Leonardo Messina
Leonardo Messina (San Cataldo, 22 settembre 1955) è un collaboratore di giustizia italiano, già esponente di Cosa Nostra in qualità di affiliato alla Famiglia di San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, di cui ricoprì i ruoli di sotto-capo e reggente fino all'arresto nell'aprile 1992. Con le sue dichiarazioni ha contribuito alla cattura di oltre 200 indagati per associazione mafiosa in tutto il territorio della Sicilia centrale nell’ambito della c.d. operazione “Leopardo”.

Biografia
L’infanzia in terra mafiosa
Originario di San Cataldo, un Comune di circa ventimila abitanti alle spalle di Caltanissetta, Leonardo Messina è cresciuto in una famiglia di radicate tradizioni mafiose, che il piccolo “Narduzzo” apprendeva dalle storie di sua nonna e dalle carriere criminali del nonno e dello zio, rispettivamente capofamiglia del vicino Comune di Serradifalco e capodecina di San Cataldo [1].
All’età di quattordici anni conobbe il rappresentante della famiglia di San Cataldo, Luigi Calì, che lo prese sotto la sua ala protettiva per avviarlo in quello che sarà un vero e proprio tirocinio in vista dell’affiliazione a Cosa Nostra. Posto alle dipendenze del Boss, Messina imparava i rudimenti del mafioso: incendiava i suoi primi camion, piazzava le prime bombe, partecipava alle rapine. e compì il suo primo omicidio[2]. Come raccontò lui stesso qualche anno dopo, «io mi sentivo un figlio d’arte»[3].
Galvanizzato dal suo forte lignaggio mafioso, Messina iniziò così una lunga scalata ai vertici della famiglia sancataldese e della provincia di Caltanissetta.
L’iniziazione a Cosa Nostra
Il percorso per diventare mafiosi, spiegò Messina[4], si articolava in tre fasi.
La prima fase è quella dell’avvicinamento. Nel corso di questo periodo, che può arrivare a durare anche vent’anni, «tu sai che quella è Cosa Nostra, sai dove stai entrando»[5]. È la fase in cui, sotto la guida di un patronus, si inizia a servire l’organizzazione, contribuendo alle rapine, alle estorsioni, fino alla prova decisiva dell’omicidio. Se il periodo di avvicinamento si conclude con esito positivo, si è pronti per passare al prossimo livello.
La seconda fase è quella dell’infiltrazione, quando il patronus comunica all’apprendista-avvicinato che è arrivato il momento di entrare in Cosa Nostra.
La terza e ultima fase è quella dell’affiliazione. La cerimonia della “punciuta” viene partecipata da quasi tutti i membri della famiglia e il giovane uomo d’onore sceglie un "padrino".
Il 21 aprile 1982, all’età di 27 anni, Leonardo Messina venne ritualmente affiliato a Cosa Nostra. Come tutti i neo affiliati, gli venne punto il polpastrello dell’indice destro, quello che preme il grilletto, e gli furono suggerite le parole del giuramento di fedeltà a Cosa Nostra, mentre un’immaginetta raffigurante la Madonna Annunziata, Santa patrona di Cosa Nostra, bruciava macchiata di sangue tra le sue mani: «come carta ti brucio, come santa ti adoro. Come brucia questa carta deve bruciare la mia carne se un giorno tradirò Cosa Nostra» [6].
Carriera criminale
Da uomo d’onore, Messina Leonardo assurse ben presto ai maggiori protagonismi dell’organizzazione, diventando sottocapo della famiglia di San Cataldo e, con l’età avanzata del capofamiglia, di reggente in pectore. Da questa posizione ebbe modo di stringere alleanze e amicizie, soprattutto con mafiosi del calibro di Giuseppe Madonia e con il mandamento di Vallelunga da lui guidato, il più importante della provincia di Caltanissetta e del centro-Sicilia[7].
