la valenza storica e sociale, senza studiare il contesto in cui si sviluppa; e non si poteva  combatte senza violare “i santuari del potere”, senza scardinare cioè, il sistema di protezioni, collusioni, compiacenze che tutt’ora la avvolge e la difende.
Per i mafiosi quei due magistrati, furono sin da subito troppo pericolosi. Falcone, come Borsellino, era cresciuto alla Kalsa, un quartiere storico del centro di Palermo, insieme a coetanei che sarebbero diventati appartenenti di “Cosa Nostra”. Anche per questo erano nemici pericolosi per la mafia. Falcone sapeva decifrare il linguaggio mafioso, decrittare allusioni e comportamenti; sapeva che ogni piccolo particolare era pregno di un preciso significato. Insomma combatteva un mondo che conosceva perfettamente. Anche per questo era riuscito per primo a far parlare i pentiti i quali avevano consentito numerosi successi. Sapeva inoltre che per guadagnare la fiducia di chi aveva deciso di rompere l’omertà era indispensabile rispettare la dignità del mafioso e non dare mai neppure l’impressione di voler piegare i fatti raccontati ad una tesi, ad una convenienza. Chiunque lo avesse fatto avrebbe perso il rispetto di questi uomini e da quel momento ci si sarebbe potuto aspettare da loro solo inganni e bugie. Buscetta disse “Era il mio faro, il giudice Falcone. Ci capivamo senza parlare. Era intuito e intelligenza, onestà e voglia di lavorare”.
Il 10 febbraio 1986 iniziò il maxiprocesso nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone che si concluse il 16 dicembre 1987, dopo quasi due anni dall’inizio del dibattimento. In questa occasione, per la prima volta, il giudice Falcone utilizzò il concetto di “convergenza”.
La parola era stata usata anche precedentemente per indicare l’esistenza di scopi che accumunavano la mafia e qualche altra entità. Ma il maxiprocesso segnò anche su questo piano, una vera e propria discontinuità. L’ennesima innovazione. Questo termine acquisì un ruolo decisivo per spiegare alcuni delitti della mafia. I giudici istruttori parlarono di “interessi convergenti”. Cosa significava ciò? Significava che i delitti, se non avessero avuto coperture operative e giudiziarie assicurate da parte delle istituzioni e dei politici, non sarebbero stati compiuti. Ancora peggio, si poteva dire che alcuni delitti non sarebbero stati compiuti spontaneamente dalla mafia se non fossero stati suggeriti da soggetti esterni, sempre per interessi propri.
La Corte d’assise di Palermo diede ragione all’accusa pronunciando verdetti di colpevolezza per oltre 300 mafiosi per un totale di 19 ergastoli e 2665 anni di carcere.
Una svolta storica nella lotta alla mafia, un successo senza precedenti. Con il clamoroso risultato del maxiprocesso, Falcone e Borsellino siglarono probabilmente la loro condanna a morte.


LE CONSEGUENZE DEL MAXIPROCESSO
In ''Cose di Cosa nostra'', rispetto al suo ritorno a Palermo, scrisse:<blockquote>«Dopo tredici anni di assenza, sono tornato a Palermo nel 1978 e ho trovato '''una città che aveva cambiato faccia'''. Il centro storico era stato quasi abbandonato. E nella Palermo liberty, le ultime splendide ville erano state demolite per far posto a brutti casermoni. Ho trovato quindi '''una città deturpata, involgarita, che in parte aveva perso la propria identità'''. Sono andato ad abitare in via Notarbartolo, una strada che scende verso via della Libertà, il cuore di Palermo. L'amministratore dello stabile, per prima cosa, mi ha spedito una lettera ufficiale che, in relazione alla mia presenza in quell'immobile e nel timore di attentati, ammoniva: “''L'amministrazione declina ogni responsabilità per i danni che potrebbero essere recati alle parti comuni dell'edificio...''” Un giorno, arrivato davanti a casa, con il mio solito seguito di sirene spiegate, purtroppo, di auto della polizia e di agenti con le armi in pugno, ho avuto il tempo di sentire un passante sussurrare: “''Certo che per essere protetto in questo modo, deve aver commesso qualcosa di malvagio!''”»<ref>Citato in ''Cose di Cosa nostra'', p. 89.</ref>.</blockquote>
Dopo la sentenza del maxiprocesso: Meli preferito a Falcone
Nei giorni successivi alla sentenza, i giornali che appoggiavano i magistrati proclamarono la fine del mito secondo il quale la mafia era una componente invincibile e inestirpabile della cultura siciliana. La sentenza del maxiprocesso rappresentò la prova del nove del lavoro svolto dai giudici del pool. Falcone si preoccupava però di sottolineare che il maxiprocesso non era nulla di più che un buon punto di partenza nella battaglia contro Cosa Nostra. All’interno della magistratura si manifestò un’insidiosa opposizione a Falcone.
Dopo la sentenza del maxiprocesso Antonino Caponnetto decise di tornare a Firenze. Il posto andò ad Antonino Meli, un magistrato a due anni dalla pensione che non aveva alcuna esperienza in materia di processi di mafia. Fu sufficiente appena un mese per cancellare tutto, per eliminare il pool antimafia. La sconfitta personale del giudice Falcone era indiscutibile. Caponnetto disse che Falcone iniziò a morire nella notte del 18 gennaio 1988 quando Meli diventò Consigliere istruttore al posto suo. Tutto ciò fu il frutto di una strategia costruita a tavolino per sconfiggere Falcone. Lo stillicidio di attacchi e di sospetti avanzati, come pure le accuse di rampantismo per le amicizie politiche, contribuirono a creare un clima di pesanti condizionamenti; Falcone si sentiva isolato e ostacolato. Si stava attuando il “progetto normalizzatore”, che rendeva vano tutto il lavoro effettuato fino ad ora dal pool antimafia. Meli, in sintonia con la linea del giudice Corrado Carnevale, assecondò la tesi della mafia vista come un’ associazione di  bande senza una strategia o un obiettivo preciso, negando cosi il principio cardine che aveva portato ai successi contro la mafia: l’unicità di Cosa Nostra. Inoltre Meli, ormai in aperto contrasto con Falcone, sciolse ufficialmente il pool. Un mese dopo, Falcone ebbe l'ulteriore amarezza di vedersi preferito Domenico Sica alla guida dell'Alto Commissariato per la lotta alla Mafia. Nonostante gli avvenimenti, tuttavia, Falcone proseguì ancora una volta il suo straordinario lavoro, realizzando un'importante operazione antidroga in collaborazione con Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York
2.2.2 L’attentato all’Addaura
Niente riusciva a fermare il magistrato Falcone, nemmeno le continue umiliazioni subite. Cosa Nostra allora, architettò qualcosa che aveva come fine ultimo l’eliminazione del suo nemico più agguerrito; sarà poi l’avvenimento che paleserà il terrore di Cosa Nostra nei confronti del giudice Falcone. Il segno dell’innovazione che il giudice lasciò a livello culturale.
Erano i primi giorni di giugno del 1989 e un Corvo, che conosceva tutti i segreti del Palazzo di Giustizia di Palermo, accusò Giovanni Falcone di aver manovrato un sicario, “un killer di Stato”. Era chiaramente una calunnia, ma era la mossa giusta per screditare davanti all’opinione pubblica la figura del magistrato che per molti personaggi in Sicilia è fonte di grande pericolo. La storia ha il suo principio quando, nel maggio dell’89, venne catturato Salvatore Contorno, un pentito di mafia. Contorno viveva nascosto nella provincia di Roma, sotto protezione, ma in quei giorni raggiunse Palermo per colpire i suoi nemici di cosca. Ma come arrivò a Palermo? Contorno era riuscito a eludere i controlli della polizia, anche se qualcuno non si trattenne nel dichiarare che fosse stata  proprio la polizia a “sguinzagliarlo” per stanare Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. Il tutto, con l’autorizzazione di Falcone. La notizia di Contorno a Palermo era assolutamente segreta, quindi si deduce che il Corvo fosse qualcuno tra i pochi a conoscenza di informazioni private: dopo un paio di settimane viene individuato nel sostituto procuratore della Repubblica Alberto di Pisa. La figura di Falcone però ormai era macchiata ulteriormente; venne accusato di fare il gioco sporco utilizzando un mafioso contro altri mafiosi. Si diceva che fosse andato fuori dalle regole, che non fosse un vero giudice ma uno “sbirro”. Fu il movente ideale per ucciderlo. Per eliminare una volta per tutte colui che aveva già largamente messo a repentaglio l’organizzazione di Cosa Nostra. Alcuni “uomini d’onore” piazzarono cinquantotto candelotti di esplosivo nei pressi della spiaggetta antistante la villa del giudice che prendeva d’affitto in estate, intuendo che prima o poi il magistrato vi si sarebbe diretto per un bagno. In effetti questo avvenne, ma le bombe, presumibilmente controllate da un comando a distanza, non esplosero. All'epoca ciò fu attribuito ad un fortunato caso (si parlò di un malfunzionamento del detonatore). Falcone capì subito che non era un semplice “avvertimento”, e soprattutto capì anche che ad organizzare l’attentato non furono solo i boss di Cosa Nostra: mafia ma non solo mafia, apparati dello Stato, servizi segreti.
Dopo l’Addaura Falcone era controllato a vista. Il culmine della mortificazione, dei sospetti: il giudice non sapeva più cosa fare. Cosi nel 1990, pensò di candidarsi al Csm: per trovare una collocazione temporanea e per prendere una boccata d’ossigeno dopo le tante sconfitte subite; inoltre era convinto che all’interno del Consiglio avrebbe potuto operare nel modo migliore e continuare la sua battaglia antimafia. Ma Falcone ne uscì sconfitto anche questa volta, bocciato dai suoi stessi compagni. Dopo l’ennesima delusione Falcone maturò la decisione di accettare la proposta che gli veniva da Roma di dirigere gli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia.
2.2.3 La creazione della DIA
Il 1991 fu un momento in cui le sorti del movimento antimafia subirono uno spettacolare rovesciamento. Falcone venne chiamato da Claudio Martelli, ministro di Grazia e di Giustizia, ad assumere il compito di Direttore degli affari Penali al ministero, con la responsabilità di coordinare a livello nazionale la lotta contro la criminalità organizzata. Il suo principale obiettivo fu la creazione di due organismi nazionali che sono tuttora i pilastri dell’azione contro il crimine organizzato: la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e la DNA (Direzione Nazionale Antimafia). Lavorando al centro, ossia a Roma, Falcone riuscì a fare ciò che gli era stato impedito di fare a Palermo: creare una visione unificata non soltanto di Cosa Nostra, ma dell’intero mondo del crimine organizzato italiano. L’idea era di un organismo nazionale che coordinasse le indagini fra le varie procure. Falcone volle che la nascita dell’organismo giudiziario fosse accompagnata dalla creazione della DIA. Questo organismo, formato da polizia, carabinieri e guardia di finanza, secondo la legge istitutiva si occupava in via esclusiva di tutte le indagini antimafia.
Con il ministro Martelli c’era intesa, tanto che egli diede  il via libera per un “pacchetto antimafia”. Venne annunciata quindi l’istituzione della Superprocura. Ma, ancora una volta, la magistratura italiana si rivoltò contro Falcone: per il posto di procuratore venne scelto Agostino Cordova, colui che aveva appena concluso due inchieste: una sulla massoneria e l’altra su alcuni scandali di socialisti in Calabria. Ma Falcone, inutile dirlo, non mollò. Presentò a Martelli il suo “piano”: confische dei beni, carcere duro per i boss mafiosi e una legge sui collaboratori di giustizia. Il ministro della Giustizia costrinse il presidente del consiglio Giulio Andreotti a far approvare il pacchetto anti-mafia e anche la “spedizione” dei capi di Cosa Nostra nei carceri dell’Asinara e di Pianosa.
Il governo era presieduto da Andreotti, l’uomo politico che garantiva da anni gli interessi della mafia siciliana che alimentava i suoi voti. Buscetta riferì infatti al giudice Falcone che il presidente del Consiglio  “è il referente di Cosa Nostra”. Per assurdo, il governo Andreotti verrà poi ricordato come l’esecutivo che ha approvato le più severe leggi antimafia della storia della Repubblica Italiana.
Il maxiprocesso aveva superato, nel frattempo, il vaglio del giudizio di primo e secondo grado, mostrando la solidità del suo impianto e la grande professionalità dei magistrati che ci avevano lavorato. Falcone portò al Ministero, non solo la sua grande conoscenza delle questioni di criminalità organizzata, di mafia, ma anche uno spirito nuovo. Senza di lui, questo è certo, non ci sarebbero state probabilmente molte delle iniziative che assunte successivamente dal ministro di Grazia e di Giustizia in quel periodo: i provvedimenti antiracket, le leggi sui collaboratori di giustizia, la Procura Nazionale Antimafia, il carcere duro per i mafiosi, il coordinamento internazionale con le polizie e le magistrature europee e con quella americana. Sempre in quell’anno, nell'audizione davanti al Csm del 15 ottobre 1991, Falcone richiamava la sua tesi sui tre livelli dei reati, altro concetto che diede modo a chiunque lo volesse di  riversarsi contro di lui.
In una relazione del giugno 1982, presentata a un seminario del Consiglio superiore della magistratura, aveva parlato di tre livelli di reati e considerava reati del terzo livello “delitti che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (si pensi ad esempio all'omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l'assetto di potere mafioso). La distinzione, per effetto della disinformazione e della superficialità dei media, doveva essere applicata all'organizzazione mafiosa, rappresentata come un edificio a tre piani o livelli: il primo costituito dagli esecutori dei delitti, il secondo dai capi, il terzo da un vertice politico-finanziario, una sorta di supercupola.
E’ doveroso  ricordare le polemiche degli ultimi anni di vita di Falcone, gli attacchi di tanti che di fronte alle affermazioni con cui rifiutava quella rappresentazione sostenevano che così negava l'esistenza del rapporto tra mafia e politica, che teneva chiuse nei cassetti le prove di quel rapporto ecc. ecc. Quelle polemiche, per il modo in cui furono condotte, rientrano tra le vergogne nazionali, ma sono ancora più vergognose le santificazioni di Falcone dopo la sua morte da parte di molti che da vivo gli davano del traditore. Ai molti che da denigratori si sono trasformati in santificatori sono preferibili i pochi che se avevano critiche da fare a Falcone, le facevano quando era vivo e continuano a farle anche dopo la sua morte.
In una relazione del 1989 Falcone si era premurato di esplicitare il suo pensiero:
“Al di sopra dei vertici organizzativi non esistono "terzi livelli" di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere.
Cosa Nostra, però, nelle alleanze non accetta posizioni di subalternità; pertanto è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne le attività. E in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell'esistenza di una "direzione strategica" occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d'onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell'organizzazione, ne sconoscono l'esistenza. E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di "Cosa Nostra", è pur vero che in seno all'organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità”.


Ritornando al 1991, davanti al Csm il giudice Falcone commentava: “Devo dedurre che non si è voluto comprendere questo, perché si continuano a fare queste affermazioni ad effetto: "Falcone ha cambiato idea! Prima parlava del terzo livello, ora non ne parla più". Io aggiungo qualcos'altro. Affermo che non parlare di un terzo livello non è un fatto benefico a favore della classe politica, perché magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectra, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo dei rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi. Questo è il punto cruciale su cui bisogna lavorare. Questo ho sostenuto allora e devo dire che questi anni mi hanno sempre più rafforzato in questa idea.
===Giudice istruttore con Rocco Chinnici: la nascita del "Metodo Falcone"===
[[File:Falcone borsellino.jpg|250px|thumb|Giovanni Falcone con Paolo Borsellino]]
A seguito del tragico attentato al giudice [[Cesare Terranova]], il [[25 settembre]] [[1979]], Falcone cominciò a lavorare a Palermo presso l'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore [[Rocco Chinnici]] gli affidò nel maggio [[1980]] le indagini contro [[Rosario Spatola]]. È proprio durante questa  prima esperienza che iniziò a formarsi il cosiddetto “'''''metodo Falcone'''''”, un innovativo impianto per l’istruzione dei processi di [[mafia]], che utilizzava gli ordinari strumenti forniti dal codice adattandoli a una nuova visione del fenomeno mafioso.


2.3 L’ATTENTATUNI
In realtà Falcone '''non inventò nulla di nuovo''': ogni porzione d’indagine diventava così solo in apparenza scollegata con l’altra, ma di fatto ognuna era legata all'altra da '''una visione d'insieme generale'''. Le inchieste del giudice, pur avendo come campo di analisi il mondo della criminalità organizzata, coinvolsero direttamente anche quello della criminalità economica. In tale contesto venivano alla luce costantemente intrecci, sovrapposizioni o identificazioni di interessi occulti, che facevano capo a centrali d’intermediazione tra realtà politica e/o economica con quella criminale. L’intuizione forse più intelligente fu sintetizzata da una frase che Falcone amava ripetere a proposito delle indagini sui traffici di stupefacenti:  <blockquote>«La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente» </blockquote>Una vera e propria filosofia d’indagine basata '''sull’attenzione ai documenti finanziari, agli scambi di assegni, alle impronte che il denaro lasciava dietro di sé''' e che caratterizzò il metodo di lavoro di Falcone, Borsellino e degli altri magistrati del futuro [[Pool antimafia di Palermo|pool antimafia]]. Appariva evidente come la presenza della criminalità organizzata in settori economici ed in ambienti politico-istituzionali determinasse, come conseguenza, un inquinamento progressivo non solo del tessuto economico locale, ma anche del contesto sociale e della vita pubblica.
Purtroppo, l’enorme lavoro svolto personalmente da Giovanni Falcone si concluse qui. Infatti, il 23 maggio 1992 il giudice stava tornando a Palermo, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arrivò a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendevano tre Fiat Croma blindate, con un gruppo di scorta sotto il comando dell'allora capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera.
Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistemò alla guida della Croma bianca e accanto prese posto la moglie Francesca Morvillo mentre l'autista giudiziario Giuseppe Costanza andò ad occupare il sedile posteriore. Nella Croma marrone c'era alla guida Vito Schifani, con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella vettura azzurra c’erano Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. In testa al gruppo c’era  la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisarono i sicari che avevano sistemato l'esplosivo per la strage della partenza delle vetture.
Le auto lasciarono l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione pareva tranquilla, tanto che non vennero attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina guidata da Gioacchino La Barbera  si affiancò alle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; furono gli ultimi secondi prima della strage.


