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	<title>WikiMafia - Contributi dell&#039;utente [it]</title>
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	<subtitle>Contributi dell&amp;#039;utente</subtitle>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Gaspare_Spatuzza&amp;diff=4639</id>
		<title>Gaspare Spatuzza</title>
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		<updated>2015-01-25T12:31:43Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Chiki: Creata pagina con &amp;quot;  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Gaspare Spatuzza&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (Palermo, 8 aprile 1964), detto “&amp;#039;&amp;#039;u Tignusu&amp;#039;&amp;#039;”, il pelato, a causa della sua calvizie, è un collaboratore di giustizia, già esponente d...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Gaspare Spatuzza&#039;&#039;&#039; (Palermo, [[8 aprile]] [[1964]]), detto “&#039;&#039;u Tignusu&#039;&#039;”, il pelato, a causa della sua calvizie, è un collaboratore di giustizia, già esponente di [[Cosa Nostra]] in qualità di affiliato alla Famiglia del quartiere Brancaccio di Palermo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Gaspare spatuzza.jpg|thumb|300px|right|Gaspare Spatuzza]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
=== I primi anni e l&#039;affiliazione a Cosa Nostra ===&lt;br /&gt;
Nato a Palermo, nel quartiere Brancaccio, tristemente noto come principale centro di reclutamento di Cosa Nostra, Spatuzza abbracciò la mentalità mafiosa fin da piccolo (10-11 anni) come molti altri bambini del quartiere, decidendo di aderire all&#039;organizzazione sotto l&#039;ala protettiva della famiglia Graviano, per vendicare la morte di uno dei suoi fratelli, Salvatore, che nel [[1975]] aveva partecipato al sequestro a scopo estorsivo di una donna non autorizzato dalla Cupola e quindi era stato ammazzato (la lupara bianca molto probabilmente fu disposta da [[Salvatore Contorno|Totuccio Contorno]]).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;&#039;&#039;Aderivo a Cosa Nostra per spirito di fratellanza, di appartenenza, al di là della questione di mio fratello che volevo vendicare. Un senso di fratellanza. Io vedevo nella famiglia Graviano: mio padre, mia mamma, il mio presidente, il mio Stato… era il mio tutto. Chiamavo Giuseppe Graviano «madre natura» perché gli davo la valenza come comandante in capo, madre della nostra esistenza, non solo mia, ma anche degli altri, perché la morte come te la poteva dare così te la poteva togliere.&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;citato in Montanaro G., &#039;&#039;La Verità del Pentito, le rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulle stragi mafiose&#039;&#039;, Sperling &amp;amp; Kupfer,  Milano, 2013, p.20&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il quartiere Brancaccio era un luogo di reclutamento particolarmente fertile. In questi luoghi la Giustizia dello stato non aveva accesso, i bambini abbandonavano le scuole e crescevano per le strade, dove erano facili vittime per i boss che apparivano ai loro occhi come la personificazione della forza e del potere. I giovani venivano socializzati alla mentalità mafiosa al punto che la mafia diveniva per loro una “fede”, della quale i boss erano i rappresentanti, i giudici e gli ambasciatori. Spatuzza ci tenne particolarmente a sottolineare di non aver mai ricavato nulla a livello economico dall’attività criminale: non era un mercenario e non era diventato mafioso per interesse.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;La filosofia della famiglia di Brancaccio era che l’uomo d’onore o l’affiliato non doveva essere retribuito altrimenti diventava un mercenario, ma poteva godere di tutti quei benefici, per esempio lavorativi... i benefici, in sostanza, erano che veniva data la possibilità di poter investire soldi propri con la certezza del ricavato... perché non ci sono perdite. In nessuna attività di Cosa Nostra ci sono perdite&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;G. Montanaro, op. cit., p.32.&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La carriera mafiosa ===&lt;br /&gt;
Spatuzza fu per la maggior parte della sua vita da mafioso un semplice soldato che eseguiva fedelmente e precisamente i compiti assegnatigli. Spietato killer (si è accusato di oltre 40 omicidi), organizzatore di gruppi di fuoco mafiosi, solo nel [[1995]], dopo l’arresto di [[Antonino Mangano|Nino Mangano]], venne convocato dai vertici di Cosa Nostra rimasti in libertà ([[Matteo Messina Denaro]], [[Giovanni Brusca]], [[Vincenzo Sinacori]], [[Nicola Di Trapani]] e [[Antonino Melodia]]), formalmente affiliato e messo a capo della famiglia di Brancaccio. Tuttavia, pur essendo stato reggente di mandamento, non venne mai ammesso alle stanze del potere decisionale. La cieca fiducia dei Graviano nei suoi confronti gli permise comunque di entrare in possesso di informazioni che si sarebbero rivelate fondamentali quando decise di collaborare con la giustizia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;arresto ===&lt;br /&gt;
Il [[2 luglio]] [[1997]] Spatuzza venne arrestato, a seguito di una spettacolare azione di polizia&amp;lt;ref&amp;gt;[http://archiviostorico.corriere.it/1997/luglio/03/Sparatoria_all_ospedale_preso_superkiller_co_0_9707033317.shtml Sparatoria all’ospedale: preso superkiller mafioso], Corriere della Sera, 3 luglio 1997&amp;lt;/ref&amp;gt;, organizzata grazie alle rivelazioni di un pentito: alle 17:00 oltre 100 agenti di polizia accerchiarono i viali dell&#039;Ospedale Cervello, nella borgata di Cruillas, mentre Spatuzza si trovava in una Lancia Y10 parcheggiata ad un centinaio di metri dal padiglione di cardiologia. Accortosi della presenza degli agenti, Spatuzza tentò la fuga, invano: gli agenti spararono svariati colpi in aria e alcuni ad altezza uomo, un proiettile colpì la mano del killer, che alla fine si arrese alla cattura.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Genesi di un pentito ===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;... io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano…perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre&#039;&#039;”.&amp;lt;ref&amp;gt;G. Montanaro, op. cit., p.39&amp;lt;/ref&amp;gt; Fu dopo aver ascoltato queste parole, durante la messa del [[17 marzo]] 2008, e aver assistito nello stesso giorno alla proiezione di un film sulla [[Strage di Via Mariano d’Amelio|strage di via D’Amelio]] e ad una trasmissione sui familiari della vittime, che Spatuzza decise di concludere il “&#039;&#039;bellissimo percorso&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;G. Montanaro, op. cit., p.29&amp;lt;/ref&amp;gt; diventando un collaboratore di giustizia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== La conversione religiosa ====&lt;br /&gt;
Per quanto riguarda Spatuzza, il suo percorso cominciò nel 1999, quando giunse alla Casa Circondariale di Tolmezzo. Già da due anni era detenuto al 41 bis (Gaspare Spatuzza è stato arrestato il 2 luglio 1997. Gli investigatori lo catturano con un’imboscata organizzata grazie alle confessioni di un pentito.) e già da molto tempo stava maturando un sentimento di allontanamento dall’opera di Cosa Nostra. Nello stesso carcere erano rinchiusi anche i fratelli Graviano, con i quali si trovò a condividere l’ora d’aria, ed in uno di questi incontri Giuseppe gli chiese di farsi tramite con i suoi famigliari per far arrivare all’esterno messaggi e direttive volte a riorganizzare il mandamento di Brancaccio”. Fu il punto di rottura: Spatuzza, come altri prima di lui, non si prestò. Aveva già sacrificato la propria vita alla mafia, non volle coinvolgere anche la sua famiglia; così comunicò ai “fratelli” la sua dissociazione da Cosa Nostra e scrisse al direttore dell’istituto penitenziario chiedendo l’applicazione degli anni di isolamento che gli erano stati inflitti dalla sentenza per l’omicidio di Don Puglisi e nel 2000 venne accontentato. Solo, in una cella, ebbe modo di riflettere sul passato, scoprire la religione ed entrare in contatto con le proprie emozioni. La lontananza dal mondo gli permise di analizzare la propria storia da un diverso punto di vista e tutto si capovolse: la fierezza per gli omicidi commessi lasciò spazio al senso di colpa; vergogna, rimorso e sofferenza cominciarono a perseguitare le sue giornate. Nacque in lui un malessere che lo spinse ad abbracciare la fede e a ricercare in questa un conforto. In particolare tutto si sviluppò da una parola: “Empatia”:&lt;br /&gt;
“Leggo una parola, non ricordo dove, la parola «empatia». Vado a cercare nel vocabolario la sostanza di questa parola: immedesimarsi nella sofferenza altrui. Ho provato a mettermi nei panni dei famigliari delle vittime di mafia e delle stragi. E lì inizia il mio percorso di interesse religioso, nel cercare di capire la parola di Dio che non era accessibile nei miei pensieri con quei concetti sbagliati impiantati nella mente”.&lt;br /&gt;
La volontà di Spatuzza di voler comprendere la sofferenza di chi “stava dall’altra parte” denota un passaggio fondamentale: se si considera infatti che il sentimento dominante nel mafioso è la paura della “vergogna” che domina persino su istinti primordiali quali l’istinto di sopravvivenza ed è intesa come timore di attrarre la riprovazione dei confratelli o di perdere la propria posizione in quel mondo parallelo che è la mafia, si deve accettare che il mafioso non prova rimorso, ma fierezza per gli illeciti compiuti. Egli commette delitti e reati in vista della realizzazione di uno scopo, non fermandosi a “fare i conti”, non chiedendosi quale sia “il prezzo da pagare” per raggiungere l’obiettivo. La cultura mafiosa si fonda su sanzioni esterne come il discredito e il biasimo che portano i suoi membri a mantenere un certo comportamento. La presa di coscienza del pentito e la volontà di “fare questo conto” dunque sono molto importanti in quanto richiamano un altro concetto opposto e alternativo a quello appena descritto: la colpa. Colpa intesa come condanna interiore del peccato, distinta ed indipendente da un esterno giudizio. Il rimorso è un’emozione dettata e sperimentata da chi ritiene di non aver agito in base al “proprio”( Personale, diverso dal codice mafioso) codice morale. Codice con cui il collaboratore riesce ad entrare in contatto solo in carcere.&lt;br /&gt;
Nel 2005, quando venne trasferito ad Ascoli Piceno, Spatuzza aveva già intrapreso il nuovo percorso e aveva cominciato ad autopunirsi per i reati commessi: dimostrò un rifiuto per beni materiali e superflui, come vestiti di marca e cibo prelibato (Questo atteggiamento di autopunizione e di rifiuto per i beni materiali è tipico dei mafiosi che si sono convertiti: come già accennato anche Leonardo Vitale aveva tenuto un comportamento simile.).&lt;br /&gt;
“Tutto quello che io possedevo del passato, indumenti, scarpe, …il vestiario che avevo l’ho regalato alla Caritas”&lt;br /&gt;
 Nel nuovo carcere incontrò padre Pietro Capoccia, un uomo che ebbe un ruolo molto importante nel suo nuovo percorso. Il cappellano, a cui aveva espresso la volontà di approfondire la conoscenza delle sacre scritture, si adoperò per farlo accettare all’Istituto Superiore di Scienze Religiose e, nonostante il pentito possedesse solo la licenza elementare, riuscì a farlo ammettere.&lt;br /&gt;
“Non solo mi ha iscritto, mi ha anche pagato, a mia insaputa, l’iscrizione e mi ha regalato i libri. Per me fu la luce! … un’esperienza indescrivibile…Studiavo sempre, non andavo neppure al “passeggio”. L’ho presa come una sfida. Scopro…l’essenza della parola di Dio. Comincio a pensare: «ma con Dio o con Mammona?»; capisco che sono ad un bivio.”&lt;br /&gt;
Nel nuovo carcere Spatuzza fu un detenuto modello, accettò e rispettò ogni punizione inflitta a livello giudiziale. In realtà il tenere un buon comportamento in carcere non era un fatto atipico per un mafioso, tuttavia, anche in questo caso deve essere messa in evidenza una differenza sostanziale tra gli uomini d’onore e il pentito: se il comportamento dei primi, infatti, era dettato dalla regola di Cosa Nostra in base alla quale il mafioso non evade (Regola che descrisse al giudice Falcone Tommaso Buscetta.), non fa risse, non combatte i carcerieri perché da questi atteggiamenti potrebbero derivare conseguenze negative per altri detenuti, il secondo accetta la pena. Egli si reputò colpevole e riconobbe la punizione come meritata; attraverso la detenzione credeva di poter rimediare agli errori passati, convinto che i sacrifici a cui si sottoponeva bastassero ad espiare le colpe commesse. Nonostante i ripetuti tentativi del Procuratore Vigna dunque rifiutò di collaborare con lo Stato finché, nel 2008, avvenne un fatto che gli mostrò l’erroneità delle sue convinzioni. Durante la messa delle Palme, rimase colpito da un passo riportato sul “foglietto” dei fedeli:&lt;br /&gt;
“Dammi i tuoi peccati! Confessarsi è difficile: perché? ...si pensa che basti chiedere perdono a Dio nel proprio cuore per ottenerlo. Ci si dimentica che il peccato ha sempre una dimensione ecclesiale e sociale: è una ferita inflitta alla Chiesa ed è contro la solidarietà umana… nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà”&lt;br /&gt;
Sentiva quelle parole rivolte a lui, quindi curioso di scoprirne l’artefice guardò il nome dell’autore: Don Pino Puglisi. L’uomo che aveva ucciso. In quel momento capì che doveva dire la verità.&lt;br /&gt;
“Dovevo iniziare una seria e piena collaborazione con lo Stato, con la magistratura. Dovevo passare definitivamente dalla parte dello Stato e iniziare a collaborare”&lt;br /&gt;
Si rivolse dunque al magazziniere del GOM (Il Gruppo Operativo Mobile è un reparto specializzato del Corpo di Polizia Penitenziaria che, tra i vari compiti, ha quello di controllare e custodire i detenuti soggetti al regime ex 41 bis.), pregandolo di organizzargli un incontro con il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso: da quel momento la strada della Giustizia e quella di Spatuzza conversero e proseguirono unite, per svelare la dura e inaspettata verità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Le dichiarazioni da pentito ===&lt;br /&gt;
==== le difficoltà iniziali ====&lt;br /&gt;
: Quella che il pentito affrontò da collaboratore fu una strada travagliata. Abbandonato dalla sua famiglia a causa di questa scelta, incontrò inizialmente diverse resistenze anche da parte degli inquirenti, diffidenze comprensibili se si tiene conto che le informazioni da lui fornite confliggevano con le dichiarazioni di altri collaboratori e con fatti posti alla base di sentenze che avevano retto tre gradi di giudizio. Il programma di protezione gli venne inizialmente negato, tuttavia Spatuzza continuò a collaborare, forte della convinzione che la decisione presa fosse quella giusta: «se ho dato un pezzo della mia vita al male, sono disposto a perderla per il bene». Era sicuro che lo scetticismo dei magistrati sarebbe svanito nel momento in cui i fatti fossero stati verificati. In particolare nella citata intervista racconta un episodio in cui, avendo espresso ai procuratori un sentimento di disagio, ottenne da Sergio Lari una risposta che lo rassicurò:&lt;br /&gt;