Nonostante il suo ruolo, Messina teneva sempre a rimarcare di essere stato un mafioso sui generis che aveva lavorato tutta la vita: dal lavoro in miniera all’apertura di un lavaggio e di una macelleria a San Cataldo, riferiva, “ho lavorato sempre, ho guadagnato di più con il lavoro che con Cosa Nostra” [8].
Pur rivestendo per lui, a suo dire, poca importanza, il suo ruolo di primo piano attirò sempre molte attenzioni, sia dall’interno che da fuori l’organizzazione. In particolare, le sue entrature nel mondo della pubblica amministrazione e i suoi legami con “gente politica pulita”[9] lo rendevano una preziosa testa di ponte per i dialoghi e i contatti che l’organizzazione aveva da sempre intrattenuto con il potere statale, venendo a esercitare di fatto il ruolo di “uomo politico della famiglia, il quale tiene contatti sia con i politici e le imprese, sia con i carabinieri e la polizia, a volte depistandoli”[10].
La sua caratura mafiosa, poi, lo avvantaggiava (e avvantaggiò gli inquirenti) anche sul fronte dei rapporti interni all’organizzazione. L’aver instaurato, come si accennava, uno stretto rapporto con il potente mandamento di Vallelunga-Pratameno e con il boss Giuseppe Madonia, fece sì che a bussare alla porta dell’autolavaggio gestito da Messina si recarono persino agenti del SISDE, a conferire con lui per ottenere informazioni rilevanti per la cattura dei principali latitanti di Cosa Nostra, da Madonia a Riina al killer Pino Greco “Scarpuzzedda”[11].
L'arresto
L’attività di Messina all’interno di Cosa Nostra, fatta di traffici internazionali di stupefacenti e di procacciamento di appalti pubblici, si concluse bruscamente nell’aprile 1992, quando venne colto in flagranza di reato e tratto in arresto a San Cataldo, mentre era intento nei preparativi di un (tentato) omicidio.
Poche settimane prima, il 4 aprile, era stato ammazzato nel vicino paese di Pietraperzia Liborio Miccichè, esponente di primo piano della famiglia mafiosa di Enna e amico fraterno di Messina. Dietro l’omicidio vi era il suo compaesano e membro del clan rivale Cataldo Terminio.
Dalle intercettazioni telefoniche disposte nel corso delle indagini dalla Procura di Como, emerse come Messina si fosse messo in contatto con il sancataldese Calogero Marcenò, affiliato alla ‘ndrangheta in Lombardia, al fine di farsi recapitare con urgenza armi da fuoco silenziate. Dalla lettura degli stralci di conversazione emerge tutta l’urgenza e la preoccupazione con cui Messina metteva a parte il suo contatto lombardo dell’omicidio ordito dal loro compaesano Terminio, lasciando intendere come le circostanze dell’omicidio fossero per lui di cattivo presagio:
tre pezzi, due piccoli e uno grosso, silenziati. Fammi la cortesia di trovarmeli ovunque sia e di mandarmeli al più presto possibile […] Cerca di non abbandonarmi, ho bisogno[12].
L’uso delle armi da fuoco era destinato proprio all’omicidio di Terminio, pianificato da Messina in occasione del Venerdì Santo, in quanto durante la processione, le strade sarebbero state gremite di folla e pervase da inevitabili rumori d'ambiente tali da far passare inosservato un colpo di pistola esploso da arma silenziata[13].
La decisione di collaborare con la giustizia

Dal punto di vista temporale, l’arresto di Messina avvenne a poco più di un mese dalla strage di Capaci, nella quale perse la vita Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Falcone era diventato negli anni del Maxiprocesso punto di riferimento per diversi collaboratori di giustizia e, alla sua morte, le aspettative di ascolto e protezione si catalizzarono sul collega ed erede spirituale Paolo Borsellino.
Come dichiarò Messina stesso, “già prima della morte di Falcone, Borsellino era diventato il magistrato con cui volevano parlare coloro che decidevano di collaborare con la giustizia”[14], anche perché dal 1991 il magistrato aveva accettato di dirigere l'ufficio Affari Penali del Ministero della Giustizia. Messina decise di collaborare dopo l'appello di Rosaria Schifani, vedova di Vito, agente della scorta di Falcone, il giorno dei funerali nella chiesa di San Domenico a Palermo[15]. In realtà, ai motivi "etici" si erano sommati motivi ben più pratici.