Otto minuti dopo, alle ore 17:58, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in una galleria scavata sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci - Isola delle Femmine venne azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina, e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, premette il pulsante in anticipo, sicché l'esplosione investì in pieno solo la Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, e su fino ad una zona pianeggiante alberata; i tre agenti di scorta morirono sul colpo.
Tutto questo Giovanni Falcone lo aveva prima intuito attraverso l’attenta lettura dei  fascicoli processuali e poi dedotto dagli eventi ricostruiti nel corso delle indagini. Fu in questo modo che il giudice sviluppò una conoscenza e una capacità di analisi attraverso atti istruttori, nel rispetto totale non solo delle norme, ma anche '''nel rispetto totale delle persone'''.
La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schiantò invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Rimasero feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resistette, e si salvarono miracolosamente anche un'altra ventina di persone che al momento dell'attentato si trovavano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell'eccidio.
L'Italia intera, sgomenta, trattenne il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e contrastante, sicché alle 19:05, ad un'ora e sette minuti dall'attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo morirà anch'essa, intorno alle 22.  


Insieme allo scoppio della bomba di tritolo ci fu il terremoto. L’epicentro era lì, allo svincolo autostradale per Capaci dove alle 17,58 del 23 maggio 1992 si aprì il cratere che inghiottì Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti di scorta, ma gli effetti arrivarono fino a Roma. Nei palazzi del potere. E proseguirono con la strage che due mesi dopo dilaniò Paolo Borsellino e cinque agenti che avrebbero dovuto sorvegliare sulla sua sicurezza: la scossa di assestamento. Vent’anni fa la mafia ha ucciso Falcone, ma ha pure cambiato il corso della politica italiana. A cominciare dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica avvenuta quarantotto ore dopo l’eccidio, e senza l’esplosione chissà quanto si sarebbe andati avanti e con quali risultati. Le conseguenze del terremoto, quasi uno tsunami, si trascinano ancora oggi con le polemiche sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia avviata tra una bomba e l’altra, e con indagini che anziché chiarire i punti oscuri sembrano indicare ogni volta nuovi buchi neri. Gli esecutori materiali della strage sono stati in gran parte individuati, manca ancora qualche frammento che i magistrati stanno tentando di colmare dopo le ultime dichiarazioni di nuovi pentiti, e così i mandanti di Cosa nostra.
=== L'incontro con Francesca Morvillo ===
A differenza di quello di via D’Amelio , quello di Capaci è un attentato quasi «limpido». Organizzato per regolare i conti tra l’organizzazione criminale forse in quel momento più potente al mondo e il magistrato che più di tutti l’aveva compresa e combattuta, ottenendo risultati giudiziari mai raggiunti prima. Questo è sicuro, ma forse c’è dell’altro. Perché un regolamento di conti si poteva realizzare facendo molto meno scruscio, come dicono in Sicilia, meno rumore, e con conseguenze meno negative per la mafia. Invece i boss hanno deciso di agire in quel modo, pagando un prezzo molto alto: per questo si può sospettare che oltre alla mafia ci sia stato altro dietro le stragi. Se così fosse, ci si può solo augurare che si scopra. Non sarà facile, nella patria dei tanti misteri politico-criminali. L’altro dato certo è che con il terremoto si realizzò un tragico paradosso: la bomba tolse dalla circolazione Giovanni Falcone, ma insieme gli consentì di recuperare il rispetto di un Paese che fino a quel momento gliel’aveva negato. Mostrando nei suoi confronti diffidenza, sfiducia e perfino ostilità.
[[File:Francesca-Morvillo-e-Giovanni-Falcone.jpg|alt=Giovanni Falcone e Francesca Morvillo|miniatura|250x250px|Giovanni Falcone e Francesca Morvillo]]
Nel ventesimo anniversario di quel terremoto, sarà bene tenere a mente questa triste stranezza. Prima di essere assassinato in un modo che ha fatto capire al mondo intero chi fosse, Giovanni Falcone ha subito molte sconfitte. Troppe. Cominciate subito dopo la sentenza di primo grado al maxi-processo che lui e Borsellino avevano messo in piedi con grande sapienza, scrivendo l’ordinanza di rinvio a giudizio chiusi nel super-carcere abbandonato dell’Asinara perché nella Palermo dove i poliziotti antimafia venivano ammazzati come mosche non era possibile garantire la loro sicurezza. Mentre la corte d’assise infliggeva ergastoli e migliaia di anni di carcere agli imputati portati alla sbarra da Falcone, il Consiglio superiore della magistratura decideva che al posto di capo dell’ufficio istruzione non doveva andare lui, ma un altro magistrato, che di mafia sapeva poco o niente.  
La nuova fase della vita di Falcone, segnata inevitabilmente dall'assegnazione della scorta e da una vita che sarebbe divenuta sempre più blindata, coincise con l'inizio della sua storia d'amore con [[Francesca Morvillo]], anche lei magistrato, in servizio come sostituto alla Procura presso il Tribunale dei Minorenni dal [[27 gennaio]] [[1972]]. Anche Francesca usciva da un matrimonio fallito da poco, tanto che i due non poterono sposarsi fino al 1986, in attesa delle rispettive sentenze di divorzio. Il matrimonio, officiato dall'allora sindaco di Palermo [[Leoluca Orlando]], fu celebrato solo alla presenza dei testimoni, di notte, per ragioni di sicurezza.
Come già detto, Falcone aveva già subito un attentato nel 1989, quello fallito sugli scogli della villa all’Addaura, che lui ascrisse a «menti raffinatissime», mafiose o meno che fossero; molti dubitarono dell’autenticità di quel progetto  e la repentina nomina a procuratore aggiunto di Palermo fu quasi un collettivo lavaggio delle coscienze.
Sono stati necessari cinquecento chili di tritolo sotto un pezzo di autostrada per far cessare gli attacchi contro Giovanni Falcone. E’ bene non dimenticarlo, nelle commemorazioni che giustamente illustreranno i successi del giudice antimafia per eccellenza, e ne tesseranno le lodi. Perché è vero che è “beato quel Paese che non ha bisogno di eroi” , ma ancora più beato sarebbe quel Paese che non ha bisogno di eroi celebrati solo dopo la morte, mentre in vita erano disconosciuti e osteggiati.
E c’è dell’altro. Sia il concorso esterno sia la legge sui pentiti, sono traguardi che sono stati raggiunti “dopo”. Cosa significa? Significa che Falcone, cosi come Borsellino e tutti coloro che hanno combattuto contro la mafia, sono dovuti morire per ottenere dei veri risultati. Falcone cominciò  da subito, appena messo piede in magistratura, a rivoluzionare larga parte delle tecniche giudiziarie applicate ai reati mafiosi. Ma ancora prima di questo, fece una cosa ancora più importante: rese effettiva l’esistenza della mafia. Giovanni Falcone  fu l’artefice di un’innovazione culturale. Provare l’esistenza della mafia e riconoscerla come nemica, fu il primo passo essenziale per la lotta ad essa. Sempre da Falcone, deriva l’innovazione di tipo investigativa: fu il primo ad interessarsi degli spostamenti di denaro anche transoceanici, partendo dal caso Spatola. Intuì l’importanza dei collegamenti, di come essi potessero aiutare a risolvere più casi collegati tra loro. Istituì il maxiprocesso, mediante l’aiuto dei pentiti, mafiosi che acconsentirono a parlare, ma solo con lui. Riuscì ad ottenere l’approvazione del decreto legge per l’incarcerazione dei boss mafiosi. L’attentato all’ Addaura fu proprio il segnale chiaro e forte, molto forte, che anche Cosa Nostra aveva paura dell’uomo che era Falcone: l’unico uomo che potesse far paura a quella gente. L’unico uomo che fu capace di una rivoluzione. Con la sua morte si ottenne la legge riguardante i pentiti, il concorso esterno per associazione mafiosa venne classificato e riconosciuto come reato. Falcone non si è fermato neanche dopo la strage.  


Sono passati vent’anni dall’assassinio di Giovanni Falcone e l’ Italia, si sente ripetere spesso, è un Paese senza memoria. Un Paese in cui la giustizia non funziona perché non riesce ad accertare le responsabilità. Un Paese in cui il torto e la ragione, i carnefici e le vittime, il male e il bene si confondono in un’immensa zona grigia, popolata da gente in attesa di capire chi vincerà e quindi da quale parte schierarsi. Almeno nel caso di Giovanni Falcone si può dire che non è andata così. “Il 23 maggio e il 19 luglio 1992 - giorno della morte di Paolo Borsellino, collega e amico che ha combattuto quanto e al fianco Falcone, e per questo i due nomi, Falcone e Borsellino, vanno spesso citati e nominati come se fossero uno - non sono due date da ricordare come anniversari di morte, ma come celebrazioni di vite” ha scritto Giuseppe Ayala , ricordando i due colleghi con cui istruì il maxiprocesso di Palermo alla mafia.
Come ricordò '''Enzo Biagi''', quando chiesero a Falcone perché i due non facessero un bambino, il giudice rispose: «Non si fanno orfani, si fanno figli»<ref>Enzo Biagi, ''Matrimonio “blindato” nella notte'', Corriere della Sera, 24 maggio 1992.</ref>.


Falcone e Borsellino sono vivi perché la foto più vista in questi vent’anni in Italia è quella che li vede uno accanto all’altro, a un convegno, mentre sorridono e si parlano all’orecchio. Sono vivi perché pure i giovani che non li hanno mai conosciuti ricordano - caso rarissimo - i loro nomi. Sono vivi perché l’albero sotto casa di Falcone è diventato uno dei simboli della Palermo di oggi, anche se è mal tollerato dalla Palermo che con la mafia ha sempre convissuto, anzi proprio per questo. Sono vivi non perché siano due immaginette sacre destinate a mettere tutti d’accordo, ma perché il loro martirio - in senso letterale: testimonianza - continua a non lasciare indifferenti, a mettere ognuno di fronte alle proprie responsabilità, a scegliere un campo: o con le mafie o con lo Stato, o con la criminalità organizzata o contro.
===Il processo Spatola===
Scrive Buscetta “ Una telefonata del dottor De Gennaro  mi comunicò che Giovanni Falcone era saltato in aria a Capaci insieme alla moglie. La notizia per me è stata terribile. Quel giorno ho visto cadere al suolo n grande albero, il più alto e forte della foresta”.
La stoffa di Giovanni Falcone fu subito chiara con l’esito del processo di Rosario Spatola. Il processo al trafficante mafioso nasceva da un rapporto di polizia giudiziaria, presentato al procuratore della Repubblica [[Gaetano Costa]].
Vent’anni dopo, si può dire che la loro lezione sia integra, intatta. I loro nomi sono familiari a più generazioni, come non accade quasi mai. Sono molte le scuole, le associazioni, le strade, le iniziative dedicate alla loro memoria. I loro familiari hanno tenuto vivo il ricordo senza mai cedere a quel rancore che talora avvelena le vite dei sopravvissuti. I loro allievi nei palazzi di giustizia e anche tra le forze dell’ordine (molti dirigenti di ps alla guida delle principali questure italiane hanno lavorato con Falcone e Borsellino) hanno inflitto duri colpi alle mafie. La battaglia non è certo vinta, la criminalità organizzata si infiltra al Nord, investe all’estero, ottiene la collaborazione di prestanome ed esperti negli ambienti più impensati. Però il rifiuto dell’omertà, del pizzo, del racket, dell’usura, dell’umiliazione, del silenzio ha messo le radici nella società meridionale, e non solo. L’eredità di Falcone e Borsellino è ad esempio in iniziative che un tempo non sarebbero state possibili. Sono molti i libri ispirati alla loro morte e alla loro lezione. Alcuni sono stati scritti da giornalisti del Corriere, come Giovanni Bianconi, che con Gaetano Savatteri ha ricostruito la fine di Falcone in “L’attentatuni”, inchiesta divenuta serie tv. Storia di Giovanni Falcone è la biografia firmata da Francesco La Licata della Stampa, grande reporter di mafia che al magistrato fu molto vicino.  Tanto è rimasto del giudice Falcone, come scrive Ayala, “Falcone se n’è andato. L’albero è rimasto. E mi piace credere che sia diventato un simbolo perché qualcuno ha pensato a quante volte si sono posati su di lui gli occhi di Giovanni. Attraverso quell’albero sentiamo che ci continua a guardare. Ed è molto dolce e consolante sentirsi addosso quello sguardo che nessuno riuscirà mai a spegnere. Perché ci sarà sempre qualcuno che lo terrà vivo”.  


Era diventata subito una questione molto delicata, in quanto il procuratore si era esposto personalmente firmando ordini di cattura nei confronti di alcuni personaggi mafiosi coinvolti nel business legato al traffico di stupefacenti tra Sicilia e Stati Uniti. '''Costa fu lasciato solo nel gestire la questione'''. Il processo, come prevedeva il vecchio codice di procedura  penale, arrivò nelle mani del giudice Rocco Chinnici che, come già detto, lo affidò proprio a Falcone, l’ultimo arrivato.


Era l’epoca del processo cosiddetto '''inquisitorio''' (ovvero c’era un  giudice che istruiva e valutava la prova), molto diverso da quello attuale, che si fonda sul modello '''accusatorio''' (ove c’è un’accusa esercitata da un soggetto distinto dal giudice). Nel codice oggi in vigore '''la fase istruttoria non esiste più''': la prova si forma direttamente davanti al giudice; il pubblico ministero porta le prove a sostegno dell’accusa e la difesa le contrasta fornendo le proprie e il giudice decide in base al proprio convincimento. Allora invece, le prove erano messe insieme dal giudice istruttore il quale, al termine del lavoro, se riteneva di averne raccolte a sufficienza, disponeva che si celebrasse il processo vero e proprio al quale non era prevista però la sua partecipazione. Era poi il pubblico ministero che, in base ai risultati raggiunti dal giudice, sosteneva l’accusa. Questo meccanismo comportava che il vero oggetto del processo si risolvesse nella verifica della bontà della precedente attività istruttoria.


BIBLIOGRAFIA
Rosario Spatola era un ex ambulante, con una fedina penale quasi immacolata. Ma in realtà Spatola era un mafioso: conquistava appalti pubblici con abbassi estremi senza mai nessuna concorrenza. Le sue imprese e i suoi cantieri, disseminati per tutta la città davano lavoro a migliaia di persone, facevano sì che Spatola venisse dipinto con una sorta di benefattore.


- Arlacchi P., Addio Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1994
[[File:Falcone caponnetto.jpg|200px|thumb|right|Giovanni Falcone con Antonino Caponnetto]]
Falcone utilizzò un nuovo metodo d’indagine: visto che per la mafia Palermo era la base operativa di traffici che oltrepassavano anche gli oceani, lo stesso era necessario fare per le indagini corrispondenti. '''Gli accertamenti bancari divennero il fulcro della nuova istruttoria'''. I direttori delle banche di Palermo ricevettero una richiesta d’invio di tutte le distinte di cambio di valuta estera, relative a un certo periodo di tempo. Una rivoluzione. Nessuno, prima d’ora, si era mai addentrato così profondamente negli istituti di credito, ma soprattutto nessuno si era mai concentrato sulle connessioni tra un fatto e l’altro. Il metodo Falcone era appena nato e già risultava vincente.


- Ayala G., Chi ha paura muore ogni giorno, Milano, Mondadori, 2008
Purtroppo però, il giudice fin da subito dovette fare i conti con '''i suoi nemici'''. E in questo caso non si parla di mafia, bensì di '''componenti della magistratura stessa'''. Si trovò isolato dalle istituzioni, dai colleghi e dall’opinione pubblica e si trovò fin da subito a difendere tenacemente le sue capacità di contrasto come se fosse un novellino. Diceva spesso: «debbo sempre dare delle prove, fare degli esami».


- Bolzoni A., Uomini soli, Roma, Melampo Editore, 2012
=== Al lavoro nel Pool Antimafia===


- Caponnetto A., I miei giorni a Palermo ( con Saverio Lodato), Milano, Garzanti, 1992
*Per approfondire, vedi la voce [[Pool antimafia di Palermo]]


- Cavalli A., Incontro con la sociologia, Bologna, Il Mulino, 2001
Il [[29 luglio]] [[1983]] [[Rocco Chinnici]] fu ucciso con un'autobomba sotto casa. Due mesi dopo, il [[1° ottobre]], la madre di Giovanni morì, dopo aver avuto un primo infarto dopo l'omicidio del [[Carlo Alberto dalla Chiesa|Generale dalla Chiesa]]. La morte della madre subito dopo quella di Chinnici segnò profondamente il giudice, tanto che, ha confidato la sorella Maria, l'inevitabilità di un attentato alla sua vita veniva vissuto in famiglia come qualcosa di ineluttabile<ref>Citato in La Licata, op. cit., p. 64.</ref>.


- Dalla Chiesa F., La convergenza, Milano, Melampo, 2010
Dopo la morte di Chinnici, il CSM scelse [[Antonino Caponnetto]], anziano giudice in servizio a Firenze. Chi si aspettava una direzione dell'ufficio diversa da quella di Chinnici, dovette ricredersi: Caponnetto non solo riprese la prassi inaugurata dal suo predecessore, ma il [[16 novembre]] di quell'anno istituì ufficialmente il "[[Pool antimafia di Palermo|pool antimafia]]”. Il primo passo di Caponnetto fu una lunga conversazione con Falcone che tracciò un quadro breve, ma esauriente, dei problemi di mafia e degli schieramenti. I componenti del pool furono lo stesso Falcone, [[Giuseppe Di Lello|Giuseppe Di Lello Finuoli]], [[Paolo Borsellino]] e infine [[Leonardo Guarnotta]], il giudice più anziano.
[[File:Pool antimafia zecchin.jpg|alt=pool antimafia di palermo|miniatura|Il pool antimafia]]
Iniziò così, nell'ostilità dell'intero Palazzo di Giustizia e delle classi dirigenti palermitane, il lavoro del pool attorno al c.d. ''Processo dei 162'', nucleo originale del Maxiprocesso, che 2 anni e mezzo dopo avrebbe portato alla sbarra [[Cosa Nostra|Cosa nostra]], oramai controllata dai [[Clan dei Corleonesi|Corleonesi]] di [[Salvatore Riina|Totò Riina]] e di [[Bernardo Provenzano]].