“Allora il procuratore Lari mi disse: «Ascolti, signor Spatuzza, la vede questa spalla? A me brucia, fa male questa spalla per le tante bare che ho portato dei miei colleghi uccisi dalla mafia. A noi interessa soltanto la verità!» A quel punto mi sono detto: Ah, ma qui siamo tutti sulla stessa barca, anche loro sono dalla mia parte! Io sono dalla parte della giustizia, io sono qua per testimoniare. Sto dicendo la verità, fate i riscontri, controllate…”&lt;br /&gt;
Alla fine infatti i riscontri, nello stupore generale, gli diedero ragione e venne inserito a pieno titolo nel programma speciale di protezione. Nonostante la paura e il talvolta pressante sentimento di solitudine, quando arrivarono i primi risultati gioì, comprendendo l’importanza del suo operato: &lt;br /&gt;
“Quando in televisione è stata data la notizia della scarcerazione delle persone coinvolte nella strage di via D’Amelio, ho gioito. Ho pensato di aver restituito, con le mie dichiarazioni, un figlio ad una madre, un marito ad una moglie, un padre ad un figlio”. &lt;br /&gt;
Oggi Spatuzza non può e non vuole dimenticare il male che ha fatto: tiene vivi i ricordi per rispetto nei confronti delle vittime, nella sua cella ha appeso una foto dei giudici Falcone e Borsellino e un quadro fatto da lui che rappresenta l’unione tra la vecchia e la nuova vita(Spatuzza nell’intervista riportata a pag.54 dell’opera citata di G. Montanaro descrive il quadro con le seguenti parole: «se un giorno racconterò la mia vita, chissà in un libro, metterei in copertina questo quadro che raccoglie tutta la mia vita. Il nero è la vita deviata, il male commesso, la mafia. Al centro il bianco che rappresenta il bene, la nuova vita che ho intrapreso. Il sole è Dio, la fede. Il fucsia è la vita apparentemente da uomo perbene. L’uomo nero minaccioso con la catena al collo è il male che ho lasciato dietro. Le catene le ho spezzate. Gli undici anelli sono gli anni della detenzione. Gli altri quattro sono quelli della collaborazione, cioè la vita nuova. La linea rossa intorno al riquadro bianco è la linea di demarcazione che separa il bene dal male. La linea è sottile come vede, ma determinante».). Ogni sera prima di andare a dormire si pone la stessa domanda: «ti sei comportato da uomo oggi? Mi rispondo di sì. E questo mi basta».&lt;br /&gt;
I contributi alle indagini: I contributi che Spatuzza fornì alle indagini furono molti e preziosi, in particolare di inestimabile valore furono quelli riguardanti le stragi che caratterizzarono il periodo che va dal 1992 al fallito attentato allo stadio Olimpico del 1994. Infatti aveva partecipato attivamente a tutte queste e poté chiarire le modalità operative ed organizzative che avevano portato alle varie esplosioni, oltre al ruolo da protagonisti, anche sul piano esecutivo, dei Graviano che prima erano invece stati condannati solo come mandanti. In modo particolare egli confermò agli inquirenti che tutte le esplosioni erano legate da un filo rosso e facevano parte di un unico disegno di Cosa Nostra, probabilmente volto ad ottenere favori a livello politico.&lt;br /&gt;
La strage di Capaci: Innanzitutto contribuì alle indagini della procura di Caltanissetta che indagava sulla strage di Capaci. Spatuzza raccontò di essere stato lui, accompagnato da Fifetto Cannella, Peppe Barranca e Cosimo Lo Nigro a procurare, presso un peschereccio ormeggiato a Porticello, buona parte dell’esplosivo utilizzato per far saltare in aria l’autostrada. Raccontò nei minimi dettagli dove l’esplosivo era stato recuperato, chi lo aveva fornito, chi lo aveva macinato, chi lo aveva confezionato, rimarcando sempre il ruolo da protagonista avuto nelle varie operazioni.&lt;br /&gt;
“Una volta estratto dagli ordigni bellici, l’esplosivo si presentava solido e quindi occorreva ridurlo in polvere per utilizzarlo. Il materiale duro come “pietra”, veniva prima rotto a “sassetti”, poi macinato con il “mazzuolo” e setacciato con dei “colapasta” per portarlo allo stato di sabbia. Per la lavorazione dell’esplosivo … il comando di Brancaccio impiega una ventina di giorni. Risultato finale: 200 chili di tritolo” (La stessa origine aveva l’esplosivo che Spatuzza procurò per le stragi di via D’Amelio, Firenze, Milano e Roma.). &lt;br /&gt;
Sulla base di queste informazioni venne arrestato il pescatore Cosimo D’amato (condannato all’ergastolo) con l’accusa di aver venduto alla mafia ordigni bellici inesplosi recuperati in mare. Altro contributo che il pentito fornì in questa indagine riguardò un dubbio da lui manifestato circa la possibilità che Cosa Nostra avesse fatto uso, nella strage in oggetto, di consulenti esterni all’associazione. In questa occasione non aveva partecipato alla fase esecutiva, non conosceva nemmeno l’utilizzo che altri avrebbero fatto dell’esplosivo. Nessuno glielo aveva detto e lui, da buon mafioso, non aveva chiesto (CFR BUSCETTA). Tuttavia conosceva le tecniche dell’organizzazione e riteneva «che a Capaci fu necessaria una speciale competenza tecnica per realizzare un innesco che evitasse l’uscita laterale dell’onda d’urto dell’esplosione e la concentrasse invece sotto la macchina blindata di Falcone».&lt;br /&gt;
La possibilità che la mafia abbia sfruttato, per questo tipo di attività, soggetti esterni all’associazione è un fattore molto importante che denota un significativo cambiamento nel suo modus operandi. È vero che rispetto ai “vecchi tempi”, quelli di cui parlava Buscetta e in cui la segretezza era il maggior punto di forza, le cose erano cambiate: già negli anni 70 l’organizzazione aveva cominciato ad avvalersi di collaboratori, ma il loro sfruttamento restava relegato al contrabbando e alle attività formalmente legali(Di tale pratica abbiamo conoscenza grazie ad Antonino Calderone.). L’affermazione di Spatuzza riguardo al coinvolgimento di persone non mafiose all’interno delle stragi, sorprese molto gli inquirenti che indagavano sui fatti: gli esterni non erano mentalmente vincolati all’omertà, né tantomento condividevano gli scopi dell’associazione. Per la mafia, dunque, era un grandissimo rischio affidare a questi segreti e compiti tanto delicati. Eppure, oggi, anche questa dichiarazione del pentito sembra essere supportata dai fatti. In particolare, per quanto riguarda la strage di via D’Amelio, le conversazioni intercettate di Totò Riina che parlava dell’istallazione del detonatore nel citofono e alcune telefonate anonime, fatte alla polizia prima dell’esplosione, che avvertivano del pericolo, sembrano supportare la tesi secondo cui il soggetto (di cui si dirà) che Spatuzza vide nel garage fosse realmente un tecnico impiegato da Cosa Nostra che, all’ultimo minuto, cercò di avvertire anonimamente le autorità. &lt;br /&gt;
Le stragi di Firenze, Roma e Milano: Altre stragi a cui invece partecipò in prima persona furono quelle di Firenze, Roma e Milano. In questi casi oltre a procurare l’esplosivo, con la sua squadra si era recato in loco, aveva scelto l’obiettivo, costruito gli ordigni e provveduto a farli esplodere. Gli investigatori avevano già potuto riscontrare la sua presenza in queste città tramite il monitoraggio dei traffici telefonici e attraverso lo stesso metodo erano inoltre stati arrestati colui che aveva trasportato l’esplosivo, Pietro Carra, e colui che lo aveva custodito per gli attentati nella capitale, Antonio Scarano, i quali una volta fermati, avevano deciso di collaborare con la procura del capoluogo toscano a cui erano state affidate le indagini, nell’autunno del 1994(Le indagini delle tre stragi vennero attribuite alla procura di Firenze. Essendo infatti stato compreso il legame tra i tre attentati, per una questione di competenza territoriale, la titolarità è del luogo in cui è avvenuto il primo fatto.). Sulla base delle informazioni di questi e altri collaboratori, già verso la fine degli anni novanta si erano conclusi i processi che ricostruivano accuratamente tutta la vicenda stragista ed erano state emesse condanne passate in giudicato. Le sentenze tuttavia avevano lasciato sullo sfondo questioni irrisolte e ombre nella ricostruzione degli eventi (I pentiti che avevano collaborato, infatti, non avevano partecipato in prima persona alle esecuzioni e non conoscevano i dettagli.). Alcune indagini sulle vicende, in particolare quelle sui mandanti, erano state archiviate. Quando cominciò a raccontare, Spatuzza riempì molte di queste lacune e così, partendo dal presupposto che il reato di strage non si prescrive mai, i magistrati fiorentini, nel 2008, poterono ricominciare le ricerche. &lt;br /&gt;
Le dichiarazioni di Spatuzza consentirono innanzitutto di riaprire le indagini su Francesco Tagliavia, capo della famiglia mafiosa di Corso dei Mille, che nel 2011 venne condannato all’ergastolo come mandante, insieme ad altri, delle stragi (Condividono l’accusa di strage e devastazione: Giuseppe Graviano, Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, tutti già condannati. Il processo che si celebra a Firenze vede Tagliavia come unico imputato.). Il pentito raccontò che le direttive riguardanti “i fatti di via Georgofili” erano state date a lui e agli altri membri della squadra esecutiva durante una riunione, tenutasi nel villino di Santa Flavia, a cui avevano partecipato Ciccio Tagliavia, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. I boss, secondo Spatuzza, da come parlavano avevano già effettuato dei sopralluoghi a Firenze e indicarono agli esecutori materiali il posto da colpire. Diversamente nelle stragi di Milano e Roma, dove fu lo stesso pentito che insieme ai compagni individuò i bersagli avendo solo ricevuto l’ordine di colpire contemporaneamente le due città. Spatuzza inoltre designò come membri della “banda” Vittorio Tutino ed i fratelli Formoso, i cui nomi non erano mai emersi dalle indagini. Seppe anche spiegare il motivo per cui vi fu un divario di circa venti minuti tra le due esplosioni nella capitale: Vittorio Tutino, che aveva il compito di innescare l’ordigno, era alla sua prima esperienza con gli esplosivi e i compagni, per rassicurarlo ed evitare che potesse restare coinvolto nell’esplosione, lasciarono appositamente la miccia lunga. Infine attraverso la testimonianza del collaboratore emerse la titolarità di Cosa Nostra come unica mandante. Le lettere di rivendicazione spedite ai quotidiani a nome della “Falange Armata” vennero infatti spedite da Cosimo Lo Nigro e da Scarano. La responsabilità di Cosa Nostra (o unicamente di Cosa Nostra) in questi delitti era stata infatti incerta per molto tempo. La mancata rivendicazione delle esplosioni da parte dell’organizzazione aveva inizialmente fatto pensare che la mafia, se responsabile, non avesse agito per soddisfare un proprio interesse, ma piuttosto su ordine di mandanti esterni o in associazione con altri sodalizi segreti. Si deve infatti tener conto che prima della strage di Firenze le vendette erano sempre state indirizzate contro bersagli precisi, nemici dell’organizzazione, che venivano per lungo tempo studiati prima di essere colpiti. La scelta di colpire beni storici, per di più situati sul territorio continentale, non era usuale. La medesima considerazione riguardò anche la fallita strage dello Stadio Olimpico di Roma, in cui il maggior contributo offerto da Spatuzza interessò la data programmata. Infatti, sebbene questi non ricordasse quale fosse, ebbe memoria di aver rubato le targhe e spiegò agli investigatori che era usanza della mafia compiere il furto di sabato, subito prima dell’attentato e preferibilmente in un esercizio commerciale, in modo che il furto potesse essere scoperto e denunciato solo il lunedì, a cose avvenute. Da queste dichiarazioni gli inquirenti riuscirono a stabilire che l’esplosione doveva avvenire il 23gennaio 1994, la domenica in cui si svolse la partita del campionato di calcio Roma –Udinese. L’informazione si rivelò molto utile anche per comprendere la portata devastante che l’esplosione avrebbe provocato. Infatti, oltre ad informare gli investigatori che l’ordigno era stato potenziato, su disposizione di Giuseppe Graviano, con chili di ferro e tondini di pochi millimetri che «avevano la funzione di schegge, avrebbero fatto veramente male, molto male», il pentito riferì che l’obiettivo erano i carabinieri e indicò il luogo in cui l’auto bomba era stata parcheggiata. Sottolineò inoltre che insolitamente, la Lancia Thema non era stata rubata in loco, ma era stata portata da Palermo. Dalla posizione e dal giorno ci si è potuti rendere conto del pericolo scampato: infatti il punto prescelto per la collocazione dell’ordigno si trovava sul viale dei Gladiatori, in un tratto in cui la strada si restringe e avrebbe obbligato i pullman con i Carabinieri a procedere lentamente, uno vicino all’altro. Si è stimato che l’esplosione avrebbe provocato una vera carneficina e circa 200 militari avrebbero perso la vita, mettendo seriamente a rischio l’ordine democratico del Paese. L’impulso radio impresso dal telecomando, però, non giunse all’antenna e il piano fortunatamente fallì. Emerse tuttavia la profonda differenza tra la mafia Corleonese e quella di cui parlava Buscetta, che condannava i terroristi per i loro delitti indiscriminati, che non si sarebbe mai simbolicamente accanita contro soggetti che “facevano il loro lavoro”, anche se poliziotti, salvo nel caso in cui tale lavoro andasse direttamente a scontrarsi con Cosa Nostra. &lt;br /&gt;