Con l'avvento al potere dei Corleonesi, infatti, erano saltate tutte le regole "democratiche" di Cosa Nostra rispetto all'elezione dei capi mandamento e dei rappresentanti delle famiglie e delle province: Riina aveva infatti abolito le elezioni, sciolto i mandamenti o ridisegnatone i confini, mettendo ai vertici solo uomini di fiducia. Il venir meno della sua fiducia comportava la sua eliminazione.
In questo contesto, affermava Messina, “il terrore di essere chiamato o di apprendere che le persone accanto a me morivano uccise per strada incominciò a convincermi”[16]. Prima dell’arresto del Venerdì Santo, infatti, Messina aveva già iniziato a guardarsi intorno. Ben conscio del fatto che l’unico modo per uscire vivo da Cosa Nostra era collaborare con lo Stato e ottenerne la protezione, Messina iniziò a raccogliere documenti e materiale probatorio, che avrebbe poi consegnato, dopo l’arresto, a Paolo Borsellino, al fine di agevolare il riscontro delle proprie dichiarazioni.
Il 30 giugno 1992, Leonardo Messina iniziava ufficialmente la sua collaborazione con la giustizia, rendendo spontanee dichiarazioni ai sostituti procuratori Vittorio Aliquò e Paolo Borsellino.
Portata delle dichiarazioni
L’apporto conoscitivo di Messina, oltre che puntuale e riferito a singoli fatti di indagine, si è rivelato una importante chiave di lettura utile a comprendere il fenomeno mafioso nella sua dimensione cangiante ed estremamente adattiva, capace di mutare forma in reazione tanto alle risposte repressive dello Stato che ai mutamenti macroeconomici.
Cosa Nostra in quegli anni stava cambiando e, come riferì nel 1992 in Commissione parlamentare antimafia, “si spoglierà di tutti gli uomini d’onore, un po’ perché sono in carcere, un po’ perché con la repressione li arresteranno. In un certo senso le stiamo facendo un favore”[17] . Quella che in questo senso emerse dalle dichiarazioni di Messina era l’immagine di una Cosa Nostra a due facce, il cui fondamentale punto di forza si è sempre collocato fuori di essa.
In anticipo sui tempi di quasi due anni (la prima sentenza della Suprema Corte di Cassazione che sintetizza i tratti del concorso esterno in associazione mafiosa è del 1994), Messina fornisce un’idea molto chiara del “vero" potere della mafia, e cioè “le persone che non sono mai volute entrare e che vivono ai margini di Cosa Nostra”[18].
Accanto alle vittime soggiacenti, infatti, Messina rivelava di imprenditori, politici e magistrati compiacenti che, in vari modi e negli ambiti di loro pertinenza, appoggiavano l’agire di Cosa Nostra e dai quali gli uomini d’onore sapevano di poter ricevere ascolto e collaborazione. Una collaborazione che, precisava il pentito, in quegli anni si sporcava di sangue, a vantaggio di quegli “uomini politici” che, più che dare ordini – “nessuno può ordinare a Cosa Nostra” –, in qualche modo segnalavano i fastidi che stava arrecando un poliziotto, un imprenditore o un giudice, e tanto bastava a far mobilitare l’organizzazione[19].
Contributi investigativi
In virtù del suo lignaggio familiare, Messina arrivò a ricoprire il ruolo di rappresentante de facto della famiglia di San Cataldo nel periodo in cui il boss ultra-ottantenne Lorenzo Naro non era fisicamente in grado di assolvere ai propri compiti[20]. La sua levatura criminale rese, quindi, le informazioni in suo possesso preziose per gli inquirenti, tanto nel periodo successivo al suo “pentimento” quanto in epoca antecedente alla fuoriuscita dal sodalizio.