- Falcone G. (in collaborazione con Marcella Padovani), Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1991
Significativa del clima d'odio nei confronti di Falcone e del pool divenne una lettera inviata il [[14 aprile]] [[1985]] al ''Giornale di Sicilia'' da tale '''Patrizia Santoro''', signora che dichiarava di vivere nei pressi dell'abitazione del magistrato, in Via Notarbartolo:<blockquote>«Regolarmente tutti i giorni (non c’è sabato o domenica che tenga), al mattino, nel primissimo pomeriggio e alla sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente assillata da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora, mi domando, è mai possibile che non si possa riposare un poco nell’intervallo del lavoro e, quanto meno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte? Non è che questi “''egregi signori''” potrebbero essere piazzati tutti insieme in villette alla periferia della città, in modo tale che sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori e l’incolumità di noi tutti, che nel caso di un attentato siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici)?»</blockquote>Rispetto a quanto si racconta oggi, il lavoro di Giovanni Falcone e dell'intero pool antimafia '''fu aspramente osteggiato''' tanto dalla mafia che dalla stragrande maggioranza della società e delle classi dirigenti palermitane, tanto che il giudice arrivò a convincersi che:<blockquote>«la mafia ''non è un cancro'' proliferato per caso su un tessuto sano. Vive ''in perfetta simbiosi'' con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione»<ref>''Cose di Cosa Nostra'', p.93. Corsivi nostri.</ref>.</blockquote>Anche a seguito delle lamentele dei suoi vicini, Falcone restrinse ulteriormente i suoi spazi di libertà, arrivando anche a non andare più a nuotare nella piscina comunale per le evidenti misure di sicurezza che ciò comportava.


- Grasso P., Per non morire di mafia, Milano, Sperling & Kupfer, 2009
====La svolta: il pentimento di Tommaso Buscetta====
[[File:Tommaso Buscetta.jpg|200px|miniatura|Tommaso Buscetta nell'aula bunker del Maxiprocesso|alt=Tommaso Buscetta]]
La vera svolta nelle indagini su [[Cosa Nostra|Cosa nostra]] avvenne con il pentimento di [[Tommaso Buscetta]]. Il ''boss dei due mondi'', come lo aveva ribattezzato la stampa, era stato estradato in Italia il [[15 luglio]] [[1984]] dal Brasile. Nel viaggio in aereo aveva ingerito stricnina, ma sopravvisse al tentativo di suicidio. Il primo incontro con Falcone avvenne a Brasilia, dove il boss era stato incarcerato. Lì il giudice capì che il boss era disposto a collaborare. E così fu: il [[18 luglio]] [[1984]] Buscetta ufficializzò la sua volontà a rendere dichiarazioni che si rivelarono fondamentali per l'istruzione del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]]. Per 45 giorni Don Masino mise nero su bianco tutto quello che sapeva su Cosa Nostra. Fu talmente importante la testimonianza di Buscetta, che Falcone ebbe a dire, anni dopo: <blockquote>«Prima di lui, non avevo - non avevamo - che un'idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare coi gesti»<ref>Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Milano, BUR, 1991, pag.41</ref>.</blockquote>


- La Licata F., Storia di Giovanni Falcone, Milano, 2002
==== La "vacanza" all'Asinara ====
Durante le indagini, Cosa nostra aveva continuato a mietere vittime: nell'estate [[1985]] erano stati eliminati [[Beppe Montana]] e [[Ninni Cassarà]], entrambi stretti collaboratori di Falcone e Borsellino. Subito dopo, l'allora Questore di Palermo, essendo arrivata la soffiata di un attentato ai danni dei due giudici, costrinse Falcone e Borsellino a soggiornare nella foresteria del '''super-carcere dell'Asinara''', insieme alle loro famiglie, così da poter continuare a lavorare, seppur con molte difficoltà, senza il pericolo di attentati. Come avrebbe ricordato Borsellino davanti al CSM il [[31 luglio]] [[1988]], lo Stato addebitò ai due giudici le spese di vitto e alloggio presso il carcere:<blockquote>«Dal gennaio al novembre del 1985, tanto per fare un esempio, non credo di essere uscito se non per 4-5 ore al giorno (e per giorno intendo le 24 ore) dalla mia stanza senza finestre nel bunker. O meglio ne uscii, perché dopo l'omicidio del commissario Cassarà fummo chiamati, io e Falcone, dal questore di Palermo dell'epoca il quale ci disse che lo stesso giorno dovevamo essere segregati in un'isola deserta assieme alle nostre famiglie, perché se questa ordinanza non la facevamo noi, se ci avessero ammazzati, non la faceva nessuno, perché nessuno era in grado di metterci mano. Siccome io protestai, dicendo che questa decisione non doveva essere attuata immediatamente, perché Falcone è senza figli, ma io avevo famiglia e dovevo regolarmi le mie faccende, mi fu risposto in malo modo che i miei doveri erano verso lo Stato e non verso la mia famiglia. Sta di fatto che riuscii a ottenere 24 ore di proroga, ma dopo 24 ore scaricarono me, Falcone e rispettive famiglie in quest'isola. Tra parentesi - io non amo dirlo, ma lo devo dire - tutta questa vicenda ha provocato una grave malattia a mia figlia, l'anoressia psicogena, e mi scese sotto i 30 chili. Siamo stati buttati all'Asinara a lavorare per un mese e alla fine ci hanno presentato il conto, ho ancora la ricevuta!»<ref>Consiglio Superiore della Magistratura, Audizione di Paolo Borsellino davanti al Comitato Antimafia, 31 luglio 1988, pp. 32-33.</ref>.</blockquote>