La strage di via D’Amelio: I contributi forniti da Spatuzza furono molti, ma tra questi senza dubbio emerge per importanza quello riguardante la strage di via D’Amelio, della quale si autoaccusò. Le dichiarazioni rese alla procura di Caltanissetta su questa vicenda, infatti, hanno fatto di lui il più importante pentito dei nostri giorni. Egli portò alla luce la falsa ricostruzione giudiziaria dei fatti, obbligando gli inquirenti a ricominciare a distanza di quasi vent’anni le indagini: i primi di luglio del 2008 venne aperto un nuovo procedimento, il numero 1595/08 e le indagini, condotte dal procuratore Sergio Lari, mostrarono fin dai primi riscontri la verità delle dichiarazioni del pentito. Dopo tre anni le investigazioni svolte e avviate grazie alla collaborazione di Spatuzza confluirono in un verbale di quasi 1700 pagine e il 13 ottobre del 2011 il procuratore generale Roberto Scarpinato avanzò alla Corte di Appello di Catania (Competente sulla revisione dei processi celebrati a Caltanissetta.) la richiesta di revisione dei processi Borsellino 1 e Borsellino bis e la richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena nei confronti di undici condannati, di cui otto detenuti. Inoltre il 2 marzo 2012 il giudice per le indagini preliminari, Giovanna Bonaventura Giunta, emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Mario Madonia, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale, Gaspare Spatuzza, Maurizio Costa (Maurizio Costa, il meccanico che riparò la fiat 126, venne poi rilasciato e la sua causa fu archiviata.) e Calogero Pulci. A Madonia, Tutino, Vitale e Spatuzza venne inoltre per la prima volta riconosciuta l’aggravante della “finalità di terrorismo”. Infine le bugie di Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci (I precedenti processi relativi alla stage di via D’Amelio erano stati fondati sulle dichiarazioni di questi tre soggetti, che tra confidenze, testimonianze, ritrattazioni e smentite avevano offerto agli investigatori una serie di false informazioni e portato ad «uno dei più clamorosi errori giudiziari o depistaggi della storia del nostro Paese» come Sergio Lari definì il “Processo Borsellino”. Successivamente alle dichiarazioni di Spatuzza, davanti all’evidenza dei riscontri, ritrattarono tutti, accusando gli investigatori dell’epoca di aver fatto pressioni, anche attraverso violenze fisiche e morali, al fine di obbligarli a riferire quanto veniva loro suggerito. Candura ritrattò il 10 marzo del 2009, Andriotta il 17 luglio del 2009, Scarantino il 28 settembre dello stesso anno alle ore 19.40.) vennero smascherate e questi furono accusati di calunnia aggravata.&lt;br /&gt;
Spatuzza fornì una ricostruzione della strage del tutto nuova: egli affermò innanzitutto di essere stato lui insieme a Vittorio Tutino a compiere il furto della Fiat 126, di averla “pulita” (Su ordine di Giuseppe Graviano, Spatuzza elimina ogni dettaglio che potesse rendere la macchina riconoscibile.) e di aver anche provveduto a farne sostituire l’impianto frenante poiché si era accorto che la vettura presentava alcuni problemi alla frizione ed ai freni. Inoltre raccontò di aver recuperato insieme a Tutino, la mattina del 18 luglio del 1992, il materiale per predisporre il collegamento a distanza di detonazione della carica esplosiva: un “antennino” e due batterie. Più tardi Fifetto Cannella, gli aveva fatto sapere che bisognava spostare l’auto, e così aveva provveduto personalmente a guidare la 126 dal garage di corso dei Mille, dove era rimasta nascosta, ad un garage di via Villasevaglios in cui Cannella e Mangano lo avevano condotto. Ricordò un particolare riguardante gli spostamenti che venne poi verificato: un posto di blocco della Guardia di Finanza che li costrinse a cambiare direzione di marcia. Giunto all’autorimessa, il collaboratore raccontò che oltre ai presenti che conosceva (Renzino Tintirello, Fifetto Cannella e Francesco Tagliavia.), aveva notato un uomo sulla cinquantina a lui sconosciuto, la cui presenza sembra confermare il sospetto degli inquirenti, quasi certo alla luce dei recenti sviluppi (Mi riferisco al complesso sistema di detonazione inserito nel citofono, di cui si è precedentemente parlato.), di un aiuto tecnico ricevuto da un soggetto esterno all’associazione. Una volta effettuata la consegna della vettura, che in quel box venne imbottita di esplosivo, si recò, come gli era stato ordinato, a rubare le targhe che consegnò la sera stessa a Giuseppe Graviano. A quel punto il suo lavoro era finito, e “mammona” gli consigliò di «tenersi il più lontano possibile da Palermo». Spatuzza fece proprio così: trascorse la domenica con la famiglia in un villino a Campofelice di Roncella e lì apprese dell’avvenuta strage. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== I riscontri ==== &lt;br /&gt;
La precisione con cui il collaboratore raccontò gli avvenimenti permise agli investigatori di riscontrare la maggior parte delle informazioni e quindi di dichiarare con sicurezza la sua attendibilità. In particolare i procuratori che hanno collaborato con lui sono concordi nell’affermare che il pentito raramente si concesse deduzioni o voli Pindarici, preferendo raccontare solo i fatti e le conversazioni a cui aveva personalmente assistito. In un’intervista, Giuseppe Quattrocchi, capo della procura della Repubblica di Firenze dichiarò:&lt;br /&gt;
“Di Spatuzza abbiamo apprezzato proprio questo: il fatto che lui non era portato per i voli, per le supposizioni, per «ho sentito dire che». Lui ci raccontava, ci riferiva delle cose precise, quasi come avesse acquisito la consapevolezza che il sistema corretto della ricerca dei riscontri poteva essere avviato soltanto attraverso questa strada, che è quella che noi abbiamo seguito.&lt;br /&gt;
Il capo della procura della Repubblica di Caltanissetta, Sergio Lari, dice di aver mutato opinione sulle dichiarazioni di Spatuzza sulla base fondamentalmente di tre “step”:&lt;br /&gt;
“Un primo step si è avuto quando mi sono recato a fare il sopralluogo, che non era mai stato fatto durante le precedenti indagini, sul posto dove era stata rubata l’autovettura usata come autobomba. Ci andai insieme alla proprietaria della macchina, Pietrina Valenti, la quale indicò un luogo che non corrispondeva assolutamente a quello indicato da Salvatore Candura, che all’epoca si era autoaccusato del furto… Di fronte a questo contrasto facemmo un sopralluogo con Spatuzza il quale, malgrado la situazione dei luoghi fosse parzialmente mutata, non ebbe dubbi nell’indicare nello stesso punto segnalato da Pietrina Valenti”.&lt;br /&gt;
Il secondo step si ebbe quando il pentito raccontò di aver fatto sostituire l’impianto frenante e di aver pagato al meccanico Costa 100.000 lire. Il procuratore ebbe l’idea di interrogare Agostino Trombetta, socio di Costa nonché collaboratore di giustizia da poco uscito dal programma di protezione. Trombetta ricordò che «un giorno, tornando in officina, l’aveva trovata incustodita e si era molto adirato per questo con il proprio dipendente e socio Maurizio Costa. Costui però si era giustificato dicendo che era andato a trovarlo Spatuzza, il quale gli aveva chiesto di fare la riparazione dei freni di un’autovettura in un altro luogo… Addirittura Trombetta ci riferì un particolare che nessun altro poteva sapere: Costa gli disse che Spatuzza stranamente (In genere i mafiosi non pagavano i lavori commissionati ai meccanici Costa e Trombetta.) aveva pagato per questo lavoro 100.000 lire». La conferma definitiva tuttavia, o per meglio dire il terzo step, arrivò insieme alla relazione dei consulenti tecnici che avevano compiuto gli accertamenti sui resti dell’autobomba, conservati in un parco di una città dell’Umbria: la prova scientifica si unì alla dichiarazione dei due pentiti, confermando che le ganasce erano state sostituite prima dell’esplosione.&lt;br /&gt;
Il processo Dell’Utri: Infine dichiarazioni di Spatuzza si rivelarono importantissime con riguardo al processo di Marcello Dell’Utri, recentemente condannato, in via definitiva, a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Egli raccontò di aver avuto un colloquio con Giuseppe Graviano presso il bar Doney di Roma, pochi giorni prima del fallito attentato allo stadio Olimpico. Durante tale incontro Graviano, particolarmente felice, aveva confidato al collaboratore di essere finalmente riuscito a “mettere il paese nelle mani” della mafia grazie a due personaggi politici, il compaesano dell’Utri e Silvio Berlusconi. La strage dei carabinieri avrebbe dovuto rappresentare l’ultima spinta, l’atto finale per la conclusione dell’accordo. La definitiva dimostrazione della potenza della mafia. Questa informazione diede vita ad un vero e proprio attacco mediatico nei confronti del pentito. Come già era accaduto negli anni ’90 con Buscetta, che nel momento in cui aveva deciso di parlare di politica aveva perso la sua credibilità ed era stato accusato di essere uno strumento che agiva per conto di una fazione politica contro l’altra, così quando Spatuzza fece questi nomi, le accuse nei suoi confronti furono molte. Si cercò di delegittimarlo, di annullare il valore delle sue confidenze in virtù del suo passato e degli atti terribili che aveva commesso. Le testate dei giornali lo presentarono come colui che era stato condannato per sei o sette stragi e circa una quarantina di omicidi (www.corriere.it.). Dell’Utri da un lato, nella fase dibattimentale del processo, lo accusò di essere uno strumento della mafia per affondare un governo che le aveva fatto guerra, di essere un pentito della mafia, non dell’antimafia; dall’altro, a livello mediatico, insinuò che dietro le sue dichiarazioni ci fossero i pm, riferendosi implicitamente alla storica battaglia tra l’ormai ex primo ministro e la magistratura. Gli avvocati gli contestarono che parlò della questione solo dopo che il programma di protezione testimoni gli era stato accordato (quindi oltre i 180 giorni dall’inizio della cooperazione concessi dalla legge ai collaboratori di giustizia per rilasciare le dichiarazioni più importanti). A nulla servirono le giustificazioni di Spatuzza che si discolpò dicendo che nel 2008, poco dopo che ebbe cominciato a parlare, cadde il governo Prodi e si ritrovò con Berlusconi primo ministro e Alfano, il suo “vice”, ministro della giustizia. «Se il Governo fosse caduto prima non mi sarei neanche pentito» disse: incontrò infatti diverse difficoltà ad entrare nel programma di protezione testimoni. Alfredo Mantovano, sottosegretario all’interno del governo Berlusconi gli negò per lungo tempo tale diritto, nonostante fosse sopravvenuto il parere favorevole delle procure con cui collaborava. Le difficoltà che dovette affrontare furono molte: all’offensiva mediatica si aggiunse anche un improvviso isolamento in carcere:&lt;br /&gt;
“Quando andai a Torino a Dicembre del 2009 per il processo Dell’Utri…Mamma mia quello che c’era! Si è creato un grande evento mediatico, tantissimi giornalisti…tante persone intorno…uno spiegamento di forze indescrivibile. Ho detto le cose che dovevo dire… certo, tiravo in mezzo soggetti che in quel momento rivestivano cariche politiche, istituzionali. I miei timori prima della collaborazione erano legati a questo… Poi sono tornato presso il carcere… e trovo il vuoto, il vuoto totale. Non c’era più nessuno… Erano scappati tutti, proprio tutti…stavo male…mi chiedevo: ma cosa ho fatto di sbagliato? Ho solo detto quello che sapevo! È stata dura, mi sembrava di impazzire”. &lt;br /&gt;
Furono nuovamente le parole di un prete, che lo invitò a proseguire con coraggio e sincerità il percorso di revisione della vita che aveva intrapreso, che lo spinsero a proseguire. Quelle parole e il sostegno dei magistrati, rappresentanti di una parte dello stato che nonostante il “massacro” mediatico c’era.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le sue dichiarazioni vennero per la maggior parte riscontrate e servirono agli investigatori da una parte per colmare i vuoti di precedenti acquisizioni processuali e investigative o confermare informazioni già possedute, dall’altra conferirono valore di prova e quindi utilizzabilità processuale a molte cognizioni che non erano defluite in giudizi precedenti in quanto in forma indiziaria (È infatti necessario tenere presente che, come specificato, il caso di Spatuzza rappresenta un’eccezione. La regola era che in Cosa Nostra le informazioni venivano chiuse in “compartimenti stagni”. Per questo motivo era raro che un capo, tranne nel caso in cui ne facesse esplicita richiesta, conoscesse la modalità esecutive di un’azione illegale, quanto era inusuale che un soldato venisse reso partecipe delle ragioni per le quali l’ordine gli era stato dato.). Il contributo del pentito fece riaprire processi, condannare colpevoli rimasti in libertà e liberare innocenti ingiustamente reclusi. Otto, in particolare, furono i detenuti che riacquistarono la libertà grazie al fatto che smascherò il falso impianto ricostruttivo della strage di via D’Amelio, abilmente edificato dai falsi pentiti Candura, Andriotta e Scarantino, svelando quello che può essere definito uno dei peggiori errori giudiziari della storia italiana.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Un vero pentito ===&lt;br /&gt;
Spatuzza si è rivelato un collaboratore indispensabile, oltre che un “pentito” nel vero senso della parola. È riuscito a demitizzare i fratelli Graviano, che per tutta la vita aveva venerato, che erano stati la sua ispirazione, la sua famiglia, il suo mondo. Ha sopportato la sconfitta nel “processo mediatico”, perseverando e ottenendo riconoscimenti nelle aule di tribunale. Ha compiuto un percorso di conversione religiosa e di presa di coscienza raro, ha compreso la malvagità della vecchia esistenza e ha deciso di cambiare. Significativa di questo mutamento di opinione è la seguente sezione di intervista:&lt;br /&gt;
“Vi racconto un episodio. Nel 1997, dopo l’arresto, ebbi un colloquio investigativo con due magistrati. Alla fine uno dei magistrati mi chiese: «Spatuzza, lei si sente responsabile di quello che ha fatto?» E io: «Guardi, io un militare ero». Dopo undici anni lo stesso magistrato mi riformula la stessa domanda. Nell’immediatezza ho risposto: «Guardi, nemmeno cinquanta ergastoli possono ripagare tutto quello che ho fatto. E le dirò di più, io mi sento responsabile anche di tutti quei fatti a cui non solo non ho partecipato, ma nemmeno ne ero a conoscenza».&lt;br /&gt;
Pur non potendo trovare pace per il male commesso, Spatuzza ha dimostrato, come spiega attraverso il quadro da lui dipinto, di aver “spezzato le catene” e che anche per chi ha vissuto una vita intera da criminale è possibile, anche se difficile, diventare un “uomo”. La mafia recluta nei quartieri dove la Giustizia Statale fatica a penetrare e cresce i giovani mostrandosi come unica via percorribile. Per questo chiese a Giovanna Montanaro di inserire all’interno del libro dedicato alla sua vita la seguente dedica: per far sapere che c’è sempre un’altra strada, una diversa, quella che nessuno aveva mostrato a lui.&lt;br /&gt;
“Vorrei dedicare questa intervista ai ragazzi, ai ragazzi di Brancaccio, dei tanti Brancaccio, a quelli che si sono persi come me, e che potrebbero perdersi, inseguendo falsi ideali, affidando la loro vita nelle mani sbagliate, fino al punto di perdere tutto…La vita concede sempre un’altra possibilità: non bisogna sprecarla. Tornare a essere uomini è l’imperativo di ogni creatura umana. Essere «uomo», sì. Essere «uomo d’onore», no!”&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* G. Montanaro, &#039;&#039;La Verità del Pentito, le rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulle stragi mafiose&#039;&#039;, Sperling &amp;amp; Kupfer, Milano, 2013&lt;br /&gt;
* C. Sanvito, Storia Sociale dei Collaboratori di Giustizia nei Processi di Mafia, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, a.a. 2013-2014&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Mafiosi]] [[Categoria:Pentiti]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Chiki</name></author>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Chiki: Gaspare Spatuzza&lt;/p&gt;