Il rapporto col SISDE
Come da lui stesso dichiarato nel corso del processo Leopardo[21], parecchi anni prima dell’inizio della sua collaborazione Messina veniva periodicamente contattato dai funzionari del SISDE interessati alla cattura del capo mandamento di Vallelunga-Pratameno Giuseppe "Piddu" Madonia. Ottenuti i contatti con Messina, gli agenti del SISDE lo andarono a trovare direttamente a San Cataldo e gli mostrarono un vero e proprio prezzario dei latitanti, con indicati i nomi dei ricercati e a fianco il prezzo che Messina avrebbe ottenuto se avesse fornito informazioni utili alla cattura: “se facevo pigliare Scarpuzzedda [Pino Greco, n.d.r.] mi davano ottocento milioni, per Madonia mi davano quattrocento”[22].
Messina, come dallo stesso dichiarato di fronte alla Commissione parlamentare antimafia, si mostrò da subito disposto a contribuire a quel tipo di indagini, accennando questo suo proposito a “quel capitano”, colui il quale Messina avrebbe cercato invano di convincere a raggiungerlo a San Cataldo. “Se lui fosse venuto, molte cose in Sicilia non sarebbero successe, molti poliziotti o magistrati non sarebbero morti perché quegli uomini sarebbero stati arrestati”[23].
Giulio Andreotti e gli andreottiani
Le dichiarazioni rese da Messina, oltre che contribuire alla cattura di Madonia e all’arresto di 200 mafiosi nell’ambito dell’operazione Leopardo – la più grande dai tempi del blitz di San Michele, scattato a seguito delle dichiarazioni di Buscetta – puntarono talvolta molto in alto.
Fu il primo collaboratore di giustizia a mettere infatti a verbale il nome di Giulio Andreotti come referente politico di Cosa Nostra e parlò anche di Salvo Lima, descritto come il “punto di contatto di alcuni politici per arrivare a un altro posto”[24]. A cosa si volesse riferire con “a un altro posto”, Messina non volle precisarlo alla Commissione, lasciando però intendere che si trattava della testa di ponte mafiosa attraverso cui “alcuni politici”, per il tramite di Salvo Lima, riuscivano a dialogare con il vertice di Cosa Nostra. Visto, tuttavia, il cattivo esercizio di questo suo ruolo di mediatore, Lima viene ucciso: “si doveva dare la dimostrazione che chi non mantiene i patti muore”[25]. E in quel caso specifico, il “patto” non onorato da Lima riguardava “la sicurezza che gli uomini d’onore non sarebbero stati ergastolani”[26]. Lima, infatti, venne ucciso a pochi mesi dalla conferma definitiva delle condanne del Maxiprocesso da parte della Corte di Cassazione. Stessa sorte – e per motivi analoghi – toccò ai cugini Nino e Ignazio Salvo, gestori dell’esattoria dei tributi in Sicilia, affiliati alla famiglia mafiosa di Salemi, in provincia di Trapani.
L'infiltrazione mafiosa nei palazzi di giustizia
Messina delineò brevemente i punti salienti di un sistema rodato e messo a punto per attuare la collaborazione con l’esterno, a partire dai contatti con giudici e pubblici ministeri. Non appena un nuovo giudice o procuratore veniva assegnato al Tribunale di un certo comune, subito un imprenditore o un rappresentante delle istituzioni locali si metteva a sua disposizione, per trovargli casa, ad esempio, in modo così da instaurare e mantenere i rapporti con lui. Al momento decisivo, si sarebbe fatto vivo chi di dovere. Secondo Messina, sono quattro gli atteggiamenti che emergono in quei contesti:
«C’è chi ci sta, chi non ci sta, c’è chi muore. C’è chi vive e sceglie la strada di mezzo»[27].