===Il Maxiprocesso di Palermo===
*Per approfondire, vedi [[Maxiprocesso di Palermo]]
[[File:Giovanni falcone maxiprocesso.jpg|200px|thumb|right|Giovanni Falcone]]
Finalmente la sera dell'[[8 novembre]] 1985, dopo enormi sacrifici e tanta fatica, venne depositata l'ordinanza-sentenza che chiudeva l'istruttoria del primo grande processo contro [[Cosa Nostra|Cosa nostra]], passato alla storia come il Maxiprocesso di Palermo, che iniziò il [[10 febbraio]] [[1986]].
Il [[16 dicembre]] [[1986]], Borsellino venne nominato Procuratore Capo della Repubblica di Marsala e lasciò il pool. Come ricorderà [[Antonino Caponnetto|Caponnetto]], a quel punto gli sviluppi dell'istruttoria includevano ormai quasi un milione di fogli processuali, rendendo necessaria l'integrazione di nuovi elementi per seguire l'accresciuta mole di lavoro. Entrarono così a far parte del pool altri tre giudici istruttori: [[Ignazio De Francisci]], [[Gioacchino Natoli]] e [[Giacomo Conte]].
Il Maxiprocesso si chiuse in primo grado il [[16 dicembre]] 1987 con 360 condanne, per un totale di 2665 anni di carcere e 11,5 miliardi di lire di multe da pagare a carico degli imputati.
===La nomina di Meli e la fine del pool antimafia===
Nei giorni successivi alla sentenza, i giornali che appoggiavano i magistrati proclamarono la fine del mito secondo il quale la [[mafia]] era una componente invincibile e inestirpabile della cultura siciliana. La sentenza del maxiprocesso rappresentò la prova del nove del lavoro svolto dai giudici del pool. Falcone si preoccupava però di sottolineare come '''il maxiprocesso non fosse nulla di più che un buon punto di partenza''' nella battaglia contro [[Cosa Nostra|Cosa nostra]]. Lo stesso principio era già stato ribadito anche da [[Paolo Borsellino]], in un'intervista alla televisione svizzera del [[16 aprile]] [[1987]]: <blockquote>«Bisogna rifuggire questa opinione che si va diffondendo e che viene alimentata probabilmente ad arte che se si porta a termine questo Maxiprocesso la mafia sarà sconfitta»<ref>Citazione tratta dalla trasmissione "Carta Bianca" dell'emittente televisiva RSI, 16 aprile 1987, [https://www.rsi.ch/play/tv/carta-bianca/video/carta-bianca-nando-della-chiesa-e-paolo-borsellino-?urn=urn:rsi:video:13246719 disponibile integralmente qui].</ref>.</blockquote>Dopo la sentenza, Antonino Caponnetto fu costretto, per ragioni di salute e suo malgrado, a fare ritorno a Firenze: accettò di dare le dimissioni anche perché gli era stata data rassicurazione dagli uomini dello Stato che il suo posto sarebbe andato a Falcone, tanto da dichiararlo anche pubblicamente<ref>citato in Nando dalla Chiesa, Una Strage Semplice, Milano, Melampo Editore, p. 82-83</ref>. Ciononostante, il [[19 gennaio]] [[1988]] il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì [[Antonino Meli]], un magistrato a due anni dalla pensione che non aveva alcuna esperienza in materia di processi di mafia.
Meli, presidente della Corte di Assise di Caltanissetta, aveva fatto domanda per un altro posto, quello di Presidente del Tribunale di Palermo: la notte prima della scadenza del bando per il nuovo capo dell'Ufficio Istruzione, ricevette una telefonata da un collega che lo convinse a candidarsi per quel posto, anche se meno prestigioso.
Meli aveva 16 anni in più di Falcone ed era vicino alla pensione; tra i candidati che si erano presentati fino a quel momento, la più autorevole era la candidatura del pupillo di Caponnetto, ma anche per merito delle polemiche emerse un anno prima con l'articolo di [[Leonardo Sciascia|Sciascia]] sui "[[I professionisti dell'Antimafia|Professionisti dell'Antimafia]]" (come dichiarò anche Paolo Borsellino dopo la morte di Falcone) il CSM era orientato a tornare al criterio dell'anzianità rispetto a quello della competenza che aveva fatto vincere a Borsellino il posto di Procuratore Capo a Marsala.
I nemici di Falcone dentro e fuori allo Stato riuscirono a reclutare contro il magistrato del pool antimafia giudici togati e di nomina politica provenienti da tutta Italia<ref>Ibidem</ref>. Le correnti si spaccarono. Il relatore '''Umberto Marconi''' sostenne che "''Accentrare il tutto in figure emblematiche pur nobilissime è di certo fuorviante e pericoloso... c'è '''un distorto protagonismo giudiziario'''... si trasmoda nel mito''"<ref>Ivi, p.84</ref>.
L'affondo finale venne da '''Vincenzo Geraci''', il pubblico ministero che aveva accompagnato Falcone al primo interrogatorio con Buscetta: <blockquote>«Se da un lato, infatti, le notorie doti di Falcone e i rapporti personali e professionali che coltivo con lui mi indurrebbero a preferirlo nella scelta, a ciò mi è però dì ostacolo la personalità di Meli, cui l’altissimo e silenzioso senso del dovere, costò in tempi drammatici la deportazione nei campi di concentramento della Polonia e della Germania, dove egli rimase prigioniero per due anni. In tali condizioni vi chiedo pertanto di comprendere con quanta sofferenza e umiltà mi sento portato ad esprimere il mio voto di favore».</blockquote>Fu per questo episodio che, durante il suo ultimo discorso a Casa Professa, quando [[Paolo Borsellino|Borsellino]] parlò di "''qualche Giuda''" che tradì Falcone, tutti i presenti pensarono a lui<ref>Il tema è controverso. Se da un lato Borsellino non pronunciò il nome di Geraci, il fatto venne ribadito dalla presa di posizione di Caponnetto, Ayala e Arlacchi che minacciarono di non partecipare il 22 ottobre 1992 alla puntata di Telefono Giallo condotta da Corrado Augias, qualora fosse stata confermata la partecipazione di Geraci. Attualmente è in corso un procedimento per diffamazione contro il giornalista Rino Giacalone che nel 2012 rievocò la seduta del CSM in un articolo su Il Fatto Quotidiano, non ancora conclusasi dopo oltre 10 anni.</ref>. Il plenum del CSM il [[19 gennaio]] [[1988]] votò, dopo un confronto accesissimo, a favore di Antonino Meli.
{| class="wikitable sortable mw-collapsible"
|+ Tabella 1. Il risultato della votazione del 19 gennaio 1988 che bocciò Falcone
|'''A favore di Meli:  14'''
|'''A favore di Falcone: 10'''
|'''Astenuti: 5'''
|-
|Agnoli Francesco Mario
| Abbate Antonio Germano
| Lombardi Bartolomeo
|-
|Borrè Giuseppe
|Brutti Massimo
|Mirabelli Cesare (Vicepresidente)
|-
|Buonajuto Antonio
| Calogero Pietro
|Papa Renato Nunzio
|-
|Cariti Giuseppe
|[[Gian Carlo Caselli|Caselli Gian Carlo]]
|Pennacchini Erminio
|-
|Di Persia Felice
|Contri Fernanda
|Sgroi Vittorio
|-
|Geraci Vincenzo
|D'Ambrosio Vito
|
|-
|Lapenta Nicola
|Gomez d'Ayala Mario
|
|-
|Letizia Sergio
|Racheli Stefano
|
|-
|Maddalena Marcello
|Smuraglia Carlo
|
|-
|Marconi Umberto
|Ziccone Guido
|
|-
|Morozzo della Rocca Franco
|
|
|-
|Paciotti Elena Ornella
|
|
|-
|Suraci Sebastiano
|
|
|-
| Tatozzi Gianfranco
|
|
|}
Fu sufficiente '''appena un mese per cancellare tutto''' e per eliminare il [[Pool antimafia di Palermo|pool antimafia]]. La sconfitta personale di Falcone era sotto gli occhi di tutti: Caponnetto prima e Borsellino poi avrebbero dichiarato dopo la sua morte che '''Falcone''' '''aveva iniziato a morire proprio quella notte''', quando Meli diventò Consigliere istruttore al suo posto. Il risultato finale, con le strategiche astensioni, fu il frutto di un disegno preciso costruito a tavolino.
Lo stillicidio di attacchi e di sospetti avanzati, come pure le accuse di rampantismo per le amicizie politiche, contribuirono a creare un clima pesante: Falcone si sentiva isolato e ostacolato. Si stava attuando il “''progetto normalizzatore''”, che rendeva vano tutto il lavoro effettuato fino a quel momento dal pool antimafia.
Meli, in sintonia con la linea del giudice [[Corrado Carnevale]], assecondò la tesi della mafia vista come un’associazione di  bande senza una strategia o un obiettivo preciso, negando cosi il principio cardine che aveva portato ai successi contro la mafia: l’unicità di Cosa Nostra. Inoltre Meli, ormai in aperto contrasto con Falcone, sciolse ufficialmente il pool.
Un mese dopo, Falcone ebbe l'ulteriore amarezza di vedersi preferito [[Domenico Sica]] alla guida dell'''Alto Commissariato per la lotta alla mafia''. Nonostante gli avvenimenti, tuttavia, Falcone proseguì ancora una volta il suo straordinario lavoro, realizzando un'importante operazione antidroga in collaborazione con Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York.
===Il fallito attentato all'Addaura===
* Per approfondire, vedi [[Fallito Attentato dell'Addaura]]
[[File:Addaura-falcone.jpg|alt=Casa Falcone Addaura|miniatura|200x200px|La casa che era solito affittare Giovanni Falcone all'Addaura]]
Per eliminare una volta per tutte colui che aveva già largamente messo a repentaglio la sopravvivenza di Cosa nostra, il [[21 giugno]] [[1989]] alcuni “uomini d’onore” piazzarono '''58 candelotti''' di esplosivo nei pressi della spiaggetta antistante la villa del giudice che prendeva d’affitto in estate, intuendo che prima o poi il magistrato vi si sarebbe diretto per un bagno. In effetti questo avvenne, ma le bombe, presumibilmente controllate da un comando a distanza, non esplosero. All'epoca ciò fu attribuito ad un fortunato caso (si parlò di un malfunzionamento del detonatore). Falcone capì subito che non era un semplice “avvertimento”, e soprattutto capì anche che ad organizzare l’attentato non furono solo i boss di Cosa nostra, ma vi erano coinvolte anche ''menti raffinatissime'', come dichiarò in seguito.
=== La nomina a procuratore aggiunto e il "Palazzo dei Veleni" ===
Il giorno dopo l'attentato, Il CSM lo nominò '''procuratore aggiunto''' in Procura, allora retta da Salvatore Curti Giardina, sostituito dal [[20 giugno]] [[1990]] da [[Pietro Giammanco]]<ref>La Repubblica, ''[https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/06/20/palermo-falcone-da-il-benvenuto-al-nuovo.html Palermo, Falcone dà il benvenuto al nuovo procuratore Giammanco]'', 21 giugno 1990. </ref>. L'esperienza in procura fu un'altra ''via crucis'', segnata da ostilità, incomprensioni e contrasti anche con chi era stato un tempo dalla sua parte, come il sostituto procuratore [[Gioacchino Natoli]]<ref>Citato in La Licata, op. cit., p. 119.</ref>.
Il culmine delle ostilità si raggiunse con l'invio da parte del famigerato "'''Corvo'''"<ref>I giornalisti diedero il nome alla vicenda dal film "Il corvo" (''Le Corbeau''), uscito nel 1943 e diretto dal regista Henri-Georges Clouzot, che aveva per protagonista un tale che spediva lettere anonime firmandosi "Il corvo". </ref> di una serie di lettere anonime (un paio addirittura scritte su carta intestata della Criminalpol). Queste missive anonime avevano l'obiettivo di '''diffamare Falcone''' e i colleghi [[Giuseppe Ayala]], Giuseppe Prinzivalli e Pietro Giammanco, più altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, e importanti investigatori come [[Gianni De Gennaro]] e [[Antonio Manganelli]]. Falcone veniva accusato soprattutto di avere "pilotato" il ritorno di un pentito, [[Salvatore Contorno|Totuccio Contorno]], al fine di sterminare i [[Corleonesi]], storici nemici della sua famiglia.
Il caso arrivò anche alla [[Commissione Parlamentare Antimafia|Commissione parlamentare antimafia]], allora presieduta da [[Gerardo Chiaromonte]], che il [[9 agosto]] [[1989]], convocò il collaboratore di giustizia per chiedergli conto del suo ritorno in Sicilia dagli Stati Uniti, cui corrisposero diversi omicidi a Palermo. Tuttavia, dalla lettura dei verbali, pubblicati nel 2019<ref>Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle mafie, ''Pubblicazione di atti relativi ad alcune audizioni svolte dalla Commissione di inchiesta Antimafia della X legislatura'', 27 settembre 2019. Disponibile a [https://www.parlamento.it/Parlamento/1327?foto=201 questo link].</ref>, si può facilmente intuire come sotto accusa non sembrasse lui, in quel momento in stato d'arresto (e successivamente scagionato), piuttosto Giovanni Falcone. Le domande fatte al collaboratore e poi anche all’ex-capo della Criminalpol Gianni De Gennaro restituiscono in pieno il clima di sospetti attorno al magistrato, persino all'interno della Commissione parlamentare antimafia.
Nonostante il clima di odio e invidia in cui viveva, Falcone riuscì a portare a termine importanti operazioni antimafia tra Palermo, gli Stati Uniti e il Nord Italia, come ad esempio l'indagine [[Operazione Duomo Connection|Duomo Connection]], realizzata insieme a [[Ilda Boccassini]].
==== La "telenovela giudiziaria" Di Pisa ====
Nel frattempo l'allora Alto Commissario Domenico Sica avviò indagini per scovare l'autore delle missive anonime, avviando quella che Saverio Lodato ha definito una "''telenovela giudiziaria''"<ref>Saverio Lodato, ''Quarant'anni di mafia'', pp. 262-264.</ref>. Il principale sospettato era '''Alberto Di Pisa''', già chiacchierato nel palazzo di giustizia di Palermo come autore di lettere anonime, anche se gli argomenti affrontati erano meno delicati<ref>Ibidem</ref>. Sica lo invitò a bere nel suo ufficio e prese le sue impronte, che risultarono compatibili con un'impronta trovata su una delle missive. O almeno così riferirono i servizi, salvo fare successivamente marcia indietro. In parallelo alle indagini promosse da Sica si aggiunsero quelle del procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore Celesti. 
Iniziò così un'estenuante altalena di conferme e di smentite, il tutto sui giornali e sulla stampa, con Di Pisa "''condannato''" senza processo e senza sentenze. Quando finalmente il CSM si occupò della vicenda, gli animi erano ormai esasperati. E Di Pisa deluse tutti, sia gli innocentisti che i colpevolisti, adottando una linea difensiva infelice: negava di avere scritto quelle lettere, ma disse di sottoscriverne i contenuti dalla A alla Z, esprimendosi in maniera durissima contro Falcone e De Gennaro, oltre a rivelare che [[Giuseppe Ayala|Ayala]] aveva una scopertura bancaria che sfiorava il mezzo miliardo e si chiese maliziosamente perché avesse ottenuto quel trattamento di favore. 
La conclusione del CSM fu ancora una volta salomonica: sia Di Pisa che Ayala andavano trasferiti entrambi per incompatibilità con i loro rispettivi ambienti di lavoro. Né valse a nulla la spiegazione di Ayala che il debito non era suo, bensì della moglie (e comunque era stato onorato proprio alla vigilia del definitivo verdetto del CSM).
Nel 1992 Di Pisa venne condannato in 1° grado, nel 1993 venne assolto in appello per non aver commesso il fatto, sentenza divenuta definitiva perché la Procura non fece ricorso in Cassazione. Nonostante l'assoluzione nel merito, l'etichetta del Corvo Di Pisa se la portò dietro per tutta la vita.
==== Gli attacchi del movimento antimafia e la rottura con Orlando ====
[[File:Falcone e orlando.jpg|alt=Giovanni Falcone Leoluca Orlando|miniatura|200x200px|Giovanni Falcone e Leoluca Orlando, agli inizi degli anni '90]]
Nella sua nuova veste di Procuratore aggiunto, Falcone divenne bersaglio anche di una parte del movimento antimafia. Il ''casus belli'' scoppiò in seguito alla collaborazione del mafioso Giuseppe Pellegriti, che nell'agosto 1989 fornì preziose informazioni sull'omicidio del giornalista [[Pippo Fava|Giuseppe Fava]] e sul presunto ruolo di [[Salvo Lima]] negli omicidi di [[Piersanti Mattarella]] e [[Pio La Torre]]. Il pm Libero Mancuso, che aveva raccolto le dichiarazioni di Pellegriti, informò subito Falcone, che interrogò il pentito a sua volta. Tuttavia, dopo due mesi di indagini, Falcone lo incriminò insieme ad [[Angelo Izzo]], spiccando nei loro confronti due mandati di cattura per calunnia (poi annullati dal Tribunale della libertà in quanto essi erano già in carcere). Pellegriti, dopo l'incriminazione, ritrattò, accusando Izzo di essere l'ispiratore delle accuse.
Nonostante la correttezza di quegli atti, l'incriminazione di Pellegriti fu giudicata da una parte del movimento antimafia come un cambio di rotta di Falcone, di un suo avvicinamento al potere politico siciliano. Un primo attacco al suo lavoro arrivò a sorpresa dal Sindaco di Palermo [[Leoluca Orlando]], che nel maggio [[1990]] lo attaccò pubblicamente durante la seguitissima trasmissione televisiva di RaiTre Samarcanda, dedicata all'omicidio di Giovanni Bonsignore: secondo Orlando, Falcone aveva tenuto chiusi nei cassetti una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti di [[Cosa Nostra|Cosa nostra]]. Le accuse erano indirizzate anche verso il giudice [[Roberto Scarpinato]], oltre al procuratore [[Pietro Giammanco]], ritenuto vicino ad Andreotti.
Rivolgendosi direttamente a Orlando, Falcone rispose: <blockquote>«Questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati»<ref>Silvana Mazzocchi, ''[https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/05/20/nomi-altrimenti-stia-zitto.html I nomi, altrimenti stia zitto]'', La Repubblica, 20 maggio 1990.</ref>.</blockquote>
==== La mancata elezione al Consiglio Superiore della Magistratura ====
Continuamente ostacolato dai colleghi sul lavoro e attaccato oramai anche da chi ai tempi del Maxiprocesso lo aveva sostenuto, nel [[1990]] accettò la proposta del collega Mario Almerighi di candidarsi al Csm, che lo aveva convinto facendogli l'esempio di [[Giangiacomo Ciaccio Montalto|Ciaccio Montalto]], anche lui isolato a Trapani e poi ucciso da Cosa nostra. In questo modo Falcone avrebbe trovato una collocazione temporanea, prendendo una boccata d’ossigeno dopo le tante sconfitte subite; inoltre si convinse che all’interno del Consiglio avrebbe potuto operare nel modo migliore e continuare la sua battaglia [[antimafia]]. Ma Falcone ne uscì sconfitto anche questa volta, bocciato dai suoi stessi colleghi.
==== La sentenza d'appello del Maxiprocesso ====
Ad appannare l'immagine di Falcone intervenne anche la sentenza d'appello del Maxiprocesso, pronunciata il [[12 dicembre]] [[1990]]. Nonostante le dichiarazioni dei pentiti fossero state '''confermate da riscontri oggettivi''', la sentenza ridimensionò l'importanza delle loro dichiarazioni. Risultò particolarmente '''indebolita la visione verticistica e unitaria di Cosa nostra''', nonostante non fosse stata completamente disarticolata. '''I boss della Commissione ricevettero pene variabili e ingiustificabili''' (Ad esempio, [[Salvatore Riina]] e [[Michele Greco]] furono condannati all'ergastolo ma [[Bernardo Provenzano]] solo a 10 anni e Salvatore Greco a 6 anni, mentre altri killer come Giuseppe Lucchese Miccichè non ricevettero il massimo della pena). Addirittura rimasero impuniti gli omicidi del commissario [[Boris Giuliano]], del capitano dei carabinieri [[Emanuele Basile]] e del [[Carlo Alberto dalla Chiesa|Generale Dalla Chiesa]], dopo otto anni e ben due processi. Restò, pur fragilmente, il principio che gli omicidi fossero commissionati ad un livello più alto dell'organizzazione, dunque alcuni membri della Commissione furono condannati come mandanti.
Nonostante la delusione e la rabbia provata in privato per l'esito dell'Appello<ref>Testimonianza resa da Leonardo Guarnotta a Pierpaolo Farina, direttore di WikiMafia, l'8 maggio 2018.</ref>, Falcone in pubblico ostentò comunque ottimismo, affermando che era stato fatto un passo avanti sul piano dell'impunità: <blockquote>«E' la prima volta, anche in grado di Appello, che resistono in misura non indifferente gli ergastoli. E questo è un fatto. Il processo di Palermo non è certo finito con una raffica di assoluzioni come quello celebrato 20 anni fa per i 114 della nuova mafia, non è finito nel nulla ma con 11 condanne a vita per altrettanti boss e sicari. L'impianto complessivo della istruttoria ha tenuto, ha resistito»<ref>"''Io non lotto, faccio solo le sentenze, Intervista a Giovanni Falcone e Vincenzo Palmegiano'', La Repubblica, 12 dicembre 1990</ref>. </blockquote>
==== La mancata strage a Catania al ristorante Costa Azzurra ====
Dopo la mancata elezione al Csm e vista l'impossibilità di lavorare a Palermo, Falcone maturò la decisione di accettare la proposta che gli veniva da Roma di dirigere gli '''Affari penali''' del ministero di Grazia e Giustizia. Il [[27 febbraio]] [[1991]] il CSM deliberò il collocamento «fuori ruolo col suo consenso», con la seguente motivazione: «Nominato direttore generale degli Affari penali. Luogo svolgimento incarico: Roma. Ufficio: ministero Grazia e Giustizia»<ref>Citato in Bianconi, op. cit.</ref>. Due settimane dopo, il [[13 marzo]], prese servizio a Roma.
Il giorno successivo alla delibera del Csm il [[28 febbraio]] Falcone rischio di essere vittima, con [[Pietro Grasso]], di un attentato a Catania. Il giudice era atteso al processo in cui era imputato Salvatore Inzerillo per l'omicidio del procuratore [[Gaetano Costa]] e arrivò accompagnato dall'ex-giudice a latere del Maxiprocesso. Di fronte all'insistenza di Attilio Bolzoni, Francesco La Licata e Felice Cavallaro, Falcone diede appuntamento a pranzo ai tre giornalisti a due condizioni: niente interviste, e il ristorante lo avrebbe scelto lui. I cinque si ritrovarono così al Costa Azzurra, ristorante catanese abitualmente frequentato da Nitto Santapaola.
Un collaboratore di giustizia, negli anni successivi, rivelò a Pietro Grasso che i picciotti di [[Benedetto Santapaola|Santapaola]] erano appostati coi kalashnikov pronti a fare fuoco, ma non riuscirono a rintracciare il loro capo per avere l'autorizzazione a ucciderli tutti, quindi la strage naufragò.
=== La nuova vita a Roma ===
[[File:Falcone-roma-1991.jpg|alt=Giovanni Falcone|miniatura|200x200px|Giovanni Falcone a Roma nel 1991]]
Nel suo nuovo ruolo Falcone assunse il coordinamento a livello nazionale della lotta contro la criminalità organizzata. Il suo principale obiettivo fu la creazione di due organismi nazionali che sono tuttora i pilastri dell’azione contro il crimine organizzato: la '''DIA''' ([[Direzione Investigativa Antimafia]]) e la '''DNA''' ([[Direzione Nazionale Antimafia]]). 
Nella sua idea, la DNA avrebbe dovuto coordinare le indagini tra le varie procure italiane, mentre la DIA, composta da uomini della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, avrebbe dovuto assumere un ruolo simile a quello dell'FBI statunitense. 
Come ha raccontato La Licata, il Falcone romano «''lo vedevo nel pieno del suo vigore. Mi ritornava in mente il Falcone del processo Spatola-Sindona, il giudice della grande stagione dei pentiti, delle grandi retate. Sì, sembrava rinato, Giovanni, e si apprestava a vivere un anno straordinario''»<ref>La Licata, op. cit., p. 136.</ref>. Iniziò anche una collaborazione come editorialista della Stampa, che accettò solo dopo aver incontrato il politologo '''Norberto Bobbio''', ricevendo dal maestro torinese una sorta di "benedizione"<ref>Ivi, p. 148</ref>.
La relativa quiete romana dei primi mesi venne funestata tuttavia dall'omicidio del giudice [[Antonino Scopelliti]], che doveva sostenere l'accusa del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]] in Cassazione. Ai suoi funerali Falcone confidò al fratello del collega: «''Se hanno deciso così non si fermeranno più... ora il prossimo sarò io''».
==== L'accusa di essersi venduto al potere politico ====
[[File:Falcone martelli.jpg|200px|thumb|Giovanni Falcone con l'allora ministro della giustizia Claudio Martelli]]
La vicinanza con il vicesegretario del PSI Martelli costò tuttavia a Falcone dure critiche anche dal PCI che si accingeva a diventare PDS dopo la caduta del Muro di Berlino e da altri settori del mondo politico, benché nel suo ruolo di Direttore degli Affari Penali al Ministero egli si fosse limitato fino a quel momento a lavorare per dare alla magistratura nuovi strumenti nella lotta alla [[mafia]].
Durante la staffetta televisiva Samarcanda-Maurizio Costanzo Show andata in onda il [[26 settembre]] [[1991]], in memoria di [[Libero Grassi]], andò in scena in diretta televisiva più di un attacco a Giovanni Falcone da parte di [[Leoluca Orlando]] e [[Alfredo Galasso]], esponenti del partito "''La Rete''". La trasmissione è nota anche perché in quell'occasione un giovanissimo [[Totò Cuffaro]] accusava in diretta televisiva Michele Santoro e Maurizio Costanzo di «giornalismo mafioso», che a suo dire faceva «più male alla Sicilia di dieci anni di delitti»<ref>L'estratto video è disponibile su YouTube [https://www.youtube.com/watch?v=BSiMHjDSzIs a questo link]. </ref>.
Due settimane dopo, il [[15 ottobre]], Giovanni Falcone fu costretto poi a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) da Leoluca Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando dall'anno prima. Commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, il giudice palermitano affermò che: <blockquote>«non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo».</blockquote>
===== La precisazione davanti al CSM: non esiste un terzo livello sopra Cosa nostra =====
* Per approfondire, vedi [[Terzo livello|Terzo Livello]]
Falcone davanti al CSM dovette anche smentire l'esistenza di un terzo livello organizzativo sopra [[Cosa Nostra|Cosa nostra]]. Il magistrato nel giugno 1982 aveva firmato con [[Giuliano Turone]] una relazione dal titolo "''[https://www.wikimafia.it/tecniche-di-indagine-in-materia-di-mafia/ Tecniche di indagine in materia di mafia]''", parlando di tre livelli di reati. I reati di terzo livello erano quei “''delitti che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (si pensi ad esempio all'omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l'assetto di potere mafioso''".
La distinzione, per effetto della disinformazione e della superficialità dei media, venne applicata anche all'organizzazione mafiosa, rappresentata come un edificio a tre o livelli: il primo costituito dagli esecutori dei delitti, il secondo dai capi, il terzo da un vertice politico-finanziario, una sorta di super-cupola.
Già in una relazione del [[1988]] Falcone si era premurato di esplicitare il suo pensiero: <blockquote>«Al di sopra dei vertici organizzativi non esistono "terzi livelli" di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere. Cosa Nostra, però, nelle alleanze non accetta posizioni di subalternità; pertanto è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne le attività. E in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell'esistenza di una "direzione strategica" occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d'onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell'organizzazione, ne conoscono l'esistenza. E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di "Cosa Nostra", è pur vero che in seno all'organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità»<ref>Giovanni Falcone, "''Il fenomeno mafioso: dalla consuetudine secolare all'organizzazione manageriale''", relazione letta al Convegno internazionale di studi organizzato dal Comune di Palermo sul tema "Lott alla droga: verso gli anni Novanta", oggi contenuto in "La posta in gioco", Milano, Bur, p. 331 e ss.</ref>.</blockquote>Sempre davanti al Csm, nel 1991, Falcone commentava: <blockquote>«Devo dedurre che non si è voluto comprendere questo, perché si continuano a fare queste affermazioni ad effetto: "Falcone ha cambiato idea! Prima parlava del terzo livello, ora non ne parla più". Io aggiungo qualcos'altro. Affermo che non parlare di un terzo livello non è un fatto benefico a favore della classe politica, perché magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectra, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo dei rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi. Questo è il punto cruciale su cui bisogna lavorare. Questo ho sostenuto allora e devo dire che questi anni mi hanno sempre più rafforzato in questa idea»<ref>Il testo integrale dell'audizione è disponibile sul sito del [https://www.csm.it/documents/21768/1909111/26+verbale+prima+commissione+15+ottobre+1991.pdf/ce7836e2-6333-98f6-1aeb-73dfd0432a52 Consiglio Superiore della Magistratura].</ref>.</blockquote>
=== Tutti (o quasi) contro Falcone ===
==== Le critiche al libro Cose di Cosa nostra ====
[[File:Cose-di-cosa-nostra-1-edizione.jpg|alt=Cose di Cosa Nostra 1° edizione|miniatura|250x250px|La copertina della 1° edizione di "Cose di Cosa nostra"]]
Nell'ottobre [[1991]] uscì in libreria "[[Cose di Cosa Nostra|Cose di Cosa nostra]]", il primo e unico libro di Giovanni Falcone, scritto in collaborazione con la giornalista [[Marcelle Padovani]]. Oggi è considerato, a ragione, tra i migliori libri mai scritti sulla mafia siciliana e sul fenomeno mafioso in generale. Tuttavia, quando uscì fu accolto da pesanti critiche. Falcone venne accusato di essere rimasto "''stregato dai boss''", gli rimproverarono un'eccessiva confidenza con la [[mentalità mafiosa]], fino a perdere di vista il limite che separa la tradizione siciliana dall'adesione ai falsi principi di Cosa nostra.
Il [[9 gennaio]] [[1992]] uscì su ''la Repubblica'' un durissimo articolo di Sandro Viola, che lo invitò anche a dimettersi dalla magistratura per il suo presenzialismo televisivo e mediatico, domandandosi ironicamente il perché di questa svolta da «mediocre pubblicista». L'editorialista di punta del giornale fondato da Eugenio Scalfari scriveva che:<blockquote>«scorrendo il libro-intervista di Falcone, «Cose di cosa nostra», s’avverte (anche per il concorso d’una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi»<ref>Sandro Viola, ''Falcone, che peccato...'', la Repubblica, 9 gennaio 1992. [[Falcone, che peccato...|Disponibile integralmente qui]].</ref>.</blockquote>Quel vergognoso articolo fu poi addirittura cancellato dagli archivi del quotidiano dopo la [[Strage di Capaci]], ma nel 2012 fu recuperato e reso nuovamente pubblico grazie all''''Emeroteca Tucci''' di Napoli.
Tre giorni dopo, in una puntata della trasmissione Telefono Giallo, condotta da Corrado Augias, il giornalista esordiva con:<blockquote>«Noi abbiamo imparato a conoscerla quando viveva barricato laggiù e forse l’abbiamo un po’ mitizzata. Adesso che sta al ministero e che scrive editoriali sulla ''Stampa'', le sue posizioni sembrano più morbide, più sfumate. Non vorrei dire che ci ha un po’ deluso negli ultimi tempi, ma sicuramente è cambiato: lei lo sa? Ne è consapevole?»<ref>Puntata di Telefono Giallo del 12 gennaio 1992</ref></blockquote>La trasmissione passò alla storia soprattutto per la domanda posta da una donna del pubblico. «''Lei dice nel suo libro che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei fortunatamente è ancora con noi: chi la protegge?''» La reazione del magistrato fu amarissima: «''Questo vuol dire che per essere credibili bisogna essere ammazzati?''»
==== La superprocura antimafia negata ====
[[File:Falcone-primo-piano-1992.jpg|alt=Giovanni Falcone nel 1992|miniatura|296x296px|Giovanni Falcone nel 1992]]
Quando venne varato il decreto-legge n. 367 del [[20 novembre]] [[1991]] che istituiva la [[Direzione nazionale antimafia]] fu subito polemica. Falcone venne accusato di aver ideato un decreto ''ad personam''. Tanto che molti commentatori lo definirono il decreto "coi baffi". Oltre ai soliti, gli attacchi al giudice palermitano arrivarono anche da persone che negli anni sentiva politicamente e ideologicamente vicine: dai giudici del '''Movimento per la giustizia''', la sua corrente, agli ex-amici di '''Magistratura democratica''', a tutto uno schieramento di sinistra, compreso il PDS. Le proteste sfociarono addirittura in uno sciopero dell'Associazione Nazionale Magistrati
Falcone veniva ritenuto il migliore per ricoprire l'incarico, ma venivano avanzati dubbi sulla sua indipendenza dal potere politico per il ruolo che aveva avuto al fianco di Martelli, benché ci fosse lui dietro al cosiddetto “''pacchetto antimafia''” che prevedeva tra le altre cose il carcere duro per i boss, l'ergastolo ostativo, la legge sui collaboratori di giustizia, quella sullo scioglimento dei comuni per mafia.
Nonostante l'invito a non candidarsi arrivato da più parti, Falcone il [[17 gennaio]] [[1992]] presentò domanda per diventare il primo [[procuratore nazionale antimafia]]. Come già era successo nel 1988, anche questa volta venne confezionato un candidato "''anti-Falcone''", come venne rinominato: '''Agostino Cordova''', procuratore di Palmi. La sua candidatura veniva sostenuta poiché mostrava maggiore indipendenza rispetto a Falcone, avendo da poco chiuso un inchiesta in Calabria contro mezzo partito socialista regionale.
E questo nonostante fosse merito suo se la Cassazione non annullò il [[Maxiprocesso di Palermo|maxiprocesso]]: per la prima volta, infatti, a discutere il terzo grado dello storico processo furono '''le sezioni riunite''' della Corte e non la prima sezione, presieduta da [[Corrado Carnevale]], che storicamente si era sempre occupata dei processi di mafia (facendoli finire quasi sempre in fumo).
Tanto che la Commissione per il conferimento degli uffici direttivi del Csm si era espressa a favore del magistrato calabrese (tre voti a favore, contro i due per Falcone).
L'indomani, il [[26 febbraio]], comparve un commento della vicenda a firma di '''Vincenzo Geraci''' su "Il Giornale" di Montanelli, intitolato "''Vinca l'indipendenza''":<blockquote>«Che cosa è valso dunque a sovvertire le più accreditate previsioni della vigilia, spingendo la competente commissione del Csm a proporre il nome di Agostino Cordova? [...] riteniamo che a giocare un ruolo decisivo in suo favore sia stata, insieme alla maggiore anzianità, la condizione di assoluta indipendenza dimostrata nelle innumerevoli e gravi inchieste giudiziarie da lui condotte. Sia chiaro che con ciò non intendiamo mettere in dubbio l'altrettanto sicura indipendenza di Giovanni Falcone; solo che, quest'ultima, ha forse sofferto del ruolo da lui ultimamente assunto come direttore degli Affari penali presso il Ministero di grazia e giustizia, e perciò dell'inevitabile coinvolgimento nelle scelte di politica giudiziaria di Martelli, del quale si ritiene il più autorevole e assiduo consigliere»<ref>La Licata, op. cit., pp. 158-159.</ref>.  </blockquote>Il [[12 marzo]] è ''l'Unità'' ad ospitare il commento di '''Alessandro Pizzorusso''', uno dei membri «laici» del Csm in quota Pds. Il titolo è eloquente: ''Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché''. La ragione era che «mentre Cossiga tace, Martelli continua instancabile nel tentativo di svuotare il Csm. Il principale collaboratore del ministro non dà più garanzie di indipendenza»<ref>Citato in Bianconi, l'Assedio.</ref>. 
=== L'omicidio di Salvo Lima ===
[[File:Morte-salvo-lima.jpg|alt=Morte Salvo Lima|miniatura|200x200px|La scena dell'omicidio di Salvo Lima]]
Quel giorno tuttavia la scena se la prende un altro evento, destinato a far saltare gli equilibri politici tra una parte della Democrazia Cristiana e Cosa nostra: l'omicidio dell'eurodeputato [[Salvo Lima]], reo di non aver fatto naufragare in Cassazione il Maxiprocesso come aveva promesso. Lo stesso Salvo Lima che un anno prima, alla nomina di Falcone al ministero, aveva sibilato con [[Angelo Siino]]: «''chistu si metterà l'Italia nelle mani''»<ref>Citato da Dalla Chiesa, Una Strage Semplice, p. 15.</ref>. Il commento di Falcone è laconico: «''Da questo momento può accadere di tutto''»<ref>Ivi, p. 150.</ref>.
Al giornalista Francesco La Licata spiegò: <blockquote>«Si apre un nuovo ciclo. E' vero, si chiudono i vecchi conti del maxiprocesso, ma da questo momento Cosa nostra inaugura anche una nuova linea. La mafia sta dicendo che non ha più bisogno di intermediari che possano filtrare i suoi rapporti con la politica e con le istituzioni. Da Lima in poi i rapporti vuole tenerli direttamente. Non è una novità, questa. Questi vedere quello che sta accadendo un po' ovunque durante le campagne elettorali: la mafia ha imposto i "suoi" candidati»<ref>La Licata, op. cit., pp. 166-167.</ref>.</blockquote>Secondo Falcone Cosa nostra ''doveva'' alzare il tiro. Una scelta obbligata per tenere insieme l'organizzazione, dopo le tante sconfitte dentro e fuori le aule di giustizia, con molti boss reclusi al carcere duro e la rottura del velo dell'omertà da parte di sempre più esponenti dell'organizzazione per collaborare e ottenere i benefici penitenziari. Secondo il giudice palermitano avrebbe provato a colpire le più alte cariche dello Stato. Cosa che in effetti l'organizzazione mafiosa fece.
Al magistrato Giannicola Sinisi, che lavorava con lui al ministero, dopo un incontro con alcuni esponenti del CSM relativamente alla corsa alla Dna, confidò: «''In fondo, a uno come me, che sa di dover essere ammazzato, cosa vuoi che gliene importi di fare il super-procuratore?''»<ref>Ivi, p. 168.</ref>.
===L'attentatuni: la strage di Capaci===
[[File:Strage capaci.jpg|300px|thumb|right|Una foto dopo l'esplosione della bomba]]
Sabato [[23 maggio]] [[1992]] Falcone stava tornando a Palermo, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arrivò a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendevano tre Fiat Croma blindate, con un gruppo di scorta sotto il comando dell'allora capo della squadra mobile di Palermo, [[Arnaldo La Barbera]].
Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistemò alla guida della Fiat Croma bianca e accanto prese posto la moglie [[Francesca Morvillo]], mentre l'autista giudiziario [[Giuseppe Costanza]] andò ad occupare il sedile posteriore. Nella Fiat Croma marrone, la [[Quarto Savona 15]], c'era alla guida [[Vito Schifani]], con accanto l'agente scelto [[Antonio Montinaro]] e sul retro [[Rocco Dicillo]], mentre nella vettura azzurra c’erano [[Paolo Capuzzo]], [[Gaspare Cervello]] e [[Angelo Corbo]]. In testa al gruppo c’era  la Fiat Croma marrone, poi la Fiat Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Fiat Croma azzurra. Alcune telefonate avvisarono i sicari che avevano sistemato l'esplosivo per la strage della partenza delle vetture.
Le auto lasciarono l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione pareva tranquilla, tanto che non vennero attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina guidata da [[Gioacchino La Barbera]] si affiancò alle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; furono gli ultimi secondi prima della strage.
Otto minuti dopo, alle ore '''17:58''', una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in una galleria scavata sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci - Isola delle Femmine venne azionata per telecomando da [[Giovanni Brusca]], il sicario incaricato da [[Totò Riina]]. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina, e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, premette il pulsante in anticipo, sicché l'esplosione investì in pieno solo la Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, e su fino ad una zona pianeggiante alberata; i tre agenti di scorta morirono sul colpo.
La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schiantò invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, venero proiettati violentemente contro il parabrezza. Rimasero feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resistette, e si salvarono miracolosamente anche un'altra ventina di persone che al momento dell'attentato si trovavano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell'eccidio.
L'Italia intera, sgomenta, trattenne il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e contrastante, sicché alle '''19:05''', ad un'ora e sette minuti dall'attentato, Giovanni Falcone morì dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. [[Francesca Morvillo]] sarebbe morta anch'essa, intorno alle 22:00.
Insieme allo scoppio della bomba di tritolo ci fu il terremoto. L’epicentro era lì, allo svincolo autostradale per Capaci dove alle 17:58 del 23 maggio 1992 si aprì il cratere che inghiottì Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti di scorta, ma gli effetti arrivarono fino a Roma. Nei palazzi del potere. A cominciare dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica avvenuta quarantotto ore dopo l’eccidio, che sancì la sconfitta di [[Giulio Andreotti]] e portò all'elezione di [[Oscar Luigi Scalfaro]].
===I funerali===
[[File:Funerali-falcone.jpg|alt=Funerali Giovanni Falcone|miniatura|I funerali di Giovanni Falcone]]
Lo stesso giorno dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, a Palermo, nella Chiesa di San Domenico, si tennero i funerali delle vittime, ai quali partecipò l'intera città. I più alti rappresentanti del mondo politico presenti (Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni) vennero duramente contestati dalla cittadinanza e si rischiò il linciaggio. Le immagini simbolo rimaste maggiormente impresse nella memoria collettiva furono le parole e il pianto della vedova di [[Vito Schifani]].<ref>Il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=ff0wgrgkCBM</ref><blockquote>«Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani -- Vito mio -- battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato -- lo Stato... -- chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio... di cambiare... loro non cambiano ... se avete il coraggio... di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro...di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: "Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno". Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo che avete reso questa città sangue, città di sangue... Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue -- troppo sangue -- di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore, non c'è amore per niente».</blockquote>
==Curiosità: il doppio compleanno di Falcone==
Giovanni Falcone nacque il [[18 maggio]], ma all'anagrafe risulta la data del [[20 maggio|20]]. Il motivo risiede nel fatto che all'epoca quando nasceva un figlio era usanza che fosse il padre ad andare a riconoscerlo all'anagrafe e la data di nascita ufficiale era quella della data del riconoscimento, non quella effettiva di nascita. Così Giovanni Falcone, in età adulta, era solito festeggiare due volte il compleanno, sia il 18 che il 20 maggio.
==Opere==
*''Rapporto sulla mafia degli anni '80. Gli atti dell'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo'', Palermo, S. F. Flaccovio, 1986.
*''[[Cose di Cosa Nostra]]'', in collaborazione con [[Marcelle Padovani]], Milano, Rizzoli, 1991.
*''Io accuso. Cosa nostra, politica e affari nella requisitoria del maxiprocesso'', Roma, Libera informazione, 1993.
*''La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia'', Milano, BUR Rizzoli, 2010
==Note==
<references></references>
==Bibliografia==
*Bianconi, Giovanni (2017). ''L'assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone'', Torino, Einaudi.
*Bolzoni, Attilio (2012). [[Uomini Soli|Uomini soli]], Milano, Melampo Editore.
*Caponnetto, Antonino, con Lodato Saverio (1992). ''I miei giorni a Palermo'', Milano, Garzanti.
*Dalla Chiesa, Nando (2017). ''Una Strage Semplice'', Milano, Melampo Editore.
*Falcone, Giovanni, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991). ''[[Cose di Cosa Nostra]]'', Milano, Rizzoli.
*La Licata, Francesco (2002). [[Storia di Giovanni Falcone]], Milano, Feltrinelli.