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&lt;div&gt;Gaspare Spatuzza&lt;/div&gt;</summary>
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		<title>Antonino Calderone</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Chiki: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;«&#039;&#039;Quando i giovani di un quartiere vedono il rispetto, la deferenza, le premure di cui è circondato l’uomo d’onore, finiscono per innamorarsi della mafia. Vedono che lo zio X entra in un bar e tutti gli corrono incontro per rendergli omaggio e fanno a gara a chi lo serve meglio, oppure accorrono sul posto solo per vederlo, per ammirarlo… Cominciano allora a pensare alla mafia come a una cosa grande, che consente di superare gli altri, di elevarsi sopra la massa&#039;&#039;»&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&#039;Antonino Calderone&#039;&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;citato in P. Arlacchi, [[Gli uomini del disonore]], Arnoldo Mondadori Editore, Milano, giugno 1992 (3° edizione), p. 148, 149&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Antonino Calderone&#039;&#039;&#039; (Catania, [[24 ottobre]] [[1935]] – località segreta, [[10 gennaio]] [[2013]]) è stato un boss di [[Cosa Nostra]] che decise di collaborare con il giudice [[Giovanni Falcone]] nell&#039;ambito del [[Maxiprocesso di Palermo]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Antonino calderone.jpg|thumb|300px|right|Antonino Calderone]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
=== I primi anni e l&#039;affiliazione a Cosa Nostra ===&lt;br /&gt;
Nato a Catania, vi rimase per 48 anni, svolgendo ufficialmente la professione di imprenditore, titolare di una stazione di servizio AGIP a Giarre. Era in realtà il vice-rappresentante della Famiglia di Catania, braccio destro di suo fratello [[Giuseppe Calderone|Giuseppe]] (detto Pippo), rappresentante provinciale che godeva di un grande prestigio sia all&#039;interno di Cosa Nostra che presso la popolazione della città. Antonino entrò a far parte ufficialmente della famiglia nel [[1962]], principalmente perché era attratto dal potere e dalla deferenza che tutti riservavano ai mafiosi in città, oltre al fatto che era la via più facile per migliorare la propria posizione sociale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sua carriera criminale iniziò con una piccola strage: quattro ragazzini disturbavano la quiete del &amp;quot;suo&amp;quot; territorio, commettendo piccoli furti. Si chiamavano Benedetto Zuccaro (15 anni), Giovanni La Greca (14), Riccardo Cristaldi (15) e Lorenzo Pace (14). Come rivelò lui stesso ai magistrati: “&#039;&#039;Li abbiamo sequestrati e rinchiusi in una stalla perché disturbavano la tranquillità del quartiere con continui atti di teppismo. Vennero strozzati e buttati in un fosso&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L’omicidio del fratello e il declino ===&lt;br /&gt;
L&#039;[[8 settembre]] [[1978]] Pippo Calderone morì a seguito di un attentato organizzato 3 giorni prima dai Corleonesi, nell&#039;ambito della [[Seconda Guerra di Mafia]]. Esecutore dell&#039;omicidio fu Nitto Santapaola, che però non ammise mai le sue responsabilità nell&#039;omicidio. La sentenza di morte di Calderone era giustificata dalla sua amicizia con [[Giuseppe Di Cristina|Di Cristina]] (ucciso in quanto divenuto informatore della polizia) e dal suo presunto appoggio nell&#039;omicidio di [[Francesco Madonia]].  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Antonino non poté reagire a quell&#039;omicidio: non aveva né diritto alla giustizia della Commissione, alla quale non era in grado nemmeno di indicare i nomi dei colpevoli, né disponeva delle forze necessarie per vendicarsi personalmente. Progressivamente, benché formalmente fosse il reggente della cosca, Antonino venne emarginato dalle riunioni, dagli affari e dalle notizie dei vertici catanesi. La sua statura criminale venne irrimediabilmente compromessa quando si trovò a dover giudicare il caso di quattro ragazzini catanesi che avevano avuto l’ardire di rapinare non una vecchietta qualsiasi, ma proprio la mamma di Santapaola, che ora reclamava vendetta per lo sgarbo subito: Antonino gliela rifiutò e fu chiaro a tutti che non era più il caso di averci a che fare. I primi a intuirlo furono i Costanzo, noti imprenditori con cui i Calderone facevano affari da anni, poi anche la popolazione gli voltò le spalle.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Costretto a vivere a fianco degli assassini di suo fratello, Antonino sviluppò un senso di inadeguatezza per quella vita. Capì la sua definitiva estraneità a quel mondo, quando la Commissione si riunì per commemorare la scomparsa del fratello: “&#039;&#039;La riunione della commissione si aprì con un breve discorso di [[Salvatore Riina]] il quale, dicendo di riassumere con le sue parole i sentimenti di tutti, rievocò la figura di mio fratello, la sua reputazione di uomo d’onore magnanimo e prodigo, e le sue opere a favore di una Cosa Nostra più ordinata e concorde. Pippo era stato grande perché aveva unificato Cosa Nostra, ma tutti i guai erano venuti da Di Cristina. Pippo aveva creduto in lui, è vero, ma in buona fede. Non poteva essere incolpato per questo. Ora bisognava mettere una pietra sopra tutte le discordie e i veleni, e volersi bene. Guardai Riina infervorarsi nella sua orazione e allora mi accorsi che ero ormai un estraneo a quel mondo, in quanto lo osservavo con occhi distaccati e cuore impassibile, come dietro una vetrata di dolore congelato. Era difficile stabilire se Riina recitasse o no, se quelle alte e nobili parole provenissero da un sincero cordoglio per la morte di una persona di valore, o dalla soddisfazione abietta del trionfatore che ha appena eliminato un nemico pericoloso e che è orgoglioso delle qualità della vittima, in quanto accrescono il pregio della prodezza appena compiuta. Non mi fermai a lungo su questo pensiero. Era inutile cercare di sceverare, di capire, di orientarsi. È sempre così in Cosa Nostra: ogni fatto non ha mai un solo significato&#039;&#039;.”&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 281&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Irretito nell’organizzazione, vi rimase come un’ombra per altri quattro anni, vivendo al limite della povertà e nel timore di essere ucciso. I Santapaola lo tenevano sotto stretto controllo aspettando che commettesse un errore che fornisse loro la giustificazione per eliminarlo, ma il suo comportamento era impeccabile. L’occasione tuttavia, anche se tardò ad arrivare, si presentò quando cominciò a circolare la notizia che Franco Grillo, un uomo di Nitto Santapaola che era stato catturato dai superstiti del gruppo Ferlito (un gruppo di mafiosi che si erano per anni scontrati con i Santapaola e che avevano da poco perso il loro leader, [[Alfio Ferlito]], nella [[strage della circonvallazione]] di Palermo.) e «&#039;&#039;adeguatamente interrogato&#039;&#039;», aveva rivelato la responsabilità di Nitto e dei suoi alleati nell’omicidio di Pippo. Fu proprio questa, la conferma dei suoi sospetti sui mandanti dell’attentato al fratello, che segnò la condanna a morte del pentito: “&#039;&#039;Non rimasi sorpreso dalle rivelazioni, anzi provai quasi un senso di sollievo: era arrivato il pretesto lungamente atteso per eliminarmi. Essendo legittimo, a questo punto, aspettarsi una vendetta da parte mia, era altrettanto legittimo da parte loro anticipare i tempi e sbarazzarsi di me al più presto. E non solo di me. Nitto mi conosceva così da vicino da rendersi conto che un lavoro ben fatto avrebbe dovuto comprendere anche l’eliminazione di mia moglie.&#039;&#039;” &amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 289&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La fuga in Francia e la “nuova vita” ===&lt;br /&gt;
Fu così che Calderone, aiutato dalla moglie, raccolse tutto il denaro possibile e fuggì prima in Svizzera, poi in Francia, dove la famiglia lo raggiunse. Qui, nonostante le difficoltà iniziali che incontrò nell’adattarsi, scoprì un mondo nuovo, diverso dal contesto siciliano dove aveva sempre vissuto, e cominciò una nuova vita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come lui stesso raccontò: “&#039;&#039;A Nizza ho ritrovato la vita, sono rinato, mi sono sviluppato moralmente. Lì ho scoperto i miei figli, ho capito che cosa significasse educarli, seguirli, vederli crescere in un certo modo… In tutta la mia vita a Catania da uomo ricco, da mafioso potente e rispettato, non ero mai stato sereno, felice come in quei tre anni trascorsi a Nizza… Una sera del 1985 ero seduto sui gradini del retrobottega della lavanderia (La famiglia Calderone a Nizza aprì una lavanderia.) e chiacchieravo con mia figlia, quella più grande, che aveva allora quattordici anni… «Ma allora, papà, mi vuoi spiegare perché ce ne siamo andati? Perché abbiamo lasciato la Sicilia? A me piace la Sicilia» mi chiese all’improvviso. «Senti, gioia mia, ti dico solo una cosa. Tu hai capito ormai chi ero io, chi potevo essere io lì, a Catania. Sei grande, sei quasi una ragazza. Se noi fossimo rimasti lì, e qualcuno come me, un mafioso, fosse venuto a chiederti in sposa, io non avrei potuto dire di no. Ti saresti sposata con uno come me. E tu hai visto che vita facevamo noialtri in Sicilia. Non ero mai a casa, dormivo sempre in giro, ritornavo o scomparivo all’improvviso nel cuore della notte. Ti sembra che fosse una bella cosa? Vedi, se tu ora qua ti sposi con un ragazzo che non ha una lira, ma lavorate tutti e due e vi volete bene, ecco, questo è un progresso enorme rispetto alla nostra situazione laggiù. Tu puoi essere libera, indipendente. Puoi studiare tranquilla, puoi cercarti un impiego che ti piace. E se ti vuoi sposare ti sposi: sei tu che decidi. Non sei obbligata a sposare nessuno. Non devi diventare la moglie di un mafioso e fare una vita di stenti. Non intendo stenti per mancanza di soldi. Voglio dire stenti, sofferenze che derivano dalla paura. Tu sai benissimo a cosa mi riferisco&#039;&#039;».”&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 292, 293&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lontano dalla sua terra Calderone capì cosa volesse dire vivere, essere liberi, essere coscienti. La mafia aveva oscurato questi concetti che solo in esilio egli poté finalmente vedere, conoscere e comprendere. La scoperta serenità tuttavia non durò a lungo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La detenzione francese e i “messaggi” dal passato ===&lt;br /&gt;
Il [[9 maggio]] [[1986]] venne arrestato dalla polizia francese e rinchiuso ad Aix-en-Provence, un carcere nei pressi di Marsiglia. La notizia della sua cattura fece scalpore e raggiunse anche la Sicilia dove i mafiosi erano in agguato: la sua posizione era stata rivelata e la vendetta poteva essere compiuta: Cosa Nostra non dimentica, mai. «&#039;&#039;Mi resi conto ad un certo punto che erano cominciati ad arrivare dei messaggi dalla Sicilia. I miei compagni di galera organizzarono una strana evasione e mi chiesero di fuggire con loro. Dicevano di avere delle bombe e altre armi. Mi rifiutai perché pensai che prima avrebbero ucciso me e poi sarebbero scappati. Era un piano inventato per creare l’occasione di eliminarmi senza sollevare sospetti  (Era infatti un’usanza della mafia avvicinare la vittima e cercare la sua fiducia, in modo tale da indurla a recarsi volontariamente sul luogo prescelto per l’omicidio. La tendenza era quella di attrarla tramite amici o parenti, i quali non potevano rifiutare perché Cosa Nostra era superiore a tutto, anche agli affetti). E infatti l’indomani del giorno stabilito per la fuga li trovai tutti lì, a passeggiare tranquillamente nel cortile&#039;&#039;»&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 297&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La collaborazione con la Giustizia e la presa di coscienza ===&lt;br /&gt;
Il timore di essere ucciso crebbe nel pentito ogni giorno di più, finché, nel dicembre del 1986 decise di pentirsi e chiese di essere messo in contatto con l’Italia, in particolare con il giudice Giovanni Falcone. La collaborazione iniziò il [[16 aprile]] [[1987]]. Una volta assicuratosi che la sua famiglia fosse al sicuro, Calderone cominciò a parlare e raccontò tutto ciò che sapeva. Ripercorse con minuzia di dettagli la sua vita e, osservandola dalla nuova prospettiva acquisita, prese coscienza degli orrori che aveva commesso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Che cosa ho provato in queste occasioni? Niente. La mia anima non c’era. La mia coscienza non esisteva. Era come se il fatto di aver portato degli esseri umani a morire non si fosse mai verificato… I rimorsi sono venuti dopo&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 238&amp;lt;/ref&amp;gt; &#039;&#039;[...] (oggi) è una mia esigenza di dignità interiore quella di dire tutto quello che so. Ho bisogno di dimostrare non tanto agli altri, quanto a me stesso che ho riconosciuto i miei errori… Non chiedo perdono a nessuno, perché non merito il perdono di nessuno. Spero solo che dopo quello che dirò tutti capiranno finalmente chi siano, in realtà, i cosiddetti uomini d’onore e di quali misfatti siano capaci&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 233&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vita da collaboratore non fu semplice. Inizialmente perché trascorsero diversi mesi da quando manifestò il desiderio di collaborare con la giustizia (durante i quali fu internato in un istituto psichiatrico criminale) fino al primo colloquio con Falcone. Inoltre, nell’attesa di essere sottoposto al programma di protezione, subì svariati abusi da parte delle guardie carcerarie e molteplici attentati da parte di Cosa Nostra che, pur di eliminarlo ed impedirgli di parlare, arrivò a dare fuoco per due volte all’istituto penitenziario in cui era recluso. L’ostacolo più difficile da superare fu, tuttavia, la presa di coscienza interiore, l’accettazione del proprio passato e della propria esistenza criminale. “&#039;&#039;Qualcuno può dirmi, ora, se ci sono giudici in grado di giudicare noialtri? O se non fa una cosa giustissima, lodevolissima, chi mi spara e mi ammazza non appena esco da questa stanza? Come potevo restare ancora dentro quella congrega maledetta? Ecco perché mi vergogno ogni volta che entro in chiesa. Perché non ce la faccio ad alzare gli occhi. Non è cinema quello che racconto.&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 245&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== I contributi giudiziari ===&lt;br /&gt;