Oltre a questo metodo, piuttosto rischioso e invasivo, esistevano anche altre vie, più "oblique". Negli anni '60 e '70 del Novecento, un periodo d’oro di processi per mafia aggiustati e di assoluzioni continue per insufficienza di prove, Cosa nostra si curava di essere sempre presente all’interno dei Palazzi di Giustizia, tramite i propri avvocati. Infatti, oltre alla figura dell’avvocato di fiducia scelto dall’uomo d’onore, Messina ne descriveva altri due tipi, che a quello gravitano attorno. Esiste il cosiddetto avvocato “di controllo”, l’avvocato di Cosa Nostra “che comunica subito se tu hai sbagliato a parlare”[28]; poi c’è tutta una serie di avvocati “di corridoio”: “quando nei Tribunali ci sono le camere di consiglio, gli avvocati entrano ed escono, non c’è mai una porta chiusa”[29] . Girano per le cancellerie, per gli uffici giudiziari nel corso delle camere di consiglio, fornendo di continuo a chi di dovere informazioni sempre attuali sullo stato di avanzamento dei procedimenti penali e aggiornando in tempo reale Cosa Nostra su chi sta facendo bene la propria parte e chi no.
Le entrature mafiose non si limitavano alle aule dei Tribunali e non rimanevano circoscritte alle fasi avanzate dei processi penali. Al contrario, si spingevano fino ai piani alti delle Procure, dentro le caserme e le Questure, permettendo all’organizzazione di monitorare anche la fase delle indagini[30]. Gli uomini d’onore, infatti, spesso e volentieri venivano avvisati, specie in occasione dei grandi blitz e delle retate, di un mandato di cattura che stava per essere emesso o di qualcosa che altrimenti si stava muovendo, cioè “che era il momento di cambiare aria”[31].
Ad esempio, Messina riferì che dopo la decisione di Calderone di collaborare con la giustizia e che in seguito alle sue dichiarazioni si preparava un blitz, "noi lo sapevamo già alle due di pomeriggio a San Cataldo, figuriamoci a Palermo”[32].
Delineato un quadro del genere con la dovuta precisione, è facile intuire le conseguenze che potevano scatenarsi quando il meccanismo si inceppava, intuire le motivazioni dietro le conseguenze del più grave e imprevisto degli inceppamenti, quello del Maxiprocesso.
La trasformazione di Cosa nostra
Secondo Messina, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 Cosa Nostra iniziò a cambiare veste, il che significava che «tutti quelli che appartengono alla storia di Cosa Nostra devono morire»[33].
Sia parlando alla Commissione Antimafia che nel corso delle sue deposizioni processuali, Messina tornò periodicamente a soffermarsi sul cambiamento strutturale ed essenziale che Cosa Nostra stava vivendo in quel periodo. A detta del collaboratore, “mentre la mafia tradizionale si accontentava di stare vicino agli onorevoli, ora è un atteggiamento di ricchezza”[34].
Se infatti negli anni '50 e '60 Cosa nostra aveva bisogno del potere politico per fare affari, con l'ingresso nel traffico internazionale di stupefacenti la quantità di denaro accumulato era tale da emancipare i boss mafiosi dalla protezione politica. Da rapporto di dipendenza si passava quindi a uno di parità, che con la crisi della politica divenne un ruolo di supremazia, con conseguenze imprevedibili rispetto allo status quo in vigore fino a quegli anni.
Il ruolo dei Corleonesi
A provocare la mutazione furono anzitutto i Corleonesi, che con la seconda guerra di mafia scompaginarono tutti gli equilibri e le regole dell'organizzazione. Messina, schierato con loro, ne esercitava le funzioni di ambasciatore, soprattutto durante la latitanza dei boss, che in quegli anni iniziarono ad affidare l’esecuzione di compiti prettamente “mafiosi” a soggetti che non venivano più “presentati” come uomini d’onore. Messina non poteva che concludere che “Cosa Nostra in un certo senso è destinata a scomparire, a indossare una nuova veste”[35].
Già nel periodo antecedente alla sua fuoriuscita, Messina osservava come in quegli anni si cominciò ad affiliare i nuovi membri saltando la fase della presentazione.
La classica procedura di affiliazione alla mafia, che preveda la prova decisiva dell’assassinio, e che fa sì che tutti gli uomini d’onore siano automaticamente degli assassini, non regge più in questo nuovo contesto: “nel momento in cui si consegna la mappa di una provincia intera, non rimane più niente in piedi. Non c’è più nessuno disposto ad assassinare”[36]. Nell’epoca dei maxi-processi e delle maxi-retate, Cosa Nostra torna a farsi piccola e a lavorare per smussare i suoi stessi contorni. E “nel momento in cui lo Stato colpisce i suoi uomini e i pentiti chiamano quelli presentati ritualmente” [37], nel momento in cui i “malacarne” vengono sepolti nei bracci del 41-bis, Cosa Nostra si rigenera con forze nuove, fatte di inafferrabili “perfetti sconosciuti”, né presentati né tantomeno affiliati.
Mafia e massoneria
Sovente nel corso delle sue deposizioni Messina si soffermava a trattare del rapporto tra mafia e massoneria, nonché di come l’analisi di tali rapporti avrebbe potuto fornire importanti chiavi di lettura per analizzare, di nuovo, l’evoluzione di Cosa Nostra. Perché il presupposto, che anche qui ritorna, è quello del superamento delle etichette, tanto dell’etichetta "Cosa Nostra" tanto dell’etichetta "massoneria".
Quella con cui Cosa Nostra si relazionava, infatti, “è un’ala della massoneria che è segreta”[38]. Sarebbe stato dunque inutile, ammoniva Messina, andare alla ricerca di liste o tessere, perché “non è scritto in alcun posto che Totò Riina o Leonardo Messina sono iscritti alla massoneria”[39]. E il principio è valido anche in senso opposto: a garantire “favori giudiziari, appalti eccetera possono anche esservi uomini della massoneria che non sono uomini d’onore ma che li aiutano lo stesso”[40].
Il rapporto tra mafia e pezzi di questa massoneria nebulosa e deviata era sempre esistito ed era sempre stato quasi coessenziale alla gestione organizzativa della stessa Cosa Nostra, tanto da creare situazioni in cui “quelli che riescono a diventare capi appartengono alla massoneria”[41].
Questo profilo di influenza che la massoneria riusciva a esercitare persino nei confronti di un’organizzazione del potere chiusa, assoluta e verticistica come Cosa Nostra era il risultato dell’opportunismo degli uomini d’onore, che sfruttavano in ogni modo le opportunità che un contesto come la massoneria era in grado di creare, “perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha Cosa Nostra”[42].
In controluce, dunque, si riesce anche qui a intravedere l’immagine di una mafia che, seppur trovandosi a convivere con la sua breve e disastrosa parentesi violenta e manifesta, non si è mai distaccata dalla sua primigenia vocazione di interlocutrice degli amministratori del potere legittimo. Una vocazione che l'organizzazione, soprattutto dopo la parentesi stragista, stava cercando di rifare propria a ogni costo. Messina sosteneva infatti che il vero uomo d’onore, che voglia seriamente aspirare a diventare un capo, mette da parte il kalashnikov per occuparsi di intessere solide relazioni col potere legale, sia privato che pubblico.
Mafia e appalti pubblici
Tra le fonti di maggiore introito per le casse di Cosa Nostra, dopo il traffico di stupefacenti Messina annoverava gli appalti.
Nel corso della sua collaborazione ebbe occasione di tornare parecchie volte sul tema, che sviscerò minuziosamente già a partire dall’interrogatorio reso davanti a Paolo Borsellino, per poi descriverlo in maniera più sistematica davanti alla commissione parlamentare e, nuovamente, in sede processuale.
Le sue dichiarazioni, in particolare, hanno fatto da base per le conclusioni dei giudici del processo Leopardo e illustravano un sistema composto da cartelli tra imprenditori, finalizzati a influenzare o frustrare le decisioni della Pubblica Amministrazione circa i soggetti cui affidare i lavori[43]. Gli accordi in questione riguardavano tutte le fasi della procedura di affidamento, a partire dal cosiddetto “controllo sui ribassi”, “in modo da consentire all’impresa designata di offrire un certo ribasso d’asta con la certezza di vincere la gara”[44], fino ad arrivare alla previsione di veri e propri “turni dei vincitori”.
Il sistema in parola, emerso in quegli stessi anni anche a livello nazionale con Tangentopoli, in Sicilia si connotava per la presenza dell’intervento mediatore delle cosche mafiose, cui talora gli imprenditori si rivolgevano «per sfruttare il bagaglio di conoscenze e influenze di taluni di quei personaggi»[45].
Oltre che su esplicita richiesta dell’imprenditore, Cosa Nostra interveniva a monte e di sua iniziativa nel momento in cui i lavori venivano approvati: “in ogni caso, prima o poi, a Cosa Nostra deve sempre arrivare il suo”[46].
Questo sistema di partecipazione agli appalti pubblici era stato brevettato da Angelo Siino, e prevedeva per Cosa Nostra due tipologie alternative di intervento. La strada più breve era di mettersi direttamente d’accordo con il politico che approvava i lavori, che venivano in questo caso pagati fin da subito, prima che iniziassero e subito dopo che fossero trascorsi i 30 giorni previsti dalla normativa di settore per fare ricorso contro l’aggiudicazione.
L’altro modo, un po’ più esplicito e rischioso, era di andare a trovare l’impresa aggiudicatrice direttamente sul cantiere e lì raggiungere un “accordo” per il pagamento della quota pretesa dalla cosca: “tutti gli imprenditori delle province sono d’accordo, perché alla fine è lo Stato che paga”[47]. Poi, “se un imprenditore non ci sta, comincia a subire”[48]. Però, lungi dall’evocare immagini di ruspe incendiate e lupare bianche, Messina ha descritto un metodo diverso, molto più sicuro e pulito, seguendo il quale era sufficiente sfruttare le proprie entrature politiche e nella Pubblica Amministrazione in modo da, per esempio, fare arrivare sul cantiere indicato un direttore dei lavori particolarmente zelante e che si impegnasse a controllare a vista i lavori sul cantiere, così da impedire all’imprenditore di effettuare le variazioni in aumento che aveva previsto e programmato come eventualità necessaria a fronte di un’offerta troppo bassa in sede di aggiudicazione[49].
La casa dei soldi
“Avevo detto al Dottor Borsellino della casa dei soldi e lui si era messo a ridere”[50].
I proventi del traffico di stupefacenti, degli appalti e delle estorsioni affluivano copiosi nelle casse di Cosa Nostra, rendendo di conseguenza necessario implementare anche la conseguente attività di riciclaggio. Così tanto denaro, infatti, non poteva più essere semplicemente tenuto nascosto, ma serviva occultarne la provenienza illecita, così poi da reinvestirlo, reimmetterlo nel mercato legale e farlo nuovamente fruttare. Sul punto, Messina fornì spunti interessanti per comprendere questa ulteriore e sempre più pervasiva attività di Cosa nostra, ponendo ancora una volta l’accento sugli ambienti estranei alla mafia che ne garantivano il buon esito.
Il collaboratore premetteva che la mole eccessiva di denaro da riciclare imponeva di agire con cautela, evitando di muovere quantità troppo consistenti di ricchezza troppo in fretta e tutte in una volta, attirando così l’attenzione delle Autorità. Con una scelta quasi comica ma estremamente pragmatica, si sceglieva dunque di acquistare interi appartamenti, al fine di ammassarvi le enormi quantità del denaro contante proveniente soprattutto dalla vendita di droga sia all’ingrosso che al dettaglio.
“Quando il traffico è enorme, i soldi sono tanti. Ci sono scaffali pieni di soldi. Anche il Dottor Borsellino era incredulo”[51].
Man mano che i soldi venivano prelevati dalle “case”, si procedeva alla fase successiva del riciclaggio, di cui Messina analizzava le dinamiche sottolineando il ruolo decisivo anche qui svolto da agenti esterni all’associazione.
La procedura, come al solito molto sfumata, prevedeva due modalità di azione alternative.