[[Categoria:Magistrati]]
[[Categoria:Magistrati]]
[[Categoria:Magistrati antimafia]]
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]]
[[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]]
[[Categoria:Nati il 18 maggio]]
[[Categoria:Nati nel 1939]]
[[Categoria:Morti il 23 maggio]]
[[Categoria:Morti nel 1992]]

Versione attuale delle 11:16, 15 apr 2022

L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.

(Giovanni Falcone)

Giovanni Salvatore Augusto Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato da Cosa nostra con la moglie Francesca Morvillo e i poliziotti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo nella strage di Capaci.

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone

Biografia

Infanzia e adolescenza

Giovanni Falcone bambino
Giovanni Falcone da bambino

Figlio di Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e di Luisa Bentivegna, Falcone nacque a Palermo, terzo di tre figli, in via Castrofilippo nel quartiere della Kalsa, lo stesso di Paolo Borsellino e di Tommaso Buscetta. Benché nato il 18 maggio 1939, la sua data di nascita risulta due giorni dopo perché il padre andò a registrarlo all'anagrafe il 20 maggio.

A causa dei bombardamenti americani, Giovanni e la famiglia dovettero abbandonare la Kalsa nel 1940, rifugiandosi a Sferracavallo, un borgo della riserva marina di Isola delle Femmine. Dopo il bombardamento della passeggiata e dei palazzi del porto, avvenuto il 9 maggio 1943, la famiglia Falcone si trasferì dai parenti della madre a Corleone. Quando vi fu l'armistizio, l'8 settembre 1943, Giovanni e la sua famiglia tornarono alla Kalsa: qui trovarono ospitalità dalle sorelle del padre, Stefania e Carmela, in quanto la loro casa risultò pesantemente danneggiata dai bombardamenti.

Giovanni Falcone giovane
Giovanni Falcone allievo dell'accademia navale (1958)

Giovanni frequentò le scuole elementari al Convitto Nazionale di Palermo (a lui intitolato nel 1999), le medie alla scuola "Giovanni Verga" e le superiori al liceo classico "Umberto I". Aveva la media dell'otto a scuola, frequentava l'Azione Cattolica e trascorreva gran parte dei suoi pomeriggi in parrocchia facendo la spola tra quella di Santa Teresa alla Kalsa e quella di San Francesco. Nella prima conobbe padre Giacinto che diventò il suo cicerone e gli fece visitare il Trentino e Roma. All'età di tredici anni cominciò a giocare a calcio all'Oratorio dove, durante una delle tante partite, conobbe Paolo Borsellino, più piccolo di sei mesi, con cui si sarebbe ritrovato prima sui banchi dell'Università e poi in Magistratura. In parrocchia si appassionò anche al ping-pong e in una partita giocò con Tommaso Spadaro futuro "re della Kalsa", personaggio di spicco della malavita locale impegnato nel traffico di stupefacenti e oggi all'ergastolo. In quel periodo incrociò anche Tommaso Buscetta.

Terminò il liceo all'età di 18 anni nel 1957 con il massimo dei voti e subito dopo si trasferì a Livorno per frequentare l'Accademia navale con il pretesto che amava il mare e che voleva laurearsi in Ingegneria. Dopo soli quattro mesi, nel gennaio del 1958, fu assegnato allo Stato Maggiore, ma capì che la vita militare non faceva per lui: tornò a Palermo e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università degli Studi di Palermo.

In quegli anni ebbe modo di praticare diverse attività sportive con molta costanza, sebbene avesse dovuto abbandonare il livello agonistico nel 1956 a causa di un infortunio. Si era così buttato nel canottaggio, frequentando la Canottieri Palermo durante tutti gli anni dell'università.

Nel 1959 la famiglia Falcone fu costretta a trasferirsi in Via Notarbartolo, a causa del c.d. "Sacco di Palermo" operato dall'allora assessore Vito Ciancimino, figlio del barbiere di Corleone, che proprio Falcone avrebbe arrestato nel 1985 per associazione mafiosa. Nel corso della sua vita Giovanni avrebbe poi cambiato tre case in quella stessa strada: una da ragazzo, una con la prima moglie Rita e poi un'altra ancora con Francesca, la seconda moglie.

Giovanni Falcone laurea
Giovanni Falcone il giorno della laurea, con alcuni amici

Si laureò poi con 110 e lode nel 1961, con una tesi sull'Istruzione probatoria in diritto amministrativo, discussa con il professore Pietro Virga.

Il matrimonio con Rita Bonnici

Subito dopo aver vinto il concorso in magistratura nel 1964, Falcone sposò Rita Bonnici, maestra elementare di cinque anni più giovane laureata in Psicologia, conosciuta due anni prima a una festa. A casa non tutti furono contenti: il padre di Falcone non approvò la decisione, ma non la ostacolò. La ragazza era infatti troppo diversa e lontana per educazione e abitudini dal modello che ispirava le famiglie della media borghesia palermitana dell'epoca, cattoliche e perbeniste[1].

I primi anni in magistratura

Dopo il tradizionale tirocinio come uditore a Palermo, nel 1965, a soli 26 anni, Giovanni Falcone diventò pretore a Lentini, città da 20mila abitanti in provincia di Siracusa. L'esperienza non fu entusiasmante, per via del quadro assolutamente precario dell'amministrazione della giustizia. Ricordò una volta il magistrato:

«In quell'ufficio eravamo in tre: il lavoro pesante a causa di una gran mole di processi non tutti importanti e gratificanti. Il mio primo cadavere? Un incidente sul lavoro, un uomo morto per asfissia, seppellito da un crollo in un cantiere. Neanche tanto traumatico a vedersi. Ben altra esperienza, qualche tempo dopo: la prima "lupara". Agghiacciante: marito e moglie uccisi dal nipote e abbandonati in un porcile. Non è difficile immaginare lo scempio. Quel caso lo risolsi, alla limitata esperienza rimediai con le cognizioni scolastiche»[2].

La carriera a Trapani e l'avvicinamento alle idee di Enrico Berlinguer

Giovanni Falcone giovane
Giovanni Falcone da giovane

Nel 1966 il giovane Falcone venne trasferito d'ufficio a Trapani, dove rimase per 12 anni. La qualifica di magistrato arrivò il 9 aprile 1970[3]. Lì il futuro simbolo della lotta alla mafia fece di tutto, dal sostituto procuratore al giudice istruttore, dal magistrato di sorveglianza a giudice civile della sezione fallimentare, esperienza che iniziò nel 1973, convinto dal nuovo presidente del Tribunale Cristoforo Genna.