I contributi che le confessioni di Calderone diedero agli inquirenti furono molti. Innanzitutto, il collaboratore permise di &#039;&#039;&#039;osservare il fenomeno mafioso da una prospettiva diversa&#039;&#039;&#039;, esterna rispetto a quella palermitana descritta da Buscetta. Egli rivelò l’esistenza della mafia nella provincia catanese. Inoltre, mentre “Don Masino” trascorse la maggior parte degli anni all’estero o in carcere, egli visse sempre a Catania e assistette in prima persona a tutti gli avvenimenti che segnarono il cambiamento di Cosa Nostra: in particolare all’ascesa dei Corleonesi e alla creazione della “Regione”. Sulla base delle sue dichiarazioni vennero arrestate circa &#039;&#039;&#039;200 persone&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il messaggio ai vecchi “compagni” ===&lt;br /&gt;
Le sue confessioni non servirono solo agli inquirenti per conoscere le gerarchie di Cosa Nostra, le sue lotte intestine, le trame diaboliche dei suoi capi. Permisero anche a lui di scoprire un’anima e un senso critico che a lungo era stato annichilito dalla “mentalità mafiosa”, e comprendere finalmente cosa volesse dire vivere, lontano da quel mondo perverso e deviato «&#039;&#039;in cui tutti sono nello stesso tempo amici e nemici di tutti, professano lealtà e sono pronti all’inganno più subdolo, progettano congiure e imboscate, tradiscono e uccidono senza rimorsi&#039;&#039;». La vita in Francia gli permise di scoprire la libertà, la collaborazione gli permise di ritornare ad essere un Uomo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per questo rivolse un ultimo messaggio ai suoi vecchi compagni: “&#039;&#039;E ora voglio gridare a tutti voi, a voce grossa: prendete la vostra famiglia e fuggite da laggiù, scomparite. È per questo che l’esistenza in Cosa Nostra è così breve e così infelice. Non c’è nessuna sicurezza, si vive sull’orlo di un abisso. Riina è potente come Gesù Cristo perché ha il potere supremo. Dispone della vita dell’uomo. Con un cenno può togliere o risparmiare la vita di chiunque. È al di sopra di tutti. Ma nello stesso tempo è ridotto in una condizione miserabile perché non può passeggiare, non può muoversi, non può dormire, non può sedersi in un giardino di aranci alla sera e godersi il fresco e il profumo delle zagare: non può fare niente di tranquillo. È immerso nel terrore di essere ammazzato. E quando muore e tira le somme di tutto, che cosa può dire di avere avuto uno come lui? Gli passerà davanti la sua vita di essere nascosto, sfuggente, solitario. Un’esistenza di tensione e di paura, una vita di tragedia. Che cosa può dire di avere visto del mondo un uomo come Totò Riina, che è latitante da venticinque anni e che - anche se è ricchissimo e possiede ville e palazzi - non si è mai mosso dai pascoli, dalle grotte e dalla compagnia degli animali in mezzo ai quali è nato? Che cosa sa lui delle belle cose che la natura ha fatto, e di quelle che ha creato l’uomo? Ascoltate ciò che vi sto dicendo. Fermatevi a pensare. Cercate di salvarvi. Altrimenti non ci sarà misericordia per voi. Dio non vi perdonerà mai per i lutti e le sventure che portate. Siete gli uomini del disonore.&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., pp. 306- 309&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Gli ultimi anni e la morte ===&lt;br /&gt;
Dopo il Maxiprocesso, Calderone trascorse gli ultimi anni della sua vita in una località segreta Oltreoceano. Morì il 10 gennaio 2013, all&#039;età di 77 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== L’essenza di Cosa Nostra: confronto con Tommaso Buscetta ==&lt;br /&gt;
Per quanto credesse in Cosa Nostra, Calderone dimostrò di avere di questa &#039;&#039;&#039;una visione molto più disillusa rispetto a Buscetta&#039;&#039;&#039;: sebbene i due collaboratori concordassero riguardo al degrado che caratterizzò l’associazione dagli anni &#039;70 in poi, non si prodigò con il medesimo entusiasmo nella difesa della “vecchia mafia”. Egli elogiò i grandi uomini d’onore, come il fratello che dalla mattina alla sera svolgeva per la popolazione locale ogni genere di compito (i fratelli Calderone avevano un ufficio in cui, dalla mattina alla sera, ricevevano persone che arrivavano da ogni parte della provincia per chiedere qualunque tipo di favore: Giuseppe Calderone, in particolare, svolgeva per questi soggetti le funzioni di tribunale, garante dell’ordine, ufficio di collocamento, banca, ente caritatevole, vendicatore e investigatore.); ma si dimostrò sempre consapevole della vera natura di Cosa Nostra, diametralmente opposta a quella propagandata ai giovani la sera del giuramento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Quante belle parole! Quanti bei principi! E quante volte negli anni successivi mi sono trovato di fronte alla mancanza di rispetto di queste regole, ai doppi giochi, ai tradimenti, agli omicidi fatti proprio sfruttando la buona fede di chi invece credeva in queste regole. Finché ho dovuto concludere che la Cosa Nostra reale è ben diversa da quella che mi fu presentata in quella occasione&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 57&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Secondo il pentito ogni mafioso, a conti fatti, sapeva perfettamente che l’origine della forza dell’organizzazione risiedeva nella paura della gente e nella violenza dei metodi attraverso i quali imponeva il suo volere: “&#039;&#039;Mi scuserete di questa differenza che io faccio fare fra mafia e delinquenza comune, ma ci tengo. Tutti i mafiosi ci tengono. È importante: noialtri siamo mafiosi, gli altri sono uomini qualsiasi. Siamo uomini d’onore. E non tanto perché abbiamo prestato giuramento, ma perché siamo l’élite della criminalità. Siamo assai superiori ai delinquenti comuni. Siamo i peggiori di tutti!&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 5&amp;lt;/ref&amp;gt; &#039;&#039;Qualunque mafioso conosce perfettamente da dove deriva, fatti tutti i conti, il suo potere. La gente ha paura di essere colpita fisicamente e nessuno vuole rischiare neppure lontanamente di essere ammazzato.&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 200&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;La mafia era come un ragno&#039;&#039;&#039; che tesseva la propria ragnatela e indisturbata cresceva attraendo nuovi giovani ed aumentando di conseguenza la propria potenza. Gli ideali, l’onore e la “giustizia” in cui Buscetta credeva, venivano nella realtà piegati e subordinati ad un unico grande obiettivo: il potere, che era superiore a tutto e dipendeva dalla potenza militare della famiglia. Per questo le cosche cercavano di reclutare il maggior numero possibile di soldati (ferma restando la rigida selezione) e alcuni boss arrivarono persino a mettere al mondo una quantità spropositata di figli maschi per ispessire i clan con un gran numero di consanguinei.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche sulle regole Calderone si dimostrò molto più disilluso di Buscetta: “&#039;&#039;Cosa Nostra è fatta di regole, ma poi ci sono i casi concreti, con le loro sfumature e con le loro complicazioni. E poi ci sono quelli che usano le regole. E ci sono le eccezioni e gli abusi. Quelli tollerati e quelli esibiti, e quelli che vengono puniti&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 105, 106&amp;lt;/ref&amp;gt; In particolare, Calderone riportò come episodio significativo di questa “malleabilità” proprio la sua cerimonia di affiliazione. Arrivato al momento di elencare le regole, il rappresentante disse: &amp;quot;&#039;&#039;«Ora ci sono le regole. Per prima cosa, dovunque si trovi un uomo d’onore latitante, egli deve ricordarsi che un altro uomo d’onore ha il dovere di ospitarlo, e di tenerlo anche in casa se necessario. Ma guai a chi guarda la figlia o la moglie di qualcuno. Se lo fa, è un uomo morto. Non appena si viene a sapere che un uomo d’onore ha disturbato la moglie di un altro, quest’uomo deve morire. Secondo. Qualunque cosa possa accadere, non bisogna mai andare dagli sbirri, non bisogna mai fare denuncia. Perché chi lo fa deve essere ucciso. Terzo. È proibito rubare». A questo punto Natale Ercolano, il candidato dei Ferrera, si alzò in piedi e gridò: «Alt! Fermate tutto! Io non ci sto! Non sono d’accordo!». Ercolano faceva il ladro. Rubava sempre. Zio Peppino Indelicato, il rappresentante, sorrise divertito. «Siediti, tu! Stai buono, che poi ti spiego com’è che non si ruba»&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 56, 57&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Cosa Nostra dimostrò all’occorrenza di saper essere molto accomodante&#039;&#039;&#039;: le norme venivano piegate, adattate, snaturate a seconda delle situazioni e degli imputati. I medesimi presupposti potevano dar luogo a differenti “sentenze”: «&#039;&#039;Le regole della mafia assomigliano un po’ alle leggi dello stato: sono uguali quasi per tutti&#039;&#039;». Coloro che detenevano la maggior forza militare potevano violarle senza che nessuno osasse contestare la trasgressione e i Corleonesi, in particolar modo, svilupparono un atteggiamento che ne prevedeva da un lato il non rispetto, dall’altro la strumentalizzazione (In questo modo potevano giustificare l’eliminazione dei nemici.).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche la proverbiale fratellanza dell’organizzazione divenne, con il passare del tempo, più vicina ad un sogno che alla realtà. Era esistita, ma da lungo tempo si era indebolita: i mafiosi si facevano concorrenza, mentivano, combattevano tra loro. Calderone raccontò che un giorno il fratello, preoccupato per la situazione, gli disse: «&#039;&#039;Vedi, Nino. All’interno di Cosa Nostra c’è il principio che tra uomini d’onore è obbligatorio dire la verità. Tu lo sai benissimo. Dobbiamo sapere chi ha fatto un omicidio o una rapina, chi ha ordinato di fare un sequestro, chi protegge qualcuno. Se no, salta tutto. Vengono fuori quelli come Cavataio, che seminano zizzania e ci fanno ammazzare l’uno con l’altro. Ma la verità non è sempre in bianco e nero. Ci sono tante situazioni complicate che provocano discussioni a non finire. E ci sono altre circostanze in cui la verità è come una moneta, con una faccia bianca e una nera. E poi ci sono i pezzi di verità che possono confondere le cose vere facendotele apparire in un altro modo. Ci sono i prepotenti che maneggiano le regole come gli pare…».&amp;quot;&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, op. cit., p. 123&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
*P. Arlacchi, [[Gli uomini del disonore]], Arnoldo Mondadori Editore, Milano, giugno 1992&lt;br /&gt;
*C. Sanvito, Storia Sociale dei Collaboratori di Giustizia nei Processi di Mafia, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, a.a. 2013-2014&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Mafiosi]] [[Categoria:Pentiti]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Chiki</name></author>
	</entry>
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		<updated>2015-01-20T15:14:08Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Chiki: Antonino Calderone, nel 1986 (foto ANSA)&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Antonino Calderone, nel 1986 (foto ANSA)&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Chiki</name></author>
	</entry>
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		<title>Leonardo Vitale</title>
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		<updated>2015-01-20T14:49:13Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Chiki: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;Il primo pentito della storia d&#039;Italia, nell&#039;accezione più vera e religiosa del termine.&#039;&#039; &amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;(&#039;&#039;&#039;Corrado Stajano&#039;&#039;&#039;)&amp;lt;ref&amp;gt;C. Stajano (a cura di), &#039;&#039;Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo&#039;&#039;, Editori Riuniti, Roma, 1986, p.14&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Leonardo Vitale&#039;&#039;&#039; (Palermo, [[27 giugno]] [[1941]] – Palermo, [[2 dicembre]] [[1984]]) è stato un mafioso siciliano, affiliato a [[Cosa Nostra]]. È considerato il primo collaboratore di giustizia italiano, nonostante prima di lui ci siano state altre collaborazioni da parte di esponenti delle famiglie mafiose siciliane (come ad esempio [[Melchiorre Allegra]], la cui storia fu raccontata dal giornalista [[Mauro De Mauro]]).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Leonardo Vitale.jpg|thumb|300px|right|Leonardo Vitale]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
=== I primi anni e l&#039;affiliazione a Cosa Nostra ===&lt;br /&gt;
Nato a Palermo, orfano di padre, Vitale fu cresciuto dallo zio [[Giambattista Vitale|Giambattista]], boss della cosca di Altarello di Baida, che lo socializzò alla mentalità mafiosa e ne fece un uomo d&#039;onore. Ragazzo pieno di fragilità emotive, quotidianamente in lotta per respingere il sospetto di omosessualità che lo sovrastava, da pentito dichiarò sulla sua affiliazione: “Io sono stato preso in giro dalla vita, dal male che mi è piovuto addosso sin da bambino. Poi è venuta la mafia, con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, però, uccidere; pazzi! [...] La mia colpa è di essere nato, di essere vissuto in una famiglia di tradizioni mafiose e di essere vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati; [...] bisogna essere mafiosi per avere successo. Questo mi hanno insegnato ed io ho obbedito”&amp;lt;ref&amp;gt;Giovanni Falcone, [http://www.antimafiaduemila.com/2007110961/giovanni-falcone/l-importanza-di-leonardo-vitale.html L&#039;Importanza di Leonardo Vitale]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Divenne dunque mafioso perché voleva sentirsi parte di qualcosa, perché conosceva solo quel mondo. Fu così che nel [[1960]], dopo aver brillantemente superato le prove (uccidere un cane a 8 anni, un cavallo a 15), divenne un uomo d&#039;onore, uccidendo il campiere Vincenzo Mannino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La decisione di collaborare ===&lt;br /&gt;
