Luigi Ilardo
“Dopo tanti anni in cui ho seguito fin dalla fase dell’indagine anche questa vicenda, non esito a definire, perché ne sono convinto, quella di Ilardo come una storia unica, più unica che rara certamente, nel panorama della mafia e antimafia nel nostro paese” (Nino di Matteo, durante la requisitoria finale al processo sulla trattativa Stato-Mafia, 26 gennaio 2018)

Luigi Ilardo (Catania, 13 maggio 1951 - Catania, 10 maggio 1996) è stato un mafioso e collaboratore di giustizia italiano, ucciso da Cosa nostra la sera prima di entrare nel programma di protezione.
Biografia
Nascita e genesi mafiosa della famiglia Ilardo
Luigi nacque in un contesto famigliare ben inserito nelle dinamiche mafiose catanesi: la sorella di suo padre Calogero sposò un emergente boss di Vallelunga Pratameno (CL), don Ciccio (Francesco) Madonia, con cui ebbe tre figli, tra i quali il futuro boss Piddu (Giuseppe) Madonia, rappresentante provinciale di Caltanissetta per Cosa Nostra[1] e vice-rappresentante regionale nella “Commissione interprovinciale” (la c.d. Cupola) dal 1982.
Le figlie e la compagna
Sposato con Margherita Dalla Lastra, una ragazza bellunese conosciuta durante un viaggio di quest’ultima in Sicilia, ebbe due figlie, Francesca e Luana. Successivamente, nel 1995, la seconda moglie Cettina diede alla luce due gemelli, Giuliano e Giancarlo.
La figlia Luana nacque nel 1980, nel pieno della latitanza del padre, che infatti non poté riconoscerla al momento della nascita; per questo motivo, appena nata il suo nome era Luana Dalla Lastra, che cambiò definitivamente all’età di circa 6 anni in Luana Ilardo.
L’affiliazione a cosa nostra e l’arresto
Nel 1978 don Ciccio Madonia, che al tempo era capomafia di Vallelunga Pratameno e vicino al Clan dei Corleonesi, venne ucciso dalla fazione palermitana. A capo della famiglia arrivò quindi suo figlio Piddu; contemporaneamente, Luigi Ilardo venne "combinato" e divenne uomo d’onore, all’età di 27 anni.
Da quel momento iniziò la sua carriera criminale, e a seguito di un sequestro di persona a scopo estorsivo (durato 24 ore) ai danni del figlio di un gioielliere e del traffico internazionale di armi, fu spiccato un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti.
Ciò portò Ilardo a darsi alla fuga ed iniziare un periodo di latitanza, in parte passato a Barcellona Pozzo di Gotto, che si concluse nel 1983, anno in cui fu arrestato su un volo Alitalia all’aeroporto di Roma Ciampino.
Il primo carcere in cui fu condotto fu quello di Favignana, dove restò fino alla fine del 1985, quando fu trasferito nel carcere di Lecce, in cui restò fino al 1994, salvo una parentesi nel carcere di massima sicurezza sull’isola dell’Asinara.
L’inizio del rapporto confidenziale con i carabinieri
Nell’ottobre 1993, mentre era detenuto nella casa circondariale di Lecce, Ilardo inviò una lettera a Gianni De Gennaro, in quel momento Direttore della Direzione investigativa antimafia, in cui espresse la volontà di iniziare a collaborare con la giustizia[2].
De Gennaro affidò l’incarico al Colonnello dei Carabinieri Michele Riccio, in quel momento assegnato alla DIA, che si era già occupato di indagini sulle infiltrazioni mafiose a Genova, con il quale Ilardo concordò di fare da infiltrato nelle file di Cosa nostra.
Questa modalità di azione era inusuale ma utile nel caso specifico in quanto Ilardo era da ormai diverso tempo recluso e quindi impossibilitato a fornire informazioni attuali sulle vicende interne all’organizzazione; contestualmente però, l’arresto del cugino Piddu Madonia rappresentava una circostanza favorevole all’immediata reintroduzione di Ilardo nei ranghi più elevati della fazione nissena di Cosa nostra, intuizione che si rivelò corretta.
L’indagine Grande Oriente
Ilardo venne rilasciato nel gennaio 1994 e il suo rapporto confidenziale si protrasse fino al 2 maggio 1996, cioè otto giorni prima di essere ucciso, il 10 maggio, e 15 giorni prima dell’appuntamento con i pubblici ministeri di Caltanissetta e Palermo, utile a concordare l’entrata nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia.
Le dichiarazioni rese da Ilardo al colonnello Riccio vennero successivamente raccolte da quest’ultimo in un fascicolo che prende il nome di “indagine Grande Oriente”.