L'esperienza trapanese non forgiò Falcone solo dal punto di vista professionale, ma lo cambiò anche dal punto di vista intellettuale e politico. Complice anche la scomparsa del padre nell'aprile 1969, il giudice cominciò ad allontanarsi in maniera vistosa dalla tradizione familiare. Dal punto di vista politico, si schierò a favore delle idee di Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, che votò alle elezioni politiche del 1976. Ciononostante, non parlò mai in pubblico dei suoi orientamenti politici, né si fece mai condizionare nel suo lavoro. Fu la sorella Maria, anni dopo, a rivelare l'episodio in un libro:

«Entrando in un nuovo universo culturale e sociale, cominciò ad abbracciare i principi del comunismo sociale di Berlinguer. Era il 1976, per noi fu un vero trauma perché nella nostra famiglia, avevamo sempre votato Democrazia cristiana anche in quanto cattolici praticanti. Io volli capirci di più. Durante una sua visita a Palermo, entrai a gamba tesa su un argomento che sapevo delicato e sollecitai un confronto. Gli contestai quella scelta, dicendo che era anacronistica per un uomo che, come lui, amava così tanto la libertà. Mi rispose quasi volendomi rassicurare che il comunismo italiano sarebbe stato differente da quello russo. E aggiunse, sarcasticamente, che nell’ipotetica eventualità di una crisi di libertà nella nostra democrazia sarebbe ritornato sulle montagne come i vecchi partigiani. Il vero motivo di questa sua evoluzione ideologica era che, da profondo amante della giustizia qual era, Giovanni si poneva il problema di combattere le disparità sociali. Nel comunismo intravedeva, quindi, la possibilità di appianare le sperequazioni»[4].

Pur restando fuori dai partiti, Falcone fece parte anche del locale comitato a favore del divorzio e nel 1979 sostenne anche Aldo Rizzo, giudice istruttore del Tribunale di Palermo, che si era candidato come indipendente nelle liste del PCI nel collegio senatoriale di Trapani e Marsala. Come ricordò anche Salvatore Impinna, fu di Falcone l'idea di creare Italia Nostra, di cui fu tra i soci fondatori, con l'obiettivo di tutelare il patrimonio ambientale, storico, artistico e archeologico non solo della Sicilia ma dell'Italia intera[5].

Nel 1977 il presidente del tribunale di Trapani, Cristoforo Genna, specificò che «nel rendimento globale dell’ufficio il suo apporto di lavoro è risultato il più elevato per quantità e certamente fra i più pregevoli»[6].

Il trasferimento a Palermo come giudice della sezione fallimentare

Nonostante i successi professionali, Falcone si decise a chiedere il trasferimento a Palermo, che ottenne nel 1978. I pettegolezzi di una storia extra-coniugale della moglie col presidente del Tribunale lo convinsero a fare domanda per la sezione fallimentare del Tribunale della sua città natale. La moglie lo seguì, ma il tentativo di rimettere insieme i cocci del loro matrimonio fallì: i due divorziarono e Rita ritornò a Trapani, dove si sposò con Calogero Genna. Falcone rimase a vivere da solo in Via Notarbartolo, prima di trasferirsi in Via Principe di Paternò, e cominciò in quel periodo a maturare la volontà di tornare a occuparsi di diritto penale.

In Cose di Cosa nostra, rispetto al suo ritorno a Palermo, scrisse:

«Dopo tredici anni di assenza, sono tornato a Palermo nel 1978 e ho trovato una città che aveva cambiato faccia. Il centro storico era stato quasi abbandonato. E nella Palermo liberty, le ultime splendide ville erano state demolite per far posto a brutti casermoni. Ho trovato quindi una città deturpata, involgarita, che in parte aveva perso la propria identità. Sono andato ad abitare in via Notarbartolo, una strada che scende verso via della Libertà, il cuore di Palermo. L'amministratore dello stabile, per prima cosa, mi ha spedito una lettera ufficiale che, in relazione alla mia presenza in quell'immobile e nel timore di attentati, ammoniva: “L'amministrazione declina ogni responsabilità per i danni che potrebbero essere recati alle parti comuni dell'edificio...” Un giorno, arrivato davanti a casa, con il mio solito seguito di sirene spiegate, purtroppo, di auto della polizia e di agenti con le armi in pugno, ho avuto il tempo di sentire un passante sussurrare: “Certo che per essere protetto in questo modo, deve aver commesso qualcosa di malvagio!”»[7].

Giudice istruttore con Rocco Chinnici: la nascita del "Metodo Falcone"

Giovanni Falcone con Paolo Borsellino

A seguito del tragico attentato al giudice Cesare Terranova, il 25 settembre 1979, Falcone cominciò a lavorare a Palermo presso l'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio 1980 le indagini contro Rosario Spatola. È proprio durante questa prima esperienza che iniziò a formarsi il cosiddetto “metodo Falcone”, un innovativo impianto per l’istruzione dei processi di mafia, che utilizzava gli ordinari strumenti forniti dal codice adattandoli a una nuova visione del fenomeno mafioso.

In realtà Falcone non inventò nulla di nuovo: ogni porzione d’indagine diventava così solo in apparenza scollegata con l’altra, ma di fatto ognuna era legata all'altra da una visione d'insieme generale. Le inchieste del giudice, pur avendo come campo di analisi il mondo della criminalità organizzata, coinvolsero direttamente anche quello della criminalità economica. In tale contesto venivano alla luce costantemente intrecci, sovrapposizioni o identificazioni di interessi occulti, che facevano capo a centrali d’intermediazione tra realtà politica e/o economica con quella criminale. L’intuizione forse più intelligente fu sintetizzata da una frase che Falcone amava ripetere a proposito delle indagini sui traffici di stupefacenti:

«La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente»

Una vera e propria filosofia d’indagine basata sull’attenzione ai documenti finanziari, agli scambi di assegni, alle impronte che il denaro lasciava dietro di sé e che caratterizzò il metodo di lavoro di Falcone, Borsellino e degli altri magistrati del futuro pool antimafia. Appariva evidente come la presenza della criminalità organizzata in settori economici ed in ambienti politico-istituzionali determinasse, come conseguenza, un inquinamento progressivo non solo del tessuto economico locale, ma anche del contesto sociale e della vita pubblica.

Tutto questo Giovanni Falcone lo aveva prima intuito attraverso l’attenta lettura dei fascicoli processuali e poi dedotto dagli eventi ricostruiti nel corso delle indagini. Fu in questo modo che il giudice sviluppò una conoscenza e una capacità di analisi attraverso atti istruttori, nel rispetto totale non solo delle norme, ma anche nel rispetto totale delle persone.

L'incontro con Francesca Morvillo

Giovanni Falcone e Francesca Morvillo
Giovanni Falcone e Francesca Morvillo

La nuova fase della vita di Falcone, segnata inevitabilmente dall'assegnazione della scorta e da una vita che sarebbe divenuta sempre più blindata, coincise con l'inizio della sua storia d'amore con Francesca Morvillo, anche lei magistrato, in servizio come sostituto alla Procura presso il Tribunale dei Minorenni dal 27 gennaio 1972. Anche Francesca usciva da un matrimonio fallito da poco, tanto che i due non poterono sposarsi fino al 1986, in attesa delle rispettive sentenze di divorzio. Il matrimonio, officiato dall'allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando, fu celebrato solo alla presenza dei testimoni, di notte, per ragioni di sicurezza.

Come ricordò Enzo Biagi, quando chiesero a Falcone perché i due non facessero un bambino, il giudice rispose: «Non si fanno orfani, si fanno figli»[8].

Il processo Spatola

La stoffa di Giovanni Falcone fu subito chiara con l’esito del processo di Rosario Spatola. Il processo al trafficante mafioso nasceva da un rapporto di polizia giudiziaria, presentato al procuratore della Repubblica Gaetano Costa.

Era diventata subito una questione molto delicata, in quanto il procuratore si era esposto personalmente firmando ordini di cattura nei confronti di alcuni personaggi mafiosi coinvolti nel business legato al traffico di stupefacenti tra Sicilia e Stati Uniti. Costa fu lasciato solo nel gestire la questione. Il processo, come prevedeva il vecchio codice di procedura penale, arrivò nelle mani del giudice Rocco Chinnici che, come già detto, lo affidò proprio a Falcone, l’ultimo arrivato.

Era l’epoca del processo cosiddetto inquisitorio (ovvero c’era un giudice che istruiva e valutava la prova), molto diverso da quello attuale, che si fonda sul modello accusatorio (ove c’è un’accusa esercitata da un soggetto distinto dal giudice). Nel codice oggi in vigore la fase istruttoria non esiste più: la prova si forma direttamente davanti al giudice; il pubblico ministero porta le prove a sostegno dell’accusa e la difesa le contrasta fornendo le proprie e il giudice decide in base al proprio convincimento. Allora invece, le prove erano messe insieme dal giudice istruttore il quale, al termine del lavoro, se riteneva di averne raccolte a sufficienza, disponeva che si celebrasse il processo vero e proprio al quale non era prevista però la sua partecipazione. Era poi il pubblico ministero che, in base ai risultati raggiunti dal giudice, sosteneva l’accusa. Questo meccanismo comportava che il vero oggetto del processo si risolvesse nella verifica della bontà della precedente attività istruttoria.

Rosario Spatola era un ex ambulante, con una fedina penale quasi immacolata. Ma in realtà Spatola era un mafioso: conquistava appalti pubblici con abbassi estremi senza mai nessuna concorrenza. Le sue imprese e i suoi cantieri, disseminati per tutta la città davano lavoro a migliaia di persone, facevano sì che Spatola venisse dipinto con una sorta di benefattore.

Giovanni Falcone con Antonino Caponnetto

Falcone utilizzò un nuovo metodo d’indagine: visto che per la mafia Palermo era la base operativa di traffici che oltrepassavano anche gli oceani, lo stesso era necessario fare per le indagini corrispondenti. Gli accertamenti bancari divennero il fulcro della nuova istruttoria. I direttori delle banche di Palermo ricevettero una richiesta d’invio di tutte le distinte di cambio di valuta estera, relative a un certo periodo di tempo. Una rivoluzione. Nessuno, prima d’ora, si era mai addentrato così profondamente negli istituti di credito, ma soprattutto nessuno si era mai concentrato sulle connessioni tra un fatto e l’altro. Il metodo Falcone era appena nato e già risultava vincente.

Purtroppo però, il giudice fin da subito dovette fare i conti con i suoi nemici. E in questo caso non si parla di mafia, bensì di componenti della magistratura stessa. Si trovò isolato dalle istituzioni, dai colleghi e dall’opinione pubblica e si trovò fin da subito a difendere tenacemente le sue capacità di contrasto come se fosse un novellino. Diceva spesso: «debbo sempre dare delle prove, fare degli esami».

Al lavoro nel Pool Antimafia

Il 29 luglio 1983 Rocco Chinnici fu ucciso con un'autobomba sotto casa. Due mesi dopo, il 1° ottobre, la madre di Giovanni morì, dopo aver avuto un primo infarto dopo l'omicidio del Generale dalla Chiesa. La morte della madre subito dopo quella di Chinnici segnò profondamente il giudice, tanto che, ha confidato la sorella Maria, l'inevitabilità di un attentato alla sua vita veniva vissuto in famiglia come qualcosa di ineluttabile[9].

Dopo la morte di Chinnici, il CSM scelse Antonino Caponnetto, anziano giudice in servizio a Firenze. Chi si aspettava una direzione dell'ufficio diversa da quella di Chinnici, dovette ricredersi: Caponnetto non solo riprese la prassi inaugurata dal suo predecessore, ma il 16 novembre di quell'anno istituì ufficialmente il "pool antimafia”. Il primo passo di Caponnetto fu una lunga conversazione con Falcone che tracciò un quadro breve, ma esauriente, dei problemi di mafia e degli schieramenti. I componenti del pool furono lo stesso Falcone, Giuseppe Di Lello Finuoli, Paolo Borsellino e infine Leonardo Guarnotta, il giudice più anziano.

pool antimafia di palermo
Il pool antimafia

Iniziò così, nell'ostilità dell'intero Palazzo di Giustizia e delle classi dirigenti palermitane, il lavoro del pool attorno al c.d. Processo dei 162, nucleo originale del Maxiprocesso, che 2 anni e mezzo dopo avrebbe portato alla sbarra Cosa nostra, oramai controllata dai Corleonesi di Totò Riina e di Bernardo Provenzano.

Significativa del clima d'odio nei confronti di Falcone e del pool divenne una lettera inviata il 14 aprile 1985 al Giornale di Sicilia da tale Patrizia Santoro, signora che dichiarava di vivere nei pressi dell'abitazione del magistrato, in Via Notarbartolo:

«Regolarmente tutti i giorni (non c’è sabato o domenica che tenga), al mattino, nel primissimo pomeriggio e alla sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente assillata da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora, mi domando, è mai possibile che non si possa riposare un poco nell’intervallo del lavoro e, quanto meno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte? Non è che questi “egregi signori” potrebbero essere piazzati tutti insieme in villette alla periferia della città, in modo tale che sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori e l’incolumità di noi tutti, che nel caso di un attentato siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici)?»

Rispetto a quanto si racconta oggi, il lavoro di Giovanni Falcone e dell'intero pool antimafia fu aspramente osteggiato tanto dalla mafia che dalla stragrande maggioranza della società e delle classi dirigenti palermitane, tanto che il giudice arrivò a convincersi che:

«la mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione»[10].

Anche a seguito delle lamentele dei suoi vicini, Falcone restrinse ulteriormente i suoi spazi di libertà, arrivando anche a non andare più a nuotare nella piscina comunale per le evidenti misure di sicurezza che ciò comportava.

La svolta: il pentimento di Tommaso Buscetta

Tommaso Buscetta
Tommaso Buscetta nell'aula bunker del Maxiprocesso

La vera svolta nelle indagini su Cosa nostra avvenne con il pentimento di Tommaso Buscetta. Il boss dei due mondi, come lo aveva ribattezzato la stampa, era stato estradato in Italia il 15 luglio 1984 dal Brasile. Nel viaggio in aereo aveva ingerito stricnina, ma sopravvisse al tentativo di suicidio. Il primo incontro con Falcone avvenne a Brasilia, dove il boss era stato incarcerato. Lì il giudice capì che il boss era disposto a collaborare. E così fu: il 18 luglio 1984 Buscetta ufficializzò la sua volontà a rendere dichiarazioni che si rivelarono fondamentali per l'istruzione del Maxiprocesso. Per 45 giorni Don Masino mise nero su bianco tutto quello che sapeva su Cosa Nostra. Fu talmente importante la testimonianza di Buscetta, che Falcone ebbe a dire, anni dopo:

«Prima di lui, non avevo - non avevamo - che un'idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare coi gesti»[11].

La "vacanza" all'Asinara

Durante le indagini, Cosa nostra aveva continuato a mietere vittime: nell'estate 1985 erano stati eliminati Beppe Montana e Ninni Cassarà, entrambi stretti collaboratori di Falcone e Borsellino. Subito dopo, l'allora Questore di Palermo, essendo arrivata la soffiata di un attentato ai danni dei due giudici, costrinse Falcone e Borsellino a soggiornare nella foresteria del super-carcere dell'Asinara, insieme alle loro famiglie, così da poter continuare a lavorare, seppur con molte difficoltà, senza il pericolo di attentati. Come avrebbe ricordato Borsellino davanti al CSM il 31 luglio 1988, lo Stato addebitò ai due giudici le spese di vitto e alloggio presso il carcere:

«Dal gennaio al novembre del 1985, tanto per fare un esempio, non credo di essere uscito se non per 4-5 ore al giorno (e per giorno intendo le 24 ore) dalla mia stanza senza finestre nel bunker. O meglio ne uscii, perché dopo l'omicidio del commissario Cassarà fummo chiamati, io e Falcone, dal questore di Palermo dell'epoca il quale ci disse che lo stesso giorno dovevamo essere segregati in un'isola deserta assieme alle nostre famiglie, perché se questa ordinanza non la facevamo noi, se ci avessero ammazzati, non la faceva nessuno, perché nessuno era in grado di metterci mano. Siccome io protestai, dicendo che questa decisione non doveva essere attuata immediatamente, perché Falcone è senza figli, ma io avevo famiglia e dovevo regolarmi le mie faccende, mi fu risposto in malo modo che i miei doveri erano verso lo Stato e non verso la mia famiglia. Sta di fatto che riuscii a ottenere 24 ore di proroga, ma dopo 24 ore scaricarono me, Falcone e rispettive famiglie in quest'isola. Tra parentesi - io non amo dirlo, ma lo devo dire - tutta questa vicenda ha provocato una grave malattia a mia figlia, l'anoressia psicogena, e mi scese sotto i 30 chili. Siamo stati buttati all'Asinara a lavorare per un mese e alla fine ci hanno presentato il conto, ho ancora la ricevuta!»[12].

Il Maxiprocesso di Palermo

Giovanni Falcone

Finalmente la sera dell'8 novembre 1985, dopo enormi sacrifici e tanta fatica, venne depositata l'ordinanza-sentenza che chiudeva l'istruttoria del primo grande processo contro Cosa nostra, passato alla storia come il Maxiprocesso di Palermo, che iniziò il 10 febbraio 1986.

Il 16 dicembre 1986, Borsellino venne nominato Procuratore Capo della Repubblica di Marsala e lasciò il pool. Come ricorderà Caponnetto, a quel punto gli sviluppi dell'istruttoria includevano ormai quasi un milione di fogli processuali, rendendo necessaria l'integrazione di nuovi elementi per seguire l'accresciuta mole di lavoro. Entrarono così a far parte del pool altri tre giudici istruttori: Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte.

Il Maxiprocesso si chiuse in primo grado il 16 dicembre 1987 con 360 condanne, per un totale di 2665 anni di carcere e 11,5 miliardi di lire di multe da pagare a carico degli imputati.

La nomina di Meli e la fine del pool antimafia

Nei giorni successivi alla sentenza, i giornali che appoggiavano i magistrati proclamarono la fine del mito secondo il quale la mafia era una componente invincibile e inestirpabile della cultura siciliana. La sentenza del maxiprocesso rappresentò la prova del nove del lavoro svolto dai giudici del pool. Falcone si preoccupava però di sottolineare come il maxiprocesso non fosse nulla di più che un buon punto di partenza nella battaglia contro Cosa nostra. Lo stesso principio era già stato ribadito anche da Paolo Borsellino, in un'intervista alla televisione svizzera del 16 aprile 1987:

«Bisogna rifuggire questa opinione che si va diffondendo e che viene alimentata probabilmente ad arte che se si porta a termine questo Maxiprocesso la mafia sarà sconfitta»[13].

Dopo la sentenza, Antonino Caponnetto fu costretto, per ragioni di salute e suo malgrado, a fare ritorno a Firenze: accettò di dare le dimissioni anche perché gli era stata data rassicurazione dagli uomini dello Stato che il suo posto sarebbe andato a Falcone, tanto da dichiararlo anche pubblicamente[14]. Ciononostante, il 19 gennaio 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì Antonino Meli, un magistrato a due anni dalla pensione che non aveva alcuna esperienza in materia di processi di mafia.

Meli, presidente della Corte di Assise di Caltanissetta, aveva fatto domanda per un altro posto, quello di Presidente del Tribunale di Palermo: la notte prima della scadenza del bando per il nuovo capo dell'Ufficio Istruzione, ricevette una telefonata da un collega che lo convinse a candidarsi per quel posto, anche se meno prestigioso.

Meli aveva 16 anni in più di Falcone ed era vicino alla pensione; tra i candidati che si erano presentati fino a quel momento, la più autorevole era la candidatura del pupillo di Caponnetto, ma anche per merito delle polemiche emerse un anno prima con l'articolo di Sciascia sui "Professionisti dell'Antimafia" (come dichiarò anche Paolo Borsellino dopo la morte di Falcone) il CSM era orientato a tornare al criterio dell'anzianità rispetto a quello della competenza che aveva fatto vincere a Borsellino il posto di Procuratore Capo a Marsala.

I nemici di Falcone dentro e fuori allo Stato riuscirono a reclutare contro il magistrato del pool antimafia giudici togati e di nomina politica provenienti da tutta Italia[15]. Le correnti si spaccarono. Il relatore Umberto Marconi sostenne che "Accentrare il tutto in figure emblematiche pur nobilissime è di certo fuorviante e pericoloso... c'è un distorto protagonismo giudiziario... si trasmoda nel mito"[16].

L'affondo finale venne da Vincenzo Geraci, il pubblico ministero che aveva accompagnato Falcone al primo interrogatorio con Buscetta:

«Se da un lato, infatti, le notorie doti di Falcone e i rapporti personali e professionali che coltivo con lui mi indurrebbero a preferirlo nella scelta, a ciò mi è però dì ostacolo la personalità di Meli, cui l’altissimo e silenzioso senso del dovere, costò in tempi drammatici la deportazione nei campi di concentramento della Polonia e della Germania, dove egli rimase prigioniero per due anni. In tali condizioni vi chiedo pertanto di comprendere con quanta sofferenza e umiltà mi sento portato ad esprimere il mio voto di favore».

Fu per questo episodio che, durante il suo ultimo discorso a Casa Professa, quando Borsellino parlò di "qualche Giuda" che tradì Falcone, tutti i presenti pensarono a lui[17]. Il plenum del CSM il 19 gennaio 1988 votò, dopo un confronto accesissimo, a favore di Antonino Meli.

Tabella 1. Il risultato della votazione del 19 gennaio 1988 che bocciò Falcone
A favore di Meli: 14 A favore di Falcone: 10 Astenuti: 5
Agnoli Francesco Mario Abbate Antonio Germano Lombardi Bartolomeo
Borrè Giuseppe Brutti Massimo Mirabelli Cesare (Vicepresidente)
Buonajuto Antonio Calogero Pietro Papa Renato Nunzio
Cariti Giuseppe Caselli Gian Carlo Pennacchini Erminio
Di Persia Felice Contri Fernanda Sgroi Vittorio
Geraci Vincenzo D'Ambrosio Vito
Lapenta Nicola Gomez d'Ayala Mario
Letizia Sergio Racheli Stefano
Maddalena Marcello Smuraglia Carlo
Marconi Umberto Ziccone Guido
Morozzo della Rocca Franco
Paciotti Elena Ornella
Suraci Sebastiano
Tatozzi Gianfranco

Fu sufficiente appena un mese per cancellare tutto e per eliminare il pool antimafia. La sconfitta personale di Falcone era sotto gli occhi di tutti: Caponnetto prima e Borsellino poi avrebbero dichiarato dopo la sua morte che Falcone aveva iniziato a morire proprio quella notte, quando Meli diventò Consigliere istruttore al suo posto. Il risultato finale, con le strategiche astensioni, fu il frutto di un disegno preciso costruito a tavolino.

Lo stillicidio di attacchi e di sospetti avanzati, come pure le accuse di rampantismo per le amicizie politiche, contribuirono a creare un clima pesante: Falcone si sentiva isolato e ostacolato. Si stava attuando il “progetto normalizzatore”, che rendeva vano tutto il lavoro effettuato fino a quel momento dal pool antimafia.

Meli, in sintonia con la linea del giudice Corrado Carnevale, assecondò la tesi della mafia vista come un’associazione di bande senza una strategia o un obiettivo preciso, negando cosi il principio cardine che aveva portato ai successi contro la mafia: l’unicità di Cosa Nostra. Inoltre Meli, ormai in aperto contrasto con Falcone, sciolse ufficialmente il pool.

Un mese dopo, Falcone ebbe l'ulteriore amarezza di vedersi preferito Domenico Sica alla guida dell'Alto Commissariato per la lotta alla mafia. Nonostante gli avvenimenti, tuttavia, Falcone proseguì ancora una volta il suo straordinario lavoro, realizzando un'importante operazione antidroga in collaborazione con Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York.

Il fallito attentato all'Addaura

Casa Falcone Addaura
La casa che era solito affittare Giovanni Falcone all'Addaura

Per eliminare una volta per tutte colui che aveva già largamente messo a repentaglio la sopravvivenza di Cosa nostra, il 21 giugno 1989 alcuni “uomini d’onore” piazzarono 58 candelotti di esplosivo nei pressi della spiaggetta antistante la villa del giudice che prendeva d’affitto in estate, intuendo che prima o poi il magistrato vi si sarebbe diretto per un bagno. In effetti questo avvenne, ma le bombe, presumibilmente controllate da un comando a distanza, non esplosero. All'epoca ciò fu attribuito ad un fortunato caso (si parlò di un malfunzionamento del detonatore). Falcone capì subito che non era un semplice “avvertimento”, e soprattutto capì anche che ad organizzare l’attentato non furono solo i boss di Cosa nostra, ma vi erano coinvolte anche menti raffinatissime, come dichiarò in seguito.

La nomina a procuratore aggiunto e il "Palazzo dei Veleni"

Il giorno dopo l'attentato, Il CSM lo nominò procuratore aggiunto in Procura, allora retta da Salvatore Curti Giardina, sostituito dal 20 giugno 1990 da Pietro Giammanco[18]. L'esperienza in procura fu un'altra via crucis, segnata da ostilità, incomprensioni e contrasti anche con chi era stato un tempo dalla sua parte, come il sostituto procuratore Gioacchino Natoli[19].

Il culmine delle ostilità si raggiunse con l'invio da parte del famigerato "Corvo"[20] di una serie di lettere anonime (un paio addirittura scritte su carta intestata della Criminalpol). Queste missive anonime avevano l'obiettivo di diffamare Falcone e i colleghi Giuseppe Ayala, Giuseppe Prinzivalli e Pietro Giammanco, più altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, e importanti investigatori come Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli. Falcone veniva accusato soprattutto di avere "pilotato" il ritorno di un pentito, Totuccio Contorno, al fine di sterminare i Corleonesi, storici nemici della sua famiglia.

Il caso arrivò anche alla Commissione parlamentare antimafia, allora presieduta da Gerardo Chiaromonte, che il 9 agosto 1989, convocò il collaboratore di giustizia per chiedergli conto del suo ritorno in Sicilia dagli Stati Uniti, cui corrisposero diversi omicidi a Palermo. Tuttavia, dalla lettura dei verbali, pubblicati nel 2019[21], si può facilmente intuire come sotto accusa non sembrasse lui, in quel momento in stato d'arresto (e successivamente scagionato), piuttosto Giovanni Falcone. Le domande fatte al collaboratore e poi anche all’ex-capo della Criminalpol Gianni De Gennaro restituiscono in pieno il clima di sospetti attorno al magistrato, persino all'interno della Commissione parlamentare antimafia.

Nonostante il clima di odio e invidia in cui viveva, Falcone riuscì a portare a termine importanti operazioni antimafia tra Palermo, gli Stati Uniti e il Nord Italia, come ad esempio l'indagine Duomo Connection, realizzata insieme a Ilda Boccassini.

La "telenovela giudiziaria" Di Pisa

Nel frattempo l'allora Alto Commissario Domenico Sica avviò indagini per scovare l'autore delle missive anonime, avviando quella che Saverio Lodato ha definito una "telenovela giudiziaria"[22]. Il principale sospettato era Alberto Di Pisa, già chiacchierato nel palazzo di giustizia di Palermo come autore di lettere anonime, anche se gli argomenti affrontati erano meno delicati[23]. Sica lo invitò a bere nel suo ufficio e prese le sue impronte, che risultarono compatibili con un'impronta trovata su una delle missive. O almeno così riferirono i servizi, salvo fare successivamente marcia indietro. In parallelo alle indagini promosse da Sica si aggiunsero quelle del procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore Celesti.

Iniziò così un'estenuante altalena di conferme e di smentite, il tutto sui giornali e sulla stampa, con Di Pisa "condannato" senza processo e senza sentenze. Quando finalmente il CSM si occupò della vicenda, gli animi erano ormai esasperati. E Di Pisa deluse tutti, sia gli innocentisti che i colpevolisti, adottando una linea difensiva infelice: negava di avere scritto quelle lettere, ma disse di sottoscriverne i contenuti dalla A alla Z, esprimendosi in maniera durissima contro Falcone e De Gennaro, oltre a rivelare che Ayala aveva una scopertura bancaria che sfiorava il mezzo miliardo e si chiese maliziosamente perché avesse ottenuto quel trattamento di favore.

La conclusione del CSM fu ancora una volta salomonica: sia Di Pisa che Ayala andavano trasferiti entrambi per incompatibilità con i loro rispettivi ambienti di lavoro. Né valse a nulla la spiegazione di Ayala che il debito non era suo, bensì della moglie (e comunque era stato onorato proprio alla vigilia del definitivo verdetto del CSM).

Nel 1992 Di Pisa venne condannato in 1° grado, nel 1993 venne assolto in appello per non aver commesso il fatto, sentenza divenuta definitiva perché la Procura non fece ricorso in Cassazione. Nonostante l'assoluzione nel merito, l'etichetta del Corvo Di Pisa se la portò dietro per tutta la vita.

Gli attacchi del movimento antimafia e la rottura con Orlando

Giovanni Falcone Leoluca Orlando
Giovanni Falcone e Leoluca Orlando, agli inizi degli anni '90

Nella sua nuova veste di Procuratore aggiunto, Falcone divenne bersaglio anche di una parte del movimento antimafia. Il casus belli scoppiò in seguito alla collaborazione del mafioso Giuseppe Pellegriti, che nell'agosto 1989 fornì preziose informazioni sull'omicidio del giornalista Giuseppe Fava e sul presunto ruolo di Salvo Lima negli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Il pm Libero Mancuso, che aveva raccolto le dichiarazioni di Pellegriti, informò subito Falcone, che interrogò il pentito a sua volta. Tuttavia, dopo due mesi di indagini, Falcone lo incriminò insieme ad Angelo Izzo, spiccando nei loro confronti due mandati di cattura per calunnia (poi annullati dal Tribunale della libertà in quanto essi erano già in carcere). Pellegriti, dopo l'incriminazione, ritrattò, accusando Izzo di essere l'ispiratore delle accuse.

Nonostante la correttezza di quegli atti, l'incriminazione di Pellegriti fu giudicata da una parte del movimento antimafia come un cambio di rotta di Falcone, di un suo avvicinamento al potere politico siciliano. Un primo attacco al suo lavoro arrivò a sorpresa dal Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che nel maggio 1990 lo attaccò pubblicamente durante la seguitissima trasmissione televisiva di RaiTre Samarcanda, dedicata all'omicidio di Giovanni Bonsignore: secondo Orlando, Falcone aveva tenuto chiusi nei cassetti una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti di Cosa nostra. Le accuse erano indirizzate anche verso il giudice Roberto Scarpinato, oltre al procuratore Pietro Giammanco, ritenuto vicino ad Andreotti.

Rivolgendosi direttamente a Orlando, Falcone rispose:

«Questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati»[24].

La mancata elezione al Consiglio Superiore della Magistratura

Continuamente ostacolato dai colleghi sul lavoro e attaccato oramai anche da chi ai tempi del Maxiprocesso lo aveva sostenuto, nel 1990 accettò la proposta del collega Mario Almerighi di candidarsi al Csm, che lo aveva convinto facendogli l'esempio di Ciaccio Montalto, anche lui isolato a Trapani e poi ucciso da Cosa nostra. In questo modo Falcone avrebbe trovato una collocazione temporanea, prendendo una boccata d’ossigeno dopo le tante sconfitte subite; inoltre si convinse che all’interno del Consiglio avrebbe potuto operare nel modo migliore e continuare la sua battaglia antimafia. Ma Falcone ne uscì sconfitto anche questa volta, bocciato dai suoi stessi colleghi.

La sentenza d'appello del Maxiprocesso

Ad appannare l'immagine di Falcone intervenne anche la sentenza d'appello del Maxiprocesso, pronunciata il 12 dicembre 1990. Nonostante le dichiarazioni dei pentiti fossero state confermate da riscontri oggettivi, la sentenza ridimensionò l'importanza delle loro dichiarazioni. Risultò particolarmente indebolita la visione verticistica e unitaria di Cosa nostra, nonostante non fosse stata completamente disarticolata. I boss della Commissione ricevettero pene variabili e ingiustificabili (Ad esempio, Salvatore Riina e Michele Greco furono condannati all'ergastolo ma Bernardo Provenzano solo a 10 anni e Salvatore Greco a 6 anni, mentre altri killer come Giuseppe Lucchese Miccichè non ricevettero il massimo della pena). Addirittura rimasero impuniti gli omicidi del commissario Boris Giuliano, del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e del Generale Dalla Chiesa, dopo otto anni e ben due processi. Restò, pur fragilmente, il principio che gli omicidi fossero commissionati ad un livello più alto dell'organizzazione, dunque alcuni membri della Commissione furono condannati come mandanti.

Nonostante la delusione e la rabbia provata in privato per l'esito dell'Appello[25], Falcone in pubblico ostentò comunque ottimismo, affermando che era stato fatto un passo avanti sul piano dell'impunità:

«E' la prima volta, anche in grado di Appello, che resistono in misura non indifferente gli ergastoli. E questo è un fatto. Il processo di Palermo non è certo finito con una raffica di assoluzioni come quello celebrato 20 anni fa per i 114 della nuova mafia, non è finito nel nulla ma con 11 condanne a vita per altrettanti boss e sicari. L'impianto complessivo della istruttoria ha tenuto, ha resistito»[26].

La mancata strage a Catania al ristorante Costa Azzurra

Dopo la mancata elezione al Csm e vista l'impossibilità di lavorare a Palermo, Falcone maturò la decisione di accettare la proposta che gli veniva da Roma di dirigere gli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. Il 27 febbraio 1991 il CSM deliberò il collocamento «fuori ruolo col suo consenso», con la seguente motivazione: «Nominato direttore generale degli Affari penali. Luogo svolgimento incarico: Roma. Ufficio: ministero Grazia e Giustizia»[27]. Due settimane dopo, il 13 marzo, prese servizio a Roma.

Il giorno successivo alla delibera del Csm il 28 febbraio Falcone rischio di essere vittima, con Pietro Grasso, di un attentato a Catania. Il giudice era atteso al processo in cui era imputato Salvatore Inzerillo per l'omicidio del procuratore Gaetano Costa e arrivò accompagnato dall'ex-giudice a latere del Maxiprocesso. Di fronte all'insistenza di Attilio Bolzoni, Francesco La Licata e Felice Cavallaro, Falcone diede appuntamento a pranzo ai tre giornalisti a due condizioni: niente interviste, e il ristorante lo avrebbe scelto lui. I cinque si ritrovarono così al Costa Azzurra, ristorante catanese abitualmente frequentato da Nitto Santapaola.

Un collaboratore di giustizia, negli anni successivi, rivelò a Pietro Grasso che i picciotti di Santapaola erano appostati coi kalashnikov pronti a fare fuoco, ma non riuscirono a rintracciare il loro capo per avere l'autorizzazione a ucciderli tutti, quindi la strage naufragò.

La nuova vita a Roma

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone a Roma nel 1991

Nel suo nuovo ruolo Falcone assunse il coordinamento a livello nazionale della lotta contro la criminalità organizzata. Il suo principale obiettivo fu la creazione di due organismi nazionali che sono tuttora i pilastri dell’azione contro il crimine organizzato: la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e la DNA (Direzione Nazionale Antimafia).

Nella sua idea, la DNA avrebbe dovuto coordinare le indagini tra le varie procure italiane, mentre la DIA, composta da uomini della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, avrebbe dovuto assumere un ruolo simile a quello dell'FBI statunitense.

Come ha raccontato La Licata, il Falcone romano «lo vedevo nel pieno del suo vigore. Mi ritornava in mente il Falcone del processo Spatola-Sindona, il giudice della grande stagione dei pentiti, delle grandi retate. Sì, sembrava rinato, Giovanni, e si apprestava a vivere un anno straordinario»[28]. Iniziò anche una collaborazione come editorialista della Stampa, che accettò solo dopo aver incontrato il politologo Norberto Bobbio, ricevendo dal maestro torinese una sorta di "benedizione"[29].

La relativa quiete romana dei primi mesi venne funestata tuttavia dall'omicidio del giudice Antonino Scopelliti, che doveva sostenere l'accusa del Maxiprocesso in Cassazione. Ai suoi funerali Falcone confidò al fratello del collega: «Se hanno deciso così non si fermeranno più... ora il prossimo sarò io».

L'accusa di essersi venduto al potere politico

Giovanni Falcone con l'allora ministro della giustizia Claudio Martelli

La vicinanza con il vicesegretario del PSI Martelli costò tuttavia a Falcone dure critiche anche dal PCI che si accingeva a diventare PDS dopo la caduta del Muro di Berlino e da altri settori del mondo politico, benché nel suo ruolo di Direttore degli Affari Penali al Ministero egli si fosse limitato fino a quel momento a lavorare per dare alla magistratura nuovi strumenti nella lotta alla mafia.

Durante la staffetta televisiva Samarcanda-Maurizio Costanzo Show andata in onda il 26 settembre 1991, in memoria di Libero Grassi, andò in scena in diretta televisiva più di un attacco a Giovanni Falcone da parte di Leoluca Orlando e Alfredo Galasso, esponenti del partito "La Rete". La trasmissione è nota anche perché in quell'occasione un giovanissimo Totò Cuffaro accusava in diretta televisiva Michele Santoro e Maurizio Costanzo di «giornalismo mafioso», che a suo dire faceva «più male alla Sicilia di dieci anni di delitti»[30].

Due settimane dopo, il 15 ottobre, Giovanni Falcone fu costretto poi a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) da Leoluca Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando dall'anno prima. Commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, il giudice palermitano affermò che:

«non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo».

La precisazione davanti al CSM: non esiste un terzo livello sopra Cosa nostra

Falcone davanti al CSM dovette anche smentire l'esistenza di un terzo livello organizzativo sopra Cosa nostra. Il magistrato nel giugno 1982 aveva firmato con Giuliano Turone una relazione dal titolo "Tecniche di indagine in materia di mafia", parlando di tre livelli di reati. I reati di terzo livello erano quei “delitti che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (si pensi ad esempio all'omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l'assetto di potere mafioso".

La distinzione, per effetto della disinformazione e della superficialità dei media, venne applicata anche all'organizzazione mafiosa, rappresentata come un edificio a tre o livelli: il primo costituito dagli esecutori dei delitti, il secondo dai capi, il terzo da un vertice politico-finanziario, una sorta di super-cupola.

Già in una relazione del 1988 Falcone si era premurato di esplicitare il suo pensiero:

«Al di sopra dei vertici organizzativi non esistono "terzi livelli" di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere. Cosa Nostra, però, nelle alleanze non accetta posizioni di subalternità; pertanto è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne le attività. E in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell'esistenza di una "direzione strategica" occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d'onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell'organizzazione, ne conoscono l'esistenza. E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di "Cosa Nostra", è pur vero che in seno all'organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità»[31].

Sempre davanti al Csm, nel 1991, Falcone commentava:

«Devo dedurre che non si è voluto comprendere questo, perché si continuano a fare queste affermazioni ad effetto: "Falcone ha cambiato idea! Prima parlava del terzo livello, ora non ne parla più". Io aggiungo qualcos'altro. Affermo che non parlare di un terzo livello non è un fatto benefico a favore della classe politica, perché magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectra, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo dei rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi. Questo è il punto cruciale su cui bisogna lavorare. Questo ho sostenuto allora e devo dire che questi anni mi hanno sempre più rafforzato in questa idea»[32].

Tutti (o quasi) contro Falcone

Le critiche al libro Cose di Cosa nostra

Cose di Cosa Nostra 1° edizione
La copertina della 1° edizione di "Cose di Cosa nostra"

Nell'ottobre 1991 uscì in libreria "Cose di Cosa nostra", il primo e unico libro di Giovanni Falcone, scritto in collaborazione con la giornalista Marcelle Padovani. Oggi è considerato, a ragione, tra i migliori libri mai scritti sulla mafia siciliana e sul fenomeno mafioso in generale. Tuttavia, quando uscì fu accolto da pesanti critiche. Falcone venne accusato di essere rimasto "stregato dai boss", gli rimproverarono un'eccessiva confidenza con la mentalità mafiosa, fino a perdere di vista il limite che separa la tradizione siciliana dall'adesione ai falsi principi di Cosa nostra.

Il 9 gennaio 1992 uscì su la Repubblica un durissimo articolo di Sandro Viola, che lo invitò anche a dimettersi dalla magistratura per il suo presenzialismo televisivo e mediatico, domandandosi ironicamente il perché di questa svolta da «mediocre pubblicista». L'editorialista di punta del giornale fondato da Eugenio Scalfari scriveva che:

«scorrendo il libro-intervista di Falcone, «Cose di cosa nostra», s’avverte (anche per il concorso d’una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi»[33].

Quel vergognoso articolo fu poi addirittura cancellato dagli archivi del quotidiano dopo la Strage di Capaci, ma nel 2012 fu recuperato e reso nuovamente pubblico grazie all'Emeroteca Tucci di Napoli. Tre giorni dopo, in una puntata della trasmissione Telefono Giallo, condotta da Corrado Augias, il giornalista esordiva con:

«Noi abbiamo imparato a conoscerla quando viveva barricato laggiù e forse l’abbiamo un po’ mitizzata. Adesso che sta al ministero e che scrive editoriali sulla Stampa, le sue posizioni sembrano più morbide, più sfumate. Non vorrei dire che ci ha un po’ deluso negli ultimi tempi, ma sicuramente è cambiato: lei lo sa? Ne è consapevole?»[34]

La trasmissione passò alla storia soprattutto per la domanda posta da una donna del pubblico. «Lei dice nel suo libro che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei fortunatamente è ancora con noi: chi la protegge?» La reazione del magistrato fu amarissima: «Questo vuol dire che per essere credibili bisogna essere ammazzati?»

La superprocura antimafia negata

Giovanni Falcone nel 1992
Giovanni Falcone nel 1992

Quando venne varato il decreto-legge n. 367 del 20 novembre 1991 che istituiva la Direzione nazionale antimafia fu subito polemica. Falcone venne accusato di aver ideato un decreto ad personam. Tanto che molti commentatori lo definirono il decreto "coi baffi". Oltre ai soliti, gli attacchi al giudice palermitano arrivarono anche da persone che negli anni sentiva politicamente e ideologicamente vicine: dai giudici del Movimento per la giustizia, la sua corrente, agli ex-amici di Magistratura democratica, a tutto uno schieramento di sinistra, compreso il PDS. Le proteste sfociarono addirittura in uno sciopero dell'Associazione Nazionale Magistrati

Falcone veniva ritenuto il migliore per ricoprire l'incarico, ma venivano avanzati dubbi sulla sua indipendenza dal potere politico per il ruolo che aveva avuto al fianco di Martelli, benché ci fosse lui dietro al cosiddetto “pacchetto antimafia” che prevedeva tra le altre cose il carcere duro per i boss, l'ergastolo ostativo, la legge sui collaboratori di giustizia, quella sullo scioglimento dei comuni per mafia.

Nonostante l'invito a non candidarsi arrivato da più parti, Falcone il 17 gennaio 1992 presentò domanda per diventare il primo procuratore nazionale antimafia. Come già era successo nel 1988, anche questa volta venne confezionato un candidato "anti-Falcone", come venne rinominato: Agostino Cordova, procuratore di Palmi. La sua candidatura veniva sostenuta poiché mostrava maggiore indipendenza rispetto a Falcone, avendo da poco chiuso un inchiesta in Calabria contro mezzo partito socialista regionale.

E questo nonostante fosse merito suo se la Cassazione non annullò il maxiprocesso: per la prima volta, infatti, a discutere il terzo grado dello storico processo furono le sezioni riunite della Corte e non la prima sezione, presieduta da Corrado Carnevale, che storicamente si era sempre occupata dei processi di mafia (facendoli finire quasi sempre in fumo).

Tanto che la Commissione per il conferimento degli uffici direttivi del Csm si era espressa a favore del magistrato calabrese (tre voti a favore, contro i due per Falcone).

L'indomani, il 26 febbraio, comparve un commento della vicenda a firma di Vincenzo Geraci su "Il Giornale" di Montanelli, intitolato "Vinca l'indipendenza":

«Che cosa è valso dunque a sovvertire le più accreditate previsioni della vigilia, spingendo la competente commissione del Csm a proporre il nome di Agostino Cordova? [...] riteniamo che a giocare un ruolo decisivo in suo favore sia stata, insieme alla maggiore anzianità, la condizione di assoluta indipendenza dimostrata nelle innumerevoli e gravi inchieste giudiziarie da lui condotte. Sia chiaro che con ciò non intendiamo mettere in dubbio l'altrettanto sicura indipendenza di Giovanni Falcone; solo che, quest'ultima, ha forse sofferto del ruolo da lui ultimamente assunto come direttore degli Affari penali presso il Ministero di grazia e giustizia, e perciò dell'inevitabile coinvolgimento nelle scelte di politica giudiziaria di Martelli, del quale si ritiene il più autorevole e assiduo consigliere»[35].

Il 12 marzo è l'Unità ad ospitare il commento di Alessandro Pizzorusso, uno dei membri «laici» del Csm in quota Pds. Il titolo è eloquente: Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché. La ragione era che «mentre Cossiga tace, Martelli continua instancabile nel tentativo di svuotare il Csm. Il principale collaboratore del ministro non dà più garanzie di indipendenza»[36].

L'omicidio di Salvo Lima

Morte Salvo Lima
La scena dell'omicidio di Salvo Lima

Quel giorno tuttavia la scena se la prende un altro evento, destinato a far saltare gli equilibri politici tra una parte della Democrazia Cristiana e Cosa nostra: l'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima, reo di non aver fatto naufragare in Cassazione il Maxiprocesso come aveva promesso. Lo stesso Salvo Lima che un anno prima, alla nomina di Falcone al ministero, aveva sibilato con Angelo Siino: «chistu si metterà l'Italia nelle mani»[37]. Il commento di Falcone è laconico: «Da questo momento può accadere di tutto»[38].

Al giornalista Francesco La Licata spiegò:

«Si apre un nuovo ciclo. E' vero, si chiudono i vecchi conti del maxiprocesso, ma da questo momento Cosa nostra inaugura anche una nuova linea. La mafia sta dicendo che non ha più bisogno di intermediari che possano filtrare i suoi rapporti con la politica e con le istituzioni. Da Lima in poi i rapporti vuole tenerli direttamente. Non è una novità, questa. Questi vedere quello che sta accadendo un po' ovunque durante le campagne elettorali: la mafia ha imposto i "suoi" candidati»[39].

Secondo Falcone Cosa nostra doveva alzare il tiro. Una scelta obbligata per tenere insieme l'organizzazione, dopo le tante sconfitte dentro e fuori le aule di giustizia, con molti boss reclusi al carcere duro e la rottura del velo dell'omertà da parte di sempre più esponenti dell'organizzazione per collaborare e ottenere i benefici penitenziari. Secondo il giudice palermitano avrebbe provato a colpire le più alte cariche dello Stato. Cosa che in effetti l'organizzazione mafiosa fece.

Al magistrato Giannicola Sinisi, che lavorava con lui al ministero, dopo un incontro con alcuni esponenti del CSM relativamente alla corsa alla Dna, confidò: «In fondo, a uno come me, che sa di dover essere ammazzato, cosa vuoi che gliene importi di fare il super-procuratore?»[40].

L'attentatuni: la strage di Capaci

Una foto dopo l'esplosione della bomba

Sabato 23 maggio 1992 Falcone stava tornando a Palermo, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arrivò a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendevano tre Fiat Croma blindate, con un gruppo di scorta sotto il comando dell'allora capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera.

Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistemò alla guida della Fiat Croma bianca e accanto prese posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l'autista giudiziario Giuseppe Costanza andò ad occupare il sedile posteriore. Nella Fiat Croma marrone, la Quarto Savona 15, c'era alla guida Vito Schifani, con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella vettura azzurra c’erano Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. In testa al gruppo c’era la Fiat Croma marrone, poi la Fiat Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Fiat Croma azzurra. Alcune telefonate avvisarono i sicari che avevano sistemato l'esplosivo per la strage della partenza delle vetture.

Le auto lasciarono l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione pareva tranquilla, tanto che non vennero attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina guidata da Gioacchino La Barbera si affiancò alle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; furono gli ultimi secondi prima della strage.

Otto minuti dopo, alle ore 17:58, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in una galleria scavata sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci - Isola delle Femmine venne azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina, e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, premette il pulsante in anticipo, sicché l'esplosione investì in pieno solo la Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, e su fino ad una zona pianeggiante alberata; i tre agenti di scorta morirono sul colpo.

La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schiantò invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, venero proiettati violentemente contro il parabrezza. Rimasero feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resistette, e si salvarono miracolosamente anche un'altra ventina di persone che al momento dell'attentato si trovavano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell'eccidio.

L'Italia intera, sgomenta, trattenne il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e contrastante, sicché alle 19:05, ad un'ora e sette minuti dall'attentato, Giovanni Falcone morì dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo sarebbe morta anch'essa, intorno alle 22:00.

Insieme allo scoppio della bomba di tritolo ci fu il terremoto. L’epicentro era lì, allo svincolo autostradale per Capaci dove alle 17:58 del 23 maggio 1992 si aprì il cratere che inghiottì Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti di scorta, ma gli effetti arrivarono fino a Roma. Nei palazzi del potere. A cominciare dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica avvenuta quarantotto ore dopo l’eccidio, che sancì la sconfitta di Giulio Andreotti e portò all'elezione di Oscar Luigi Scalfaro.

I funerali

Funerali Giovanni Falcone
I funerali di Giovanni Falcone

Lo stesso giorno dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, a Palermo, nella Chiesa di San Domenico, si tennero i funerali delle vittime, ai quali partecipò l'intera città. I più alti rappresentanti del mondo politico presenti (Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni) vennero duramente contestati dalla cittadinanza e si rischiò il linciaggio. Le immagini simbolo rimaste maggiormente impresse nella memoria collettiva furono le parole e il pianto della vedova di Vito Schifani.[41]

«Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani -- Vito mio -- battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato -- lo Stato... -- chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio... di cambiare... loro non cambiano ... se avete il coraggio... di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro...di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: "Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno". Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo che avete reso questa città sangue, città di sangue... Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue -- troppo sangue -- di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore, non c'è amore per niente».

Curiosità: il doppio compleanno di Falcone

Giovanni Falcone nacque il 18 maggio, ma all'anagrafe risulta la data del 20. Il motivo risiede nel fatto che all'epoca quando nasceva un figlio era usanza che fosse il padre ad andare a riconoscerlo all'anagrafe e la data di nascita ufficiale era quella della data del riconoscimento, non quella effettiva di nascita. Così Giovanni Falcone, in età adulta, era solito festeggiare due volte il compleanno, sia il 18 che il 20 maggio.

Opere

  • Rapporto sulla mafia degli anni '80. Gli atti dell'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, Palermo, S. F. Flaccovio, 1986.
  • Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, Rizzoli, 1991.
  • Io accuso. Cosa nostra, politica e affari nella requisitoria del maxiprocesso, Roma, Libera informazione, 1993.
  • La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia, Milano, BUR Rizzoli, 2010

Note

  1. Citato in La Licata, Storia di Giovanni Falcone, p. 38.
  2. Ivi, p. 39.
  3. Citato in Bianconi, L'Assedio, cap. 3.
  4. Citato in Maria Falcone, con Francesca Barra (2012). Giovanni Falcone, un eroe solo, Rizzoli editore
  5. Citato in La Licata, op. cit., p. 52.
  6. Citato in Bianconi, op. cit.
  7. Citato in Cose di Cosa nostra, p. 89.
  8. Enzo Biagi, Matrimonio “blindato” nella notte, Corriere della Sera, 24 maggio 1992.
  9. Citato in La Licata, op. cit., p. 64.
  10. Cose di Cosa Nostra, p.93. Corsivi nostri.
  11. Falcone G., Cose di Cosa Nostra, Milano, BUR, 1991, pag.41
  12. Consiglio Superiore della Magistratura, Audizione di Paolo Borsellino davanti al Comitato Antimafia, 31 luglio 1988, pp. 32-33.
  13. Citazione tratta dalla trasmissione "Carta Bianca" dell'emittente televisiva RSI, 16 aprile 1987, disponibile integralmente qui.
  14. citato in Nando dalla Chiesa, Una Strage Semplice, Milano, Melampo Editore, p. 82-83
  15. Ibidem
  16. Ivi, p.84
  17. Il tema è controverso. Se da un lato Borsellino non pronunciò il nome di Geraci, il fatto venne ribadito dalla presa di posizione di Caponnetto, Ayala e Arlacchi che minacciarono di non partecipare il 22 ottobre 1992 alla puntata di Telefono Giallo condotta da Corrado Augias, qualora fosse stata confermata la partecipazione di Geraci. Attualmente è in corso un procedimento per diffamazione contro il giornalista Rino Giacalone che nel 2012 rievocò la seduta del CSM in un articolo su Il Fatto Quotidiano, non ancora conclusasi dopo oltre 10 anni.
  18. La Repubblica, Palermo, Falcone dà il benvenuto al nuovo procuratore Giammanco, 21 giugno 1990.
  19. Citato in La Licata, op. cit., p. 119.
  20. I giornalisti diedero il nome alla vicenda dal film "Il corvo" (Le Corbeau), uscito nel 1943 e diretto dal regista Henri-Georges Clouzot, che aveva per protagonista un tale che spediva lettere anonime firmandosi "Il corvo".
  21. Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle mafie, Pubblicazione di atti relativi ad alcune audizioni svolte dalla Commissione di inchiesta Antimafia della X legislatura, 27 settembre 2019. Disponibile a questo link.
  22. Saverio Lodato, Quarant'anni di mafia, pp. 262-264.
  23. Ibidem
  24. Silvana Mazzocchi, I nomi, altrimenti stia zitto, La Repubblica, 20 maggio 1990.
  25. Testimonianza resa da Leonardo Guarnotta a Pierpaolo Farina, direttore di WikiMafia, l'8 maggio 2018.
  26. "Io non lotto, faccio solo le sentenze, Intervista a Giovanni Falcone e Vincenzo Palmegiano, La Repubblica, 12 dicembre 1990
  27. Citato in Bianconi, op. cit.
  28. La Licata, op. cit., p. 136.
  29. Ivi, p. 148
  30. L'estratto video è disponibile su YouTube a questo link.
  31. Giovanni Falcone, "Il fenomeno mafioso: dalla consuetudine secolare all'organizzazione manageriale", relazione letta al Convegno internazionale di studi organizzato dal Comune di Palermo sul tema "Lott alla droga: verso gli anni Novanta", oggi contenuto in "La posta in gioco", Milano, Bur, p. 331 e ss.
  32. Il testo integrale dell'audizione è disponibile sul sito del Consiglio Superiore della Magistratura.
  33. Sandro Viola, Falcone, che peccato..., la Repubblica, 9 gennaio 1992. Disponibile integralmente qui.
  34. Puntata di Telefono Giallo del 12 gennaio 1992
  35. La Licata, op. cit., pp. 158-159.
  36. Citato in Bianconi, l'Assedio.
  37. Citato da Dalla Chiesa, Una Strage Semplice, p. 15.
  38. Ivi, p. 150.
  39. La Licata, op. cit., pp. 166-167.
  40. Ivi, p. 168.
  41. Il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=ff0wgrgkCBM

Bibliografia

  • Bianconi, Giovanni (2017). L'assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone, Torino, Einaudi.
  • Bolzoni, Attilio (2012). Uomini soli, Milano, Melampo Editore.
  • Caponnetto, Antonino, con Lodato Saverio (1992). I miei giorni a Palermo, Milano, Garzanti.
  • Dalla Chiesa, Nando (2017). Una Strage Semplice, Milano, Melampo Editore.
  • Falcone, Giovanni, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991). Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli.
  • La Licata, Francesco (2002). Storia di Giovanni Falcone, Milano, Feltrinelli.