Dopo 13 anni da uomo d&#039;onore, il [[30 marzo]] [[1973]] Vitale si presentò spontaneamente alla Squadra Mobile di Palermo e svelò l&#039;intero organigramma delle famiglie palermitane di Cosa Nostra, di cui ammise di far parte, autoaccusandosi inoltre di gravi fatti delittuosi: confessò, infatti, due omicidi, un tentato omicidio, un sequestro ed innumerevoli reati minori. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Davanti all&#039;allora commissario della Squadra Mobile [[Bruno Contrada]] dichiarò di essere nel bel mezzo di una crisi religiosa e di voler cominciare una nuova vita. Gli agenti presenti lo ascoltarono increduli. Pur non avendo mai occupato posizioni di potere all’interno dell’organizzazione, Vitale riuscì a fornire agli inquirenti informazioni preziosissime, fece i nomi di [[Salvatore Riina]] (Totò’u Curtu), [[Pippo Calò]], [[Raffaele Spina]] e moltissimi altri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Denunciò i legami dell’organizzazione con la politica, in particolare con [[Vito Ciancimino]] e descrisse quanto appreso dallo zio sui meccanismi che muovevano “[[Commissione regionale (Cosa Nostra)|la Commissione]]”, l&#039;organo di coordinamento supremo di Cosa Nostra. Descrisse inoltre il rito di affiliazione della cosca, sottolineando come fosse usanza di Altarello usare una spina di arancio amaro in loco dell&#039;usuale spilla per la &amp;quot;punciuta&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un evento particolarmente rilevante riferito da Vitale fu una riunione presieduta da Salvatore Riina, il cui obiettivo era risolvere una controversia tra la cosca Altarello-Porta Nuova e quella della Noce&amp;lt;ref&amp;gt;Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Milano, BUR, 1991, pag.75&amp;lt;/ref&amp;gt; sul diritto di imporre tangenti all’impresa Pilo, che stava iniziando lavori edilizi nel fondo Campofranco. Alla “seduta” organizzata da Raffaele Spina, rappresentante della famiglia della Noce, avevano partecipato anche Giuseppe Calò, Ciro Cuccia, Vincenzo Anselmo, Salvatore D’Alessandro e lo stesso Vitale in vece dello zio che si trovava a Linosa, costretto al soggiorno obbligato. In quell’occasione prevalse la cosca della Noce “&#039;&#039;per ragioni sentimentali&#039;&#039;”: «&#039;&#039;io la Noce ce l’ho nel cuore&#039;&#039;» aveva detto Riina. Il giudice Falcone, una decina di anni dopo, nel verbale del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]], evidenziò come la presenza ed il ruolo di Riina Salvatore, riferiti da Leonardo Vitale nella controversia fra le due famiglie, all’epoca del triumvirato, confermarono in pieno le dichiarazioni di [[Tommaso Buscetta|Buscetta]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Infatti, la questione relativa alla spettanza di una tangente ad una famiglia anziché ad un’altra, è un “affare” di pertinenza della “Commissione”; il fatto che la controversia sia stata decisa, invece, dal Riina Salvatore – membro del triumvirato, secondo le dichiarazioni del Buscetta – conferma appieno che ancora la “commissione” non era stata ricostituita e che il Riina aveva la potestà di emettere decisioni che dovevano essere rispettate dai capi famiglia&#039;&#039;.”&amp;lt;ref&amp;gt;Giovanni Falcone, ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’episodio in oggetto valse inoltre a confermare indirettamente il sistema delle alleanze facente capo ai [[Corleonesi]] e l’atteggiamento prevaricatore di questi ultimi. Invero, tenendo conto della zona in cui la costruzione di Pilo doveva essere realizzata, la tangente sarebbe dovuta spettare, secondo il rigido criterio di competenza territoriale adottato da “Cosa Nostra”, alla famiglia di Altarello; ciononostante Riina, ergendosi ad unico arbitro della controversia, l’aveva attribuita, per motivi di simpatie personali, a quella della Noce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Informazioni preziosissime, dunque, quelle di Vitale, a cui tuttavia &#039;&#039;&#039;nessuno credette&#039;&#039;&#039; e che trovarono credito solo successivamente. Gli inquirenti avevano, a quei tempi, grosse difficoltà nel concepire la Mafia come un apparato strutturato e organizzato e preferivano concentrare l’azione punitiva dello stato nei confronti di episodiche manifestazioni criminose. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;arresto e il ricovero in manicomio ===&lt;br /&gt;
Vitale era già noto agli inquirenti per una serie di piccoli reati che lo avevano portato in carcere in passato, oltreché per il fatto di essere affetto da disturbi psichici gravi. Per fare un esempio, era solito bruciare i beni acquistati con i proventi dei delitti, cospargersi di feci per purificare il proprio corpo e nutrirsene per decontaminare la sua anima. Per questo motivo, dopo le sue dichiarazioni, i magistrati ordinarono una perizia psichiatrica che lo dichiarò semi-infermo di mente&amp;lt;ref&amp;gt;G. Falcone, &#039;&#039;La posta in gioco, interventi e proposte per la lotta alla mafia&#039;&#039;, Bur saggi, Milano, novembre 2010,1° edizione, p.65&amp;lt;/ref&amp;gt;: le dichiarazioni da lui fornite furono considerate inattendibili e dei quaranta arrestati a seguito delle sue dichiarazioni, gli unici ad essere condannati nel 1977 furono lui e suo zio Giambattista, nel [[1977]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto questo nonostante vi fossero riscontri oggettivi e la relazione del perito incaricato dal tribunale che dichiarava sì Vitale affetto da una malattia mentale, ma che in nessun modo questa avrebbe potuto portare ad allucinazioni, deliri di persecuzione o gravi alterazioni psichiche: non escludeva dunque affatto la capacità di ricordare e di riferire fatti ed esperienze senza deformazioni&amp;lt;ref&amp;gt;Atti Del Convegno, &#039;&#039;I collaboratori di giustizia: legislazioni ed esperienze a confronto&#039;&#039;, Palermo, 21-2 maggio 1994, Palazzo dei Normanni, p. 35&amp;lt;/ref&amp;gt;. Negli Stati Uniti inoltre, già da dieci anni [[Joe Valachi|Valachi]] aveva denunciato l’esistenza dell’organizzazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Etichettato come pazzo, Vitale venne quindi condannato a scontare gran parte della pena detentiva nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dove fu sottoposto ad atroci sofferenze fisiche e morali. In una lettera alla madre e alla sorella descrisse il primo giorno nell’ospedale psichiatrico così:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Mia cara mamma, ti comunico che sono felicemente arrivato nella &amp;quot;città dei pazzi&amp;quot;. Mi sento tanto solo in mezzo a gente estranea che mi trattano in maniera un po&#039; strana direi. In questo momento mi sento così bene da non capire il perché di questo trasferimento in mezzo a gente che sembrano invece ammalate. Io non sono pazzo, che ci debbo forse diventare? Oggi non mi hanno fatto nessuna cura ho solo parlato con una dottoressa alla quale ho detto che mi sentivo sconfortato e mi ha risposto che avrebbe provveduto a tenermi su. Non so a chi l&#039;ha detto e poi mi hanno rinchiuso in cella da solo... il tempo di permanenza in questo luogo speriamo non duri a lungo perché m&#039;intristisce tanto... ho fede in Dio e nella Santa Vergine che mi diano tanto coraggio e tanta serenità nella mente, ma sono tanto triste... Questa è la mia vita questa la mia croce cercherò di portarla con dignità e coraggio... Sono disperato: perché mi hanno portato qui, che cosa mi aspetta in questo luogo?&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;Leonardo Vitale, [http://www.leonardovitale.it/libro.asp?index=19 Lettera alla madre], 8 novembre 1973&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;omicidio ===&lt;br /&gt;
Dopo undici anni di detenzione, finalmente nel 1984 Vitale venne rilasciato. Tornato a casa, continuò a professare la sua profonda fede religiosa, dedicandovisi completamente. Ma a causa anche del pentimento di Tommaso Buscetta nel luglio dello stesso anno, il 2 dicembre Vitale venne assassinato con due colpi di lupara alla testa da un uomo mai identificato, mentre usciva dalla Chiesa, dopo la messa, con la madre e la sorella.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* Atti Del Convegno, I collaboratori di giustizia: legislazioni ed esperienze a confronto, Palermo, 21-22 maggio 1994, Palazzo dei Normanni&lt;br /&gt;
* Falcone G., [http://www.antimafiaduemila.com/2007110961/giovanni-falcone/l-importanza-di-leonardo-vitale.html L&#039;Importanza di Leonardo Vitale]&lt;br /&gt;
* Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Bur, Milano, 1991&lt;br /&gt;
* Falcone G., &#039;&#039;La posta in gioco, interventi e proposte per la lotta alla mafia&#039;&#039;, Bur saggi, Milano, novembre 2010&lt;br /&gt;
* Fumarola S., [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/12/16/storia-del-pentito-leonardo-vitale-il-mafioso.html Storia del pentito Leonardo Vitale], La Repubblica, 16 dicembre 2010&lt;br /&gt;
* C. Stajano, Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo, Editori Riuniti, Roma, 1986&lt;br /&gt;
* [http://www.leonardovitale.it/libro.asp?index=19 Sito Web dedicato a Leonardo Vitale]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Pentiti]][[Categoria:Mafiosi]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Chiki</name></author>
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		<title>Leonardo Vitale</title>
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		<updated>2015-01-20T14:48:29Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Chiki: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;Il primo pentito della storia d&#039;Italia, nell&#039;accezione più vera e religiosa del termine.&#039;&#039; &amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;(&#039;&#039;&#039;Corrado Stajano&#039;&#039;&#039;)&amp;lt;ref&amp;gt;C. Stajano (a cura di), &#039;&#039;Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo&#039;&#039;, Editori Riuniti, Roma, 1986, p.14&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Leonardo Vitale&#039;&#039;&#039; (Palermo, [[27 giugno]] [[1941]] – Palermo, [[2 dicembre]] [[1984]]) è stato un mafioso siciliano, affiliato a [[Cosa Nostra]]. È considerato il primo collaboratore di giustizia italiano, nonostante prima di lui ci siano state collaborazioni di esponenti delle famiglie (come ad esempio [[Melchiorre Allegra]], la cui storia fu raccontata dal giornalista [[Mauro De Mauro]]).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Leonardo Vitale.jpg|thumb|300px|right|Leonardo Vitale]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
=== I primi anni e l&#039;affiliazione a Cosa Nostra ===&lt;br /&gt;
Nato a Palermo, orfano di padre, Vitale fu cresciuto dallo zio [[Giambattista Vitale|Giambattista]], boss della cosca di Altarello di Baida, che lo socializzò alla mentalità mafiosa e ne fece un uomo d&#039;onore. Ragazzo pieno di fragilità emotive, quotidianamente in lotta per respingere il sospetto di omosessualità che lo sovrastava, da pentito dichiarò sulla sua affiliazione: “Io sono stato preso in giro dalla vita, dal male che mi è piovuto addosso sin da bambino. Poi è venuta la mafia, con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, però, uccidere; pazzi! [...] La mia colpa è di essere nato, di essere vissuto in una famiglia di tradizioni mafiose e di essere vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati; [...] bisogna essere mafiosi per avere successo. Questo mi hanno insegnato ed io ho obbedito”&amp;lt;ref&amp;gt;Giovanni Falcone, [http://www.antimafiaduemila.com/2007110961/giovanni-falcone/l-importanza-di-leonardo-vitale.html L&#039;Importanza di Leonardo Vitale]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Divenne dunque mafioso perché voleva sentirsi parte di qualcosa, perché conosceva solo quel mondo. Fu così che nel [[1960]], dopo aver brillantemente superato le prove (uccidere un cane a 8 anni, un cavallo a 15), divenne un uomo d&#039;onore, uccidendo il campiere Vincenzo Mannino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La decisione di collaborare ===&lt;br /&gt;
Dopo 13 anni da uomo d&#039;onore, il [[30 marzo]] [[1973]] Vitale si presentò spontaneamente alla Squadra Mobile di Palermo e svelò l&#039;intero organigramma delle famiglie palermitane di Cosa Nostra, di cui ammise di far parte, autoaccusandosi inoltre di gravi fatti delittuosi: confessò, infatti, due omicidi, un tentato omicidio, un sequestro ed innumerevoli reati minori. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Davanti all&#039;allora commissario della Squadra Mobile [[Bruno Contrada]] dichiarò di essere nel bel mezzo di una crisi religiosa e di voler cominciare una nuova vita. Gli agenti presenti lo ascoltarono increduli. Pur non avendo mai occupato posizioni di potere all’interno dell’organizzazione, Vitale riuscì a fornire agli inquirenti informazioni preziosissime, fece i nomi di [[Salvatore Riina]] (Totò’u Curtu), [[Pippo Calò]], [[Raffaele Spina]] e moltissimi altri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Denunciò i legami dell’organizzazione con la politica, in particolare con [[Vito Ciancimino]] e descrisse quanto appreso dallo zio sui meccanismi che muovevano “[[Commissione regionale (Cosa Nostra)|la Commissione]]”, l&#039;organo di coordinamento supremo di Cosa Nostra. Descrisse inoltre il rito di affiliazione della cosca, sottolineando come fosse usanza di Altarello usare una spina di arancio amaro in loco dell&#039;usuale spilla per la &amp;quot;punciuta&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un evento particolarmente rilevante riferito da Vitale fu una riunione presieduta da Salvatore Riina, il cui obiettivo era risolvere una controversia tra la cosca Altarello-Porta Nuova e quella della Noce&amp;lt;ref&amp;gt;Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Milano, BUR, 1991, pag.75&amp;lt;/ref&amp;gt; sul diritto di imporre tangenti all’impresa Pilo, che stava iniziando lavori edilizi nel fondo Campofranco. Alla “seduta” organizzata da Raffaele Spina, rappresentante della famiglia della Noce, avevano partecipato anche Giuseppe Calò, Ciro Cuccia, Vincenzo Anselmo, Salvatore D’Alessandro e lo stesso Vitale in vece dello zio che si trovava a Linosa, costretto al soggiorno obbligato. In quell’occasione prevalse la cosca della Noce “&#039;&#039;per ragioni sentimentali&#039;&#039;”: «&#039;&#039;io la Noce ce l’ho nel cuore&#039;&#039;» aveva detto Riina. Il giudice Falcone, una decina di anni dopo, nel verbale del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]], evidenziò come la presenza ed il ruolo di Riina Salvatore, riferiti da Leonardo Vitale nella controversia fra le due famiglie, all’epoca del triumvirato, confermarono in pieno le dichiarazioni di [[Tommaso Buscetta|Buscetta]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Infatti, la questione relativa alla spettanza di una tangente ad una famiglia anziché ad un’altra, è un “affare” di pertinenza della “Commissione”; il fatto che la controversia sia stata decisa, invece, dal Riina Salvatore – membro del triumvirato, secondo le dichiarazioni del Buscetta – conferma appieno che ancora la “commissione” non era stata ricostituita e che il Riina aveva la potestà di emettere decisioni che dovevano essere rispettate dai capi famiglia&#039;&#039;.”&amp;lt;ref&amp;gt;Giovanni Falcone, ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’episodio in oggetto valse inoltre a confermare indirettamente il sistema delle alleanze facente capo ai [[Corleonesi]] e l’atteggiamento prevaricatore di questi ultimi. Invero, tenendo conto della zona in cui la costruzione di Pilo doveva essere realizzata, la tangente sarebbe dovuta spettare, secondo il rigido criterio di competenza territoriale adottato da “Cosa Nostra”, alla famiglia di Altarello; ciononostante Riina, ergendosi ad unico arbitro della controversia, l’aveva attribuita, per motivi di simpatie personali, a quella della Noce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Informazioni preziosissime, dunque, quelle di Vitale, a cui tuttavia &#039;&#039;&#039;nessuno credette&#039;&#039;&#039; e che trovarono credito solo successivamente. Gli inquirenti avevano, a quei tempi, grosse difficoltà nel concepire la Mafia come un apparato strutturato e organizzato e preferivano concentrare l’azione punitiva dello stato nei confronti di episodiche manifestazioni criminose. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;arresto e il ricovero in manicomio ===&lt;br /&gt;