I primi arresti e lo scambio di lettere con Provenzano
Il suo rapporto confidenziale con Riccio condusse le autorità ad assicurare alla giustizia una cinquantina di persone: alcuni di questi erano importantissimi boss di quel momento, tra cui sette capi provincia di massima rilevanza, e non nascose la possibilità di arrivare anche al capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano.
I problemi iniziarono quando De Gennaro fu distaccato dalla DIA e Riccio fu costretto a rientrare nell’arma, dove fu inserito nei ROS, sotto le dipendenze del Generale Obinu e del Colonnello Mori.
Poco dopo l’inizio della collaborazione, tramite il lavoro della fonte, i Carabinieri arrestarono Domenico Vaccaro; in seguito, Ilardo ricevette una lettera da Provenzano che lo incaricò di controllare la situazione delle famiglie di Agrigento, di Catania e di Caltanissetta, in merito alla gestione della costruzione di un metanodotto che stava interessando quelle provincie.
Il boss corleonese, nel fargli presente di avere piena fiducia nel suo operato, lo informava contestualmente di essere stato investito di tale problematica dal rappresentante provinciale di Agrigento (Antonio Fragapane), per cui gli raccomandava tempestività e precisione.
Questa lettera rappresentava un attestato di stima nei confronti di Ilardo da parte di Provenzano, il quale non escludeva un eventuale incontro nel caso la situazione lo richiedesse.
L’incontro con Provenzano

Il primo incontro tra Ilardo e Provenzano avvenne su indicazione di Salvatore Ferro (medico oculista, fratello del più famoso Antonio, boss della provincia mafiosa di Agrigento) il 31 ottobre 1995, che gli diede appuntamento al bivio di Mezzojuso per le prime ore del giorno e lo invitò a presentarsi insieme a Lorenzo Vaccaro[3].
I due vennero condotti all’ovile da un certo Giovanni, e l’incontro durò circa otto ore, nelle quali, a detta di Ilardo, affrontarono due grandi temi:
- l’espansione autonomistica che in quel momento caratterizzava Giovanni Brusca, supportata da Francesco la Rocca, sedicente capo provinciale di Catania a cui però Provenzano non riconosceva tale incarico, e della famiglia di Agrigento, nella persona di Salvatore Fragapane; Provenzano comunicò a Ilardo e a Vaccaro di ritenere inopportuno uno scontro armato nei confronti del gruppo di Brusca, data la situazione politica del periodo, anche se erano da mettere in risalto gli errori che quest’ultimo stava compiendo;
- la raccomandazione di evitare una guerra contro la famiglia La Rocca, pur riconoscendo dei motivi validi per i quali ciò potesse accadere, ribadendo il suo appoggio nel caso di una scelta diversa. Tutto ciò era finalizzato a mettere alle strette Giovanni Brusca, con cui avrebbe avuto da lì a poco un incontro.
Dopo l’incontro luigi Ilardo fu in grado di fornire a Michele Riccio un identikit fisico di Bernardo Provenzano e indicò il punto dove si trovava l’ovile in cui era nascosto, conducendo il Carabiniere sul posto cosicché potesse riscontrare l’informazione ricevuta.
Durante un secondo sopralluogo, avvenuto a distanza di pochi giorni, Ilardo individuò due abitazioni usate dal latitante per effettuare incontri con i suoi affiliati; Riccio ne comunicò le coordinate geografiche al Comando superiore, a cui però non seguì nessun intervento da parte delle forze dell’ordine.
Tensioni interne a Cosa nostra
A seguito di mancati pagamenti, Luigi Ilardo in quel momento stava vivendo un momento di tensione con La Rocca, tanto che dopo alcuni scambi epistolari con Provenzano quest’ultimo gli consigliò di incontrarlo per cercare una soluzione ed evitare così di aggravare una situazione già difficile, vista l’appartenenza di La Rocca alla fazione di Brusca.
A fine novembre del 1995, Riccio incontrò Ilardo che gli comunicò che Francesco La Rocca gli aveva fatto recapitare un messaggio in cui proponeva un incontro nella sua zona di competenza, prontamente rifiutato da Ilardo che aveva subodorato un possibile agguato.
La strategia di Ilardo fu quella di alimentare sempre di più la “tragedia” con la famiglia La Rocca, anche se ciò poteva diventare molto pericoloso per la sua incolumità; questa strategia era finalizzata ad ottenere nel più breve tempo possibile un altro incontro con Provenzano.
Nel successivo incontro con Riccio avvenuto i primi giorni di dicembre, Ilardo comunicò di avere incontrato Lorenzo Vaccaro (esponente di spicco di Cosa nostra nissena), riferendo come quest’ultimo, in modo viscido e subdolo, lo aveva avvisato “per il suo bene” che molte persone all’interno di Cosa nostra lo ritenevano un elemento pericoloso.