La prima, più diretta, coinvolgeva personalità di spicco interne all'organizzazione, proprietarie, tramite prestanome, di grosse aziende operanti soprattutto nel settore del movimento terra (ad esempio, “La Calcestruzzi S.p.A. di Riina”[52]), aziende che, tramite i loro bilanci debitamente aggiustati, ripulivano il denaro sporco facendolo risultare come il provento di una legittima attività di impresa.
La seconda procedura era più indiretta, ancora più sfumata, e prevedeva che la famiglia mafiosa avvicinasse un grosso imprenditore, persona che con l'organizzazione “non hanno niente a che dividere”[53], e per suo tramite si metta in contatto con professionisti e consulenti del mondo della finanza, ai quali vengono poi affidati i capitali illeciti da ripulire o di cui far perdere le tracce.
Note
- ↑ Luigi Russo, “Sentenza n. 242/95 Vassallo Calogero +116”, Tribunale Ordinario di Caltanissetta, 6 maggio 1997, p.346
- ↑ Ibidem
- ↑ Citato in Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre, p. 514
- ↑ Ibidem
- ↑ Citato in Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre, p.
- ↑ Ibidem
- ↑ Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre, p. 512
- ↑ Ivi, p. 513
- ↑ Ibidem
- ↑ Ibidem
- ↑ Luigi Russo, “Sentenza n. 242/95 Vassallo Calogero +116”, Tribunale Ordinario di Caltanissetta, 6 maggio 1997, p. 356
- ↑ Ivi, p. 682
- ↑ Ivi, p. 678
- ↑ Stille, Alexander (2007). Nella terra degli infedeli, Milano, Garzanti, p. 413
- ↑ Ivi, p. 418
- ↑ Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre, p. 513
- ↑ Ivi, p. 520
- ↑ Ivi, p. 525
- ↑ Ibidem
- ↑ Luigi Russo, “Sentenza n. 242/95 Vassallo Calogero +116”, Tribunale Ordinario di Caltanissetta, 6 maggio 1997, p. 407
- ↑ Ivi, p. 357
- ↑ Ibidem
- ↑ Ibidem
- ↑ Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre, p. 559
- ↑ Ivi, p. 563
- ↑ Ibidem
- ↑ Ivi, p. 554
- ↑ Ivi, p. 581
- ↑ Bolzoni, op. cit., p. 187
- ↑ Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre, p. 573
- ↑ Ivi, p.574
- ↑ Ibidem
- ↑ Ivi, p. 563/ref>, così come devono essere tolti di mezzo tutti quanti, dall’interno di Cosa Nostra, hanno avuto contatti con i politici: “non ci devono essere tracce né memorie storiche del passato. Perché si sta cambiando pelle” <ref>Ibidem
- ↑ Ivi, p. 519
- ↑ Ivi, p. 520
- ↑ Ivi, p. 608
- ↑ Ivi, p. 607
- ↑ Ivi, p. 569
- ↑ Ibidem
- ↑ Ibidem
- ↑ Ivi, p. 523
- ↑ Ibidem
- ↑ Luigi Russo, “Sentenza n. 242/95 Vassallo Calogero +116”, Tribunale Ordinario di Caltanissetta, 6 maggio 1997, p. 441
- ↑ Ibidem
- ↑ Ivi, p. 442.
- ↑ Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre, p. 564
- ↑ Ivi, p. 565
- ↑ Ivi, p. 607
- ↑ Ibidem
- ↑ Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre, p. 578
- ↑ Ibidem
- ↑ Ivi, p. 579
- ↑ Ibidem
Bibliografia
- Commissione Parlamentare Antimafia (1992). Audizione del collaboratore della giustizia Leonardo Messina – XI legislatura (1992-1994), a cura del Presidente Luciano Violante e altri, Roma, 4 dicembre.
- Russo, Luigi (Presidente) (1997). “Sentenza n. 242/95 Vassallo Calogero +116”, Tribunale Ordinario di Caltanissetta, 6 maggio.
- Stille, Alexander (2007). Nella terra degli infedeli, Milano, Garzanti,