Vitale era già noto agli inquirenti per una serie di piccoli reati che lo avevano portato in carcere in passato, oltreché per il fatto di essere affetto da disturbi psichici gravi. Per fare un esempio, era solito bruciare i beni acquistati con i proventi dei delitti, cospargersi di feci per purificare il proprio corpo e nutrirsene per decontaminare la sua anima. Per questo motivo, dopo le sue dichiarazioni, i magistrati ordinarono una perizia psichiatrica che lo dichiarò semi-infermo di mente&amp;lt;ref&amp;gt;G. Falcone, &#039;&#039;La posta in gioco, interventi e proposte per la lotta alla mafia&#039;&#039;, Bur saggi, Milano, novembre 2010,1° edizione, p.65&amp;lt;/ref&amp;gt;: le dichiarazioni da lui fornite furono considerate inattendibili e dei quaranta arrestati a seguito delle sue dichiarazioni, gli unici ad essere condannati nel 1977 furono lui e suo zio Giambattista, nel [[1977]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto questo nonostante vi fossero riscontri oggettivi e la relazione del perito incaricato dal tribunale che dichiarava sì Vitale affetto da una malattia mentale, ma che in nessun modo questa avrebbe potuto portare ad allucinazioni, deliri di persecuzione o gravi alterazioni psichiche: non escludeva dunque affatto la capacità di ricordare e di riferire fatti ed esperienze senza deformazioni&amp;lt;ref&amp;gt;Atti Del Convegno, &#039;&#039;I collaboratori di giustizia: legislazioni ed esperienze a confronto&#039;&#039;, Palermo, 21-2 maggio 1994, Palazzo dei Normanni, p. 35&amp;lt;/ref&amp;gt;. Negli Stati Uniti inoltre, già da dieci anni [[Joe Valachi|Valachi]] aveva denunciato l’esistenza dell’organizzazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Etichettato come pazzo, Vitale venne quindi condannato a scontare gran parte della pena detentiva nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dove fu sottoposto ad atroci sofferenze fisiche e morali. In una lettera alla madre e alla sorella descrisse il primo giorno nell’ospedale psichiatrico così:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Mia cara mamma, ti comunico che sono felicemente arrivato nella &amp;quot;città dei pazzi&amp;quot;. Mi sento tanto solo in mezzo a gente estranea che mi trattano in maniera un po&#039; strana direi. In questo momento mi sento così bene da non capire il perché di questo trasferimento in mezzo a gente che sembrano invece ammalate. Io non sono pazzo, che ci debbo forse diventare? Oggi non mi hanno fatto nessuna cura ho solo parlato con una dottoressa alla quale ho detto che mi sentivo sconfortato e mi ha risposto che avrebbe provveduto a tenermi su. Non so a chi l&#039;ha detto e poi mi hanno rinchiuso in cella da solo... il tempo di permanenza in questo luogo speriamo non duri a lungo perché m&#039;intristisce tanto... ho fede in Dio e nella Santa Vergine che mi diano tanto coraggio e tanta serenità nella mente, ma sono tanto triste... Questa è la mia vita questa la mia croce cercherò di portarla con dignità e coraggio... Sono disperato: perché mi hanno portato qui, che cosa mi aspetta in questo luogo?&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;Leonardo Vitale, [http://www.leonardovitale.it/libro.asp?index=19 Lettera alla madre], 8 novembre 1973&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;omicidio ===&lt;br /&gt;
Dopo undici anni di detenzione, finalmente nel 1984 Vitale venne rilasciato. Tornato a casa, continuò a professare la sua profonda fede religiosa, dedicandovisi completamente. Ma a causa anche del pentimento di Tommaso Buscetta nel luglio dello stesso anno, il 2 dicembre Vitale venne assassinato con due colpi di lupara alla testa da un uomo mai identificato, mentre usciva dalla Chiesa, dopo la messa, con la madre e la sorella.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* Atti Del Convegno, I collaboratori di giustizia: legislazioni ed esperienze a confronto, Palermo, 21-22 maggio 1994, Palazzo dei Normanni&lt;br /&gt;
* Falcone G., [http://www.antimafiaduemila.com/2007110961/giovanni-falcone/l-importanza-di-leonardo-vitale.html L&#039;Importanza di Leonardo Vitale]&lt;br /&gt;
* Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Bur, Milano, 1991&lt;br /&gt;
* Falcone G., &#039;&#039;La posta in gioco, interventi e proposte per la lotta alla mafia&#039;&#039;, Bur saggi, Milano, novembre 2010&lt;br /&gt;
* Fumarola S., [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/12/16/storia-del-pentito-leonardo-vitale-il-mafioso.html Storia del pentito Leonardo Vitale], La Repubblica, 16 dicembre 2010&lt;br /&gt;
* C. Stajano, Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo, Editori Riuniti, Roma, 1986&lt;br /&gt;
* [http://www.leonardovitale.it/libro.asp?index=19 Sito Web dedicato a Leonardo Vitale]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Pentiti]][[Categoria:Mafiosi]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Chiki</name></author>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Leonardo_Vitale&amp;diff=4632</id>
		<title>Leonardo Vitale</title>
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		<updated>2015-01-20T14:47:18Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Chiki: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;Il primo pentito della storia d&#039;Italia, nell&#039;accezione più vera e religiosa del termine.&#039;&#039; &amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;(&#039;&#039;&#039;Corrado Stajano&#039;&#039;&#039;)&amp;lt;ref&amp;gt;C. Stajano (a cura di), &#039;&#039;Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo&#039;&#039;, Editori Riuniti, Roma, 1986, p.14&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Leonardo Vitale&#039;&#039;&#039; (Palermo, [[27 giugno]] [[1941]] – Palermo, [[2 dicembre]] [[1984]]) è stato un mafioso siciliano, affiliato a [[Cosa Nostra]]. È considerato il primo collaboratore di giustizia italiano, nonostante prima di lui ci siano state collaborazioni di esponenti delle famiglie (come ad esempio [[Melchiorre Allegra]], la cui storia fu raccontata dal giornalista [[Mauro De Mauro]]).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Leonardo Vitale.jpg|thumb|300px|right|Leonardo Vitale]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
=== I primi anni e l&#039;affiliazione a Cosa Nostra ===&lt;br /&gt;
Nato a Palermo, orfano di padre, Vitale fu cresciuto dallo zio [[Giambattista Vitale|Giambattista]], boss della cosca di Altarello di Baida, che lo socializzò alla mentalità mafiosa e ne fece un uomo d&#039;onore. Ragazzo pieno di fragilità emotive, quotidianamente in lotta per respingere il sospetto di omosessualità che lo sovrastava, da pentito dichiarò sulla sua affiliazione: “Io sono stato preso in giro dalla vita, dal male che mi è piovuto addosso sin da bambino. Poi è venuta la mafia, con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, però, uccidere; pazzi! [...] La mia colpa è di essere nato, di essere vissuto in una famiglia di tradizioni mafiose e di essere vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati; [...] bisogna essere mafiosi per avere successo. Questo mi hanno insegnato ed io ho obbedito”&amp;lt;ref&amp;gt;Giovanni Falcone, [http://www.antimafiaduemila.com/2007110961/giovanni-falcone/l-importanza-di-leonardo-vitale.html L&#039;Importanza di Leonardo Vitale]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Divenne dunque mafioso perché voleva sentirsi parte di qualcosa, perché conosceva solo quel mondo. Fu così che nel [[1960]], dopo aver brillantemente superato le prove (uccidere un cane a 8 anni, un cavallo a 15), divenne un uomo d&#039;onore, uccidendo il campiere Vincenzo Mannino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La decisione di collaborare ===&lt;br /&gt;
Dopo 13 anni da uomo d&#039;onore, il [[30 marzo]] [[1973]] Vitale si presentò spontaneamente alla Squadra Mobile di Palermo e svelò l&#039;intero organigramma delle famiglie palermitane di Cosa Nostra, di cui ammise di far parte, autoaccusandosi inoltre di gravi fatti delittuosi: confessò, infatti, due omicidi, un tentato omicidio, un sequestro ed innumerevoli reati minori. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Davanti all&#039;allora commissario della Squadra Mobile [[Bruno Contrada]] dichiarò di essere nel bel mezzo di una crisi religiosa e di voler cominciare una nuova vita. Gli agenti presenti lo ascoltarono increduli. Pur non avendo mai occupato posizioni di potere all’interno dell’organizzazione, Vitale riuscì a fornire agli inquirenti informazioni preziosissime, fece i nomi di [[Salvatore Riina]] (Totò’u Curtu), [[Pippo Calò]], [[Raffaele Spina]] e moltissimi altri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Denunciò i legami dell’organizzazione con la politica, in particolare con [[Vito Ciancimino]] e descrisse quanto appreso dallo zio sui meccanismi che muovevano “[[Commissione regionale (Cosa Nostra)|la Commissione]]”, l&#039;organo di coordinamento supremo di Cosa Nostra. Descrisse inoltre il rito di affiliazione della cosca, sottolineando come fosse usanza di Altarello usare una spina di arancio amaro in loco dell&#039;usuale spilla per la &amp;quot;punciuta&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un evento particolarmente rilevante riferito da Vitale fu una riunione presieduta da Salvatore Riina, il cui obiettivo era risolvere una controversia tra la cosca Altarello-Porta Nuova e quella della Noce&amp;lt;ref&amp;gt;Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Milano, BUR, 1991, pag.75&amp;lt;/ref&amp;gt; sul diritto di imporre tangenti all’impresa Pilo, che stava iniziando lavori edilizi nel fondo Campofranco. Alla “seduta” organizzata da Raffaele Spina, rappresentante della famiglia della Noce, avevano partecipato anche Giuseppe Calò, Ciro Cuccia, Vincenzo Anselmo, Salvatore D’Alessandro e lo stesso Vitale in vece dello zio che si trovava a Linosa, costretto al soggiorno obbligato. In quell’occasione prevalse la cosca della Noce “&#039;&#039;per ragioni sentimentali&#039;&#039;”: «&#039;&#039;io la Noce ce l’ho nel cuore&#039;&#039;» aveva detto Riina. Il giudice Falcone, una decina di anni dopo, nel verbale del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]], evidenziò come la presenza ed il ruolo di Riina Salvatore, riferiti da Leonardo Vitale nella controversia fra le due famiglie, all’epoca del triumvirato, confermarono in pieno le dichiarazioni di [[Tommaso Buscetta|Buscetta]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Infatti, la questione relativa alla spettanza di una tangente ad una famiglia anziché ad un’altra, è un “affare” di pertinenza della “Commissione”; il fatto che la controversia sia stata decisa, invece, dal Riina Salvatore – membro del triumvirato, secondo le dichiarazioni del Buscetta – conferma appieno che ancora la “commissione” non era stata ricostituita e che il Riina aveva la potestà di emettere decisioni che dovevano essere rispettate dai capi famiglia&#039;&#039;.”&amp;lt;ref&amp;gt;Giovanni Falcone, ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’episodio in oggetto valse inoltre a confermare indirettamente il sistema delle alleanze facente capo ai [[Corleonesi]] e l’atteggiamento prevaricatore di questi ultimi. Invero, tenendo conto della zona in cui la costruzione di Pilo doveva essere realizzata, la tangente sarebbe dovuta spettare, secondo il rigido criterio di competenza territoriale adottato da “Cosa Nostra”, alla famiglia di Altarello; ciononostante Riina, ergendosi ad unico arbitro della controversia, l’aveva attribuita, per motivi di simpatie personali, a quella della Noce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Informazioni preziosissime, dunque, quelle di Vitale, a cui tuttavia &#039;&#039;&#039;nessuno credette&#039;&#039;&#039; e che trovarono credito solo successivamente. Gli inquirenti avevano, a quei tempi, grosse difficoltà nel concepire la Mafia come un apparato strutturato e organizzato e preferivano concentrare l’azione punitiva dello stato nei confronti di episodiche manifestazioni criminose. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;arresto e il ricovero in manicomio ===&lt;br /&gt;
Vitale era già noto agli inquirenti per una serie di piccoli reati che lo avevano portato in carcere in passato, oltreché per il fatto di essere affetto da disturbi psichici gravi. Per fare un esempio, era solito bruciare i beni acquistati con i proventi dei delitti, cospargersi di feci per purificare il proprio corpo e nutrirsene per decontaminare la sua anima. Per questo motivo, dopo le sue dichiarazioni, i magistrati ordinarono una perizia psichiatrica che lo dichiarò semi-infermo di mente&amp;lt;ref&amp;gt;G. Falcone, &#039;&#039;La posta in gioco, interventi e proposte per la lotta alla mafia&#039;&#039;, Bur saggi, Milano, novembre 2010,1° edizione, p.65&amp;lt;/ref&amp;gt;: le dichiarazioni da lui fornite furono considerate inattendibili e dei quaranta arrestati a seguito delle sue dichiarazioni, gli unici ad essere condannati nel 1977 furono lui e suo zio Giambattista, nel [[1977]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto questo nonostante vi fossero riscontri oggettivi e la relazione del perito incaricato dal tribunale che dichiarava sì Vitale affetto da una malattia mentale, ma che in nessun modo questa avrebbe potuto portare ad allucinazioni, deliri di persecuzione o gravi alterazioni psichiche: non escludeva dunque affatto la capacità di ricordare e di riferire fatti ed esperienze senza deformazioni&amp;lt;ref&amp;gt;Atti Del Convegno, &#039;&#039;I collaboratori di giustizia: legislazioni ed esperienze a confronto&#039;&#039;, Palermo, 21-2 maggio 1994, Palazzo dei Normanni, p. 35&amp;lt;/ref&amp;gt;. Negli Stati Uniti inoltre, già da dieci anni [[Joe Valachi|Valachi]] aveva denunciato l’esistenza dell’organizzazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Etichettato come pazzo, Vitale venne quindi condannato a scontare gran parte della pena detentiva nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dove fu sottoposto ad atroci sofferenze fisiche e morali. In una lettera alla madre e alla sorella descrisse il primo giorno nell’ospedale psichiatrico così:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Mia cara mamma, ti comunico che sono felicemente arrivato nella &amp;quot;città dei pazzi&amp;quot;. Mi sento tanto solo in mezzo a gente estranea che mi trattano in maniera un po&#039; strana direi. In questo momento mi sento così bene da non capire il perché di questo trasferimento in mezzo a gente che sembrano invece ammalate. Io non sono pazzo, che ci debbo forse diventare? Oggi non mi hanno fatto nessuna cura ho solo parlato con una dottoressa alla quale ho detto che mi sentivo sconfortato e mi ha risposto che avrebbe provveduto a tenermi su. Non so a chi l&#039;ha detto e poi mi hanno rinchiuso in cella da solo... il tempo di permanenza in questo luogo speriamo non duri a lungo perché m&#039;intristisce tanto... ho fede in Dio e nella Santa Vergine che mi diano tanto coraggio e tanta serenità nella mente, ma sono tanto triste... Questa è la mia vita questa la mia croce cercherò di portarla con dignità e coraggio... Sono disperato: perché mi hanno portato qui, che cosa mi aspetta in questo luogo?&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;Leonardo Vitale, [http://www.leonardovitale.it/libro.asp?index=19 Lettera alla madre], 8 novembre 1973&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;omicidio ===&lt;br /&gt;