Secondo Ilardo questo messaggio di Vaccaro nascondeva le ambizioni di potere di quest’ultimo, e ciò lo preoccupava; pertanto, Ilardo comunicò al carabiniere che avrebbe sfruttato il disaccordo con Vaccaro per spingere Provenzano a convocarlo il prima possibile[4].
Importante è anche la visita che Ilardo ricevette da parte di Aurelio Quattroluni detto Lello, il 14 dicembre 1995, nel quale Ilardo trovò riscontro dell’esistenza di due aree contrapposte di cosa nostra a Catania:
- Un’area legata a Brusca, rappresentato da Ercolano, che contava sull’appoggio dei La Rocca, I Ferrera ed i fratelli Cammarata di Riesi;
- un'area legata a Provenzano, rappresentato da Santapaola, nella quale si annoveravano i nomi di Galea, Natale e appunto Aurelio Quattroluni[5].
L’omicidio
Nei mesi successivi Ilardo provo con insistenza ad organizzare un secondo incontro con Provenzano, che però non avvenne mai. Il 10 maggio 1996 venne assassinato da due killer mentre stava rientrando nella sua abitazione in Via Quintino Sella a Catania, il giorno prima di entrare nel programma di protezione.
Indagini e processi
Il 1° ottobre 2020, la Cassazione confermò la condanna all'ergastolo per Piddu Madonia e Vincenzo Santapaola come mandanti dell’omicidio, Maurizio Zuccaro come organizzatore e Orazio Benedetto Cocimano come esecutorio materiale[6].
La sentenza confermò che Cosa nostra venne a conoscenza della collaborazione di Luigi Ilardo con le autorità a causa di una fuga di notizie dalla Procura di Caltanissetta, guidata all’epoca da Giovanni Tinebra.
In questo contesto si inserisce, sempre facendo riferimento al rapporto Grande Oriente, il fatto che Ilardo, durante il suo ultimo incontro con Michele Riccio, avvenuto la mattina del giorno della sua morte, comunicò al Carabiniere che un suo cugino, tale Insinna, aveva appena fatto visita al Piddu Madonia in carcere a Roma, e subito dopo aveva chiesto un incontro con Bernardo Provenzano.
Per lo stesso delitto fu anche condannato a 13 anni e 4 mesi di reclusione il boss pentito Santo La Causa, reo di aver organizzato dei sopralluoghi per il compimento del delitto, salvo poi non averlo compiuto, in quanto fu bypassato nella commissione del delitto.
Audizione di Luana Ilardo in commissione parlamentare d’inchiesta
Il 16 novembre 2021 Luana Ilardo fu ascoltata nella commissione parlamentare antimafia, ricordando come Zuccaro, al momento dell’omicidio del padre, non avesse ancora ricevuto alcuna autorizzazione dai più alti vertici di Cosa nostra ma procedette lo stesso al delitto.
Questo si collega con alcune dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia, Pietro Riggio, che, come riporta testualmente Luana Ilardo:
“dirà con molta crudezza che l’ordine di fare ammazzare mio padre provenne dal colonnello Mario Mori, che avrebbe incaricato di occuparsene un capitano dei Carabinieri in servizio alla caserma principale di Piazza Giovanni Verga a Catania”[7].
Inoltre, aggiunse:
“è bene ricordare che il colonnello Mori verrà poi nominato a capo dei Servizi segreti dal Governo Berlusconi, soggetto ancora oggi indagato dalla procura di Firenze per le stragi del 1992-1993 e che finanziò` nel suddetto periodo Cosa nostra” [8].
Infine, per provare l’assoluta tranquillità con cui Bernardo Provenzano conduceva la sua latitanza, ricordò come Ciro Vara, mafioso di Vallelunga, disse al boss di spostarsi dal casolare di Mezzojuso, in quanto Ilardo aveva riferito la sua posizione ai Carabinieri, e la risposta del boss fu una risata compiaciuta e nient’altro.
Altri collegamenti
Chisena e i servizi segreti
Luana Ilardo raccontò che la famiglia Ilardo era solita ospitare alcuni personaggi di spicco di Cosa Nostra ma non solo. Una sera sentì infatti sua nonna urlare contro il nonno, Calogero, facendo riferimento a Gianni Chisena (in alcune fonti riportato come Ghisena), che secondo la mamma di Luigi Ilardo fu ospitato a Catania dalla famiglia Ilardo su richiesta di Luciano Liggio.
Chisena, di cui Luigi diventò autista, veniva descritto dallo stesso come l’artefice dell’ingresso di Cosa Nostra nella massoneria, dopo essere entrato in contatto con Liggio durante la latitanza di quest’ultimo a Milano e Torino; inoltre, aveva contatti con servizi segreti e con gruppi terroristici di destra e sinistra.
Ilardo riportò che Chisena era in possesso di un tesserino blu del ministero dell’interno[9], utilizzava auto statali e aveva accesso alla base militare da Augusta, dalla quale Ilardo lo vide uscire con una valigetta piena di materiale esplosivo[10].
Chisena e l’omicidio Moro
Il giorno in cui fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, il Chisena stava rientrando da Roma in Sicilia, accompagnato da alcuni uomini del Sid (servizio informazioni difesa). In quell’occasione Ilardo, presente in qualità di autista, sentì il Chisena, dopo aver appreso del ritrovamento del corpo, dire: “Allora l’hanno fatto. L’hanno voluto fare”.
Referenti politici per le elezioni del 1994
Il 13 marzo 1994 Michele Riccio contattò Ilardo, il quale gli riferì che, in vista delle elezioni del 1994, Cosa Nostra aveva selezionato i propri referenti politici tra le file del neonato partito Forza Italia.
In particolare, per la Sicilia Orientale spiccava il nome di Antonino la Russa (padre di Ignazio), che era già senatore e non si sarebbe candidato, e suo figlio Vincenzo, presente nella lista unica Alleanza Nazionale Forza Italia[11], risultando eletto con 53.425 preferenze[12].
Inoltre, Ilardo elencò una serie di politici “vicini” a Cosa nostra o uomini d’onore[13], in particolare:
- Carmelo Santalco, più volte sindaco di Barcellona pozzo di Gotto e sei volte senatore;
- Calogero Mannino, deputato e ministro;
- Salvo Andò;
- Pippo Campione, ex presidente regionale dell’antimafia;
- Enzo Coco, senatore della D.C.;
- Dino Madaudo, ex sottosegretario agli interni;
- Salvo Lima, uomo d’onore e deputato D.C;
- Saverio d’Aquino, ex sottosegretario agli interni di ala liberale.
Attività di promozione di Forza Italia
Ilardo raccontò anche che il 16 marzo 1996 aveva incontrato l’avvocato Minniti, importante esponente di Forza Italia in Calabria, il quale gli chiese di favorire la campagna elettorale del partito in vista delle elezioni politiche dell’aprile dello stesso anno[14]; in aggiunta, la figlia Luana raccontò di come suo padre la sera del 7 maggio tornò a casa con uno scatolone pieno di santini elettorali con il logo di Forza Italia [15].
Note
- ↑ Vinci, Anna (Milano) “Luigi Ilardo Omicidio di Stato”, Milano, Chiarelettere, pag. 11.
- ↑ Resoconto stenografico n.147 dell’audizione di Luana Ilardo in commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, seduta n°148 di martedì 16 novembre 2021, pag. 9.
- ↑ Informativa R.O.S. dei Carabinieri alla Direzione Distrettuale Antimafia presso i tribunali di Caltanissetta, Catania, Palermo, Messina e Genova, numero prot. 231/10, p. 188
- ↑ Ivi, p. 204.
- ↑ Ivi, p. 214.
- ↑ Comunicato Stampa della Corte di Cassazione[1]
- ↑ Resoconto stenografico n.147, p. 24.
- ↑ Ivi, p. 25.
- ↑ Biondo, Nicola e Ranucci Sigfrido, “Il Patto”, Milano, Chiarelettere pag. 22.
- ↑ Sabrina Pignedoli, "Cosa Nostra tra massoneria e servizi: la figura di Gianni Chisena", Sito Web.
- ↑ Informativa R.O.S., op.cit., p. 36.
- ↑ Archivio storico elettorale
- ↑ Informativa R.O.S., op.cit., pp. 245-246.
- ↑ Ivi, p. 256.
- ↑ Resoconto stenografico n.147, p. 17.
Bibliografia
- Archivio storico elettorale [2].
- Biondo, Nicola & Ranucci, Sigfrido (2010), Il Patto, Milano, Chiarelettere.
- Commissione Parlamentare Antimafia (2021). Resoconto stenografico n.147 dell’ audizione di Luana Ilardo, seduta n° 148 di martedì 16 novembre[3].
- Informativa R.O.S. dei Carabinieri alla Direzione Distrettuale Antimafia presso i tribunali di Caltanissetta, Catania, Palermo, Messina e Genova, numero prot. 231/10.
- Pignedoli, Sabrina (2021). Cosa Nostra tra massoneria e servizi : la figura di Gianni Chisena, 28 novembre[4].
- Vinci, Anna (2021) Luigi Ilardo Omicidio di Stato, Milano, Chiarelettere.