Dopo undici anni di detenzione, finalmente nel 1984 Vitale venne rilasciato. Tornato a casa, continuò a professare la sua profonda fede religiosa, dedicandovisi completamente. Ma a causa anche del pentimento di Tommaso Buscetta nel luglio dello stesso anno, il 2 dicembre Vitale venne assassinato con due colpi di lupara alla testa da un uomo mai identificato, mentre usciva dalla Chiesa, dopo la messa, con la madre e la sorella.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* Atti Del Convegno, I collaboratori di giustizia: legislazioni ed esperienze a confronto, Palermo, 21-22 maggio 1994, Palazzo dei Normanni&lt;br /&gt;
* Falcone G., [http://www.antimafiaduemila.com/2007110961/giovanni-falcone/l-importanza-di-leonardo-vitale.html L&#039;Importanza di Leonardo Vitale]&lt;br /&gt;
* Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Bur, Milano, 1991&lt;br /&gt;
* Falcone G., &#039;&#039;La posta in gioco, interventi e proposte per la lotta alla mafia&#039;&#039;, Bur saggi, Milano, novembre 2010&lt;br /&gt;
* Fumarola S., [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/12/16/storia-del-pentito-leonardo-vitale-il-mafioso.html Storia del pentito Leonardo Vitale], La Repubblica, 16 dicembre 2010&lt;br /&gt;
* C. Stajano, Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo, Editori Riuniti, Roma, 1986&lt;br /&gt;
* [http://www.leonardovitale.it/libro.asp?index=19 Sito Web dedicato a Leonardo Vitale]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Pentiti]][[Categoria:Mafiosi]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Chiki</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Leonardo_Vitale&amp;diff=4631</id>
		<title>Leonardo Vitale</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Leonardo_Vitale&amp;diff=4631"/>
		<updated>2015-01-20T14:44:48Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Chiki: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;Il primo pentito della storia d&#039;Italia, nell&#039;accezione più vera e religiosa del termine.&#039;&#039; &amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;(&#039;&#039;&#039;Corrado Stajano&#039;&#039;&#039;)&amp;lt;ref&amp;gt;C. Stajano (a cura di), &#039;&#039;Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo&#039;&#039;, Editori Riuniti, Roma, 1986, p.14&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Leonardo Vitale&#039;&#039;&#039; (Palermo, [[27 giugno]] [[1941]] – Palermo, [[2 dicembre]] [[1984]]) è stato un mafioso siciliano, affiliato a [[Cosa Nostra]]. È considerato il primo collaboratore di giustizia italiano, nonostante prima di lui ci siano state collaborazioni di esponenti delle famiglie (come ad esempio [[Melchiorre Allegra]], la cui storia fu raccontata dal giornalista [[Mauro De Mauro]]).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Leonardo Vitale.jpg|thumb|300px|right|Leonardo Vitale]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
=== I primi anni e l&#039;affiliazione a Cosa Nostra ===&lt;br /&gt;
Nato a Palermo, orfano di padre, Vitale fu cresciuto dallo zio [[Giambattista Vitale|Giambattista]], boss della cosca di Altarello di Baida, che lo socializzò alla mentalità mafiosa e ne fece un uomo d&#039;onore. Ragazzo pieno di fragilità emotive, quotidianamente in lotta per respingere il sospetto di omosessualità che lo sovrastava, da pentito dichiarò sulla sua affiliazione: “Io sono stato preso in giro dalla vita, dal male che mi è piovuto addosso sin da bambino. Poi è venuta la mafia, con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, però, uccidere; pazzi! [...] La mia colpa è di essere nato, di essere vissuto in una famiglia di tradizioni mafiose e di essere vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati; [...] bisogna essere mafiosi per avere successo. Questo mi hanno insegnato ed io ho obbedito”&amp;lt;ref&amp;gt;Giovanni Falcone, [http://www.antimafiaduemila.com/2007110961/giovanni-falcone/l-importanza-di-leonardo-vitale.html L&#039;Importanza di Leonardo Vitale]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Divenne dunque mafioso perché voleva sentirsi parte di qualcosa, perché conosceva solo quel mondo. Fu così che nel [[1960]], dopo aver brillantemente superato le prove (uccidere un cane a 8 anni, un cavallo a 15), divenne un uomo d&#039;onore, uccidendo il campiere Vincenzo Mannino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La decisione di collaborare ===&lt;br /&gt;
Dopo 13 anni da uomo d&#039;onore, il [[30 marzo]] [[1973]] Vitale si presentò spontaneamente alla Squadra Mobile di Palermo e svelò l&#039;intero organigramma delle famiglie palermitane di Cosa Nostra, di cui ammise di far parte, autoaccusandosi inoltre di gravi fatti delittuosi: confessò, infatti, due omicidi, un tentato omicidio, un sequestro ed innumerevoli reati minori. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Davanti all&#039;allora commissario della Squadra Mobile [[Bruno Contrada]] dichiarò di essere nel bel mezzo di una crisi religiosa e di voler cominciare una nuova vita. Gli agenti presenti lo ascoltarono increduli. Pur non avendo mai occupato posizioni di potere all’interno dell’organizzazione, Vitale riuscì a fornire agli inquirenti informazioni preziosissime, fece i nomi di [[Salvatore Riina]] (Totò’u Curtu), [[Pippo Calò]], [[Raffaele Spina]] e moltissimi altri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Denunciò i legami dell’organizzazione con la politica, in particolare con [[Vito Ciancimino]] e descrisse quanto appreso dallo zio sui meccanismi che muovevano “[[Commissione regionale (Cosa Nostra)|la Commissione]]”, l&#039;organo di coordinamento supremo di Cosa Nostra. Descrisse inoltre il rito di affiliazione della cosca, sottolineando come fosse usanza di Altarello usare una spina di arancio amaro in loco dell&#039;usuale spilla per la &amp;quot;punciuta&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un evento particolarmente rilevante riferito da Vitale fu una riunione presieduta da Salvatore Riina, il cui obiettivo era risolvere una controversia tra la cosca Altarello-Porta Nuova e quella della Noce&amp;lt;ref&amp;gt;Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Milano, BUR, 1991, pag.75&amp;lt;/ref&amp;gt; sul diritto di imporre tangenti all’impresa Pilo, che stava iniziando lavori edilizi nel fondo Campofranco. Alla “seduta” organizzata da Raffaele Spina, rappresentante della famiglia della Noce, avevano partecipato anche Giuseppe Calò, Ciro Cuccia, Vincenzo Anselmo, Salvatore D’Alessandro e lo stesso Vitale in vece dello zio che si trovava a Linosa, costretto al soggiorno obbligato. In quell’occasione prevalse la cosca della Noce “&#039;&#039;per ragioni sentimentali&#039;&#039;”: «&#039;&#039;io la Noce ce l’ho nel cuore&#039;&#039;» aveva detto Riina. Il giudice Falcone, una decina di anni dopo, nel verbale del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]], evidenziò come la presenza ed il ruolo di Riina Salvatore, riferiti da Leonardo Vitale nella controversia fra le due famiglie, all’epoca del triumvirato, confermarono in pieno le dichiarazioni di [[Tommaso Buscetta|Buscetta]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Infatti, la questione relativa alla spettanza di una tangente ad una famiglia anziché ad un’altra, è un “affare” di pertinenza della “Commissione”; il fatto che la controversia sia stata decisa, invece, dal Riina Salvatore – membro del triumvirato, secondo le dichiarazioni del Buscetta – conferma appieno che ancora la “commissione” non era stata ricostituita e che il Riina aveva la potestà di emettere decisioni che dovevano essere rispettate dai capi famiglia&#039;&#039;.”&amp;lt;ref&amp;gt;Giovanni Falcone, ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’episodio in oggetto valse inoltre a confermare indirettamente il sistema delle alleanze facente capo ai [[Corleonesi]] e l’atteggiamento prevaricatore di questi ultimi. Invero, tenendo conto della zona in cui la costruzione di Pilo doveva essere realizzata, la tangente sarebbe dovuta spettare, secondo il rigido criterio di competenza territoriale adottato da “Cosa Nostra”, alla famiglia di Altarello; ciononostante Riina, ergendosi ad unico arbitro della controversia, l’aveva attribuita, per motivi di simpatie personali, a quella della Noce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Informazioni preziosissime, dunque, quelle di Vitale, a cui tuttavia &#039;&#039;&#039;nessuno credette&#039;&#039;&#039; e che trovarono credito solo successivamente. Gli inquirenti avevano, a quei tempi, grosse difficoltà nel concepire la Mafia come un apparato strutturato e organizzato e preferivano concentrare l’azione punitiva dello stato nei confronti di episodiche manifestazioni criminose. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;arresto e il ricovero in manicomio ===&lt;br /&gt;
Vitale era già noto agli inquirenti per una serie di piccoli reati che lo avevano portato in carcere in passato, oltreché per il fatto di essere affetto da disturbi psichici gravi. Per fare un esempio, era solito bruciare i beni acquistati con i proventi dei delitti, cospargersi di feci per purificare il proprio corpo e nutrirsene per decontaminare la sua anima. Per questo motivo, dopo le sue dichiarazioni, i magistrati ordinarono una perizia psichiatrica che lo dichiarò semi-infermo di mente&amp;lt;ref&amp;gt;G. Falcone, &#039;&#039;La posta in gioco, interventi e proposte per la lotta alla mafia&#039;&#039;, Bur saggi, Milano, novembre 2010,1° edizione, p.65&amp;lt;/ref&amp;gt;: le dichiarazioni da lui fornite furono considerate inattendibili e dei quaranta arrestati a seguito delle sue dichiarazioni, gli unici ad essere condannati nel 1977 furono lui e suo zio Giambattista, nel [[1977]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto questo nonostante vi fossero riscontri oggettivi e la relazione del perito incaricato dal tribunale che dichiarava sì Vitale affetto da una malattia mentale, ma che in nessun modo questa avrebbe potuto portare ad allucinazioni, deliri di persecuzione o gravi alterazioni psichiche: non escludeva dunque affatto la capacità di ricordare e di riferire fatti ed esperienze senza deformazioni&amp;lt;ref&amp;gt;Atti Del Convegno, &#039;&#039;I collaboratori di giustizia: legislazioni ed esperienze a confronto&#039;&#039;, Palermo, 21-2 maggio 1994, Palazzo dei Normanni, p. 35&amp;lt;/ref&amp;gt;. Negli Stati Uniti inoltre, già da dieci anni [[Joe Valachi|Valachi]] aveva denunciato l’esistenza dell’organizzazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Etichettato come pazzo, Vitale venne quindi condannato a scontare gran parte della pena detentiva nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dove fu sottoposto ad atroci sofferenze fisiche e morali. In una lettera alla madre e alla sorella descrisse il primo giorno nell’ospedale psichiatrico così:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Mia cara mamma, ti comunico che sono felicemente arrivato nella &amp;quot;città dei pazzi&amp;quot;. Mi sento tanto solo in mezzo a gente estranea che mi trattano in maniera un po&#039; strana direi. In questo momento mi sento così bene da non capire il perché di questo trasferimento in mezzo a gente che sembrano invece ammalate. Io non sono pazzo, che ci debbo forse diventare? Oggi non mi hanno fatto nessuna cura ho solo parlato con una dottoressa alla quale ho detto che mi sentivo sconfortato e mi ha risposto che avrebbe provveduto a tenermi su. Non so a chi l&#039;ha detto e poi mi hanno rinchiuso in cella da solo... il tempo di permanenza in questo luogo speriamo non duri a lungo perché m&#039;intristisce tanto... ho fede in Dio e nella Santa Vergine che mi diano tanto coraggio e tanta serenità nella mente, ma sono tanto triste... Questa è la mia vita questa la mia croce cercherò di portarla con dignità e coraggio... Sono disperato: perché mi hanno portato qui, che cosa mi aspetta in questo luogo?&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;Leonardo Vitale, [http://www.leonardovitale.it/libro.asp?index=19 Lettera alla madre], 8 novembre 1973&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;omicidio ===&lt;br /&gt;
Dopo undici anni di detenzione, finalmente nel 1984 Vitale venne rilasciato. Tornato a casa, continuò a professare la sua profonda fede religiosa, dedicandovisi completamente. Ma a causa anche del pentimento di Tommaso Buscetta nel luglio dello stesso anno, il 2 dicembre Vitale venne assassinato con due colpi di lupara alla testa da un uomo mai identificato, mentre usciva dalla Chiesa, dopo la messa, con la madre e la sorella.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* Atti Del Convegno, I collaboratori di giustizia: legislazioni ed esperienze a confronto, Palermo, 21-22 maggio 1994, Palazzo dei Normanni&lt;br /&gt;
* Falcone G., [http://www.antimafiaduemila.com/2007110961/giovanni-falcone/l-importanza-di-leonardo-vitale.html L&#039;Importanza di Leonardo Vitale]&lt;br /&gt;
* Falcone G., [[Cose di Cosa Nostra]], Bur, Milano, 1991&lt;br /&gt;
* Falcone G., &#039;&#039;La posta in gioco, interventi e proposte per la lotta alla mafia&#039;&#039;, Bur saggi, Milano, novembre 2010&lt;br /&gt;
* Fumarola S., [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/12/16/storia-del-pentito-leonardo-vitale-il-mafioso.html Storia del pentito Leonardo Vitale], La Repubblica, 16 dicembre 2010&lt;br /&gt;
* C. Stajano, Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo, Editori Riuniti, Roma, 1986&lt;br /&gt;
* [http://www.leonardovitale.it/libro.asp?index=19 Sito Web dedicato a Leonardo Vitale]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Pentiti]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Chiki</name></author